Il regista brasiliano Fernando Meirelles ci accompagna nel viaggio all’interno della Cidade De Deus, una delle moltissime favelas che sorgono e si sviluppano all’interno della periferia della scintillante e sfarzosa capitale Rio De Janeiro, raccontandoci con un taglio fortemente documentaristico la difficile vita a cui sono condannati gli abitanti di questi luoghi, lo fa attraverso gli occhi di Buscapè (Alexandre Rodrigues). Quest’ultimo, sebbene circondato da droga, violenza e morte, non vorrà diventare un potente boss della malavita ma comincerà ad appassionarsi alla fotografia che considera mezzo con il quale poter abbandonare per sempre la pericolosa vita del quartiere e vivere una vita serena facendo il fotoreporter per i più famosi giornali del Brasile. La violenza imperante e la prospettiva di fare soldi facili rapinando, spacciando e uccidendo per fuggire da quella realtà inghiottiranno ben presto tutti i giovani del quartiere portandoli a diventare pericolosi criminali, tutti tranne l’irriducibile Buscapè che pur non avendo il denaro per comprare una macchina fotografica non userà mezzi illeciti per ottenerla ma lavorerà onestamente. In alcuni frangenti tenterà la strada facile, provando a rapinare, con la pistola rotta del fratello, alcuni negozi ma mai riuscendoci: al contrario dei suoi coetanei dietro i banconi non vede carne da macello ma esseri umani con sogni e sentimenti che tentano di migliorare la propria realtà personale attraverso il sudore della fronte, esattamente come lui.

La scansione temporale della pellicola attraversa il trentennio che va dagli anni ’60 alla fine degli ’80 raccontandoci decade per decade le vicende e i personaggi che le hanno caratterizzate. Gli anni ’60 sono caratterizzati da piccole bande formate da ”banditi” giovani e inesperti che tentano di racimolare quel poco di denaro necessario a mantenere dignitosamente la propria famiglia; gli anni ’70 sono caratterizzati dall’apparizione della cannabis e da una maggiore organizzazione da parte dei boss che daranno vita alle prime boca, costruzioni adibite al confezionamento e allo spaccio di sostanze, tra cui comincia a muovere i primi passi la cocaina; durante gli anni ’80 il consumo della cocaina tocca il suo picco, permettendo ai capi banda grossi guadagni facili e la genesi di una vera e propria organizzazione dove ogni cittadino disperato (bambini compresi) ricopre un ruolo specifico funzionale all’arricchimento del padrone.

Proprio in questi periodo si consuma una feroce guerra territoriale che vede affrontarsi del più pericoloso criminale della Cidad De Deus Zè Pequeno e il una volta mite Mané Galinha  che agisce accecato dalla vendetta. Il primo sembra confermare le teorie sociologiche dell’intellettuale francese Hippolyte Taine (1828-1893) che sostiene i comportamenti dell’uomo non siano connessi alla natura ma dipendono da delle variabili causali esterne come razza, ambiente sociale e momento storico. Essendo vissuto sin dalla tenera età a contatto con gruppi di piccoli criminali ne ha preso esempio pensando che quella era l’unica vita possibile per ottenere più facilmente tutto ciò che ha sempre desiderato; ma la freddezza con la quale uccide i propri nemici sembra essere una caratteristica intrinseca sin dalla nascita, che ha trovato nell’ambiente violento della favelas terreno fertile per svilupparsi. L’unica persona che gli starà vicino dal principio e capace di dargli stabilità mentale sembra essere l’amico d’infanzia Benè (Phellipe Haagensen) che consiglia più volte di abbandonare la vita malavitosa e la propria mania di grandezza per poter vivere una vita tranquilla e felice, lui stesso non si sente totalmente inglobato da quel tipo di vita e sogna un giorno una vita semplice in una fattoria con la propria amata.

Altro tratto che contraddistingue il criminale numero uno della città è il rapporto malsano che ha con l’altro sesso, come dice lo stesso Benè le donne o le pagava o le stuprava, non aveva alcun legame con alcuna e forse proprio quello lo avrebbe salvato dalla furia di Galinha che diventa criminale per vendicare la propria moglie stuprata. All’interno di questa realtà Buscapè appare come la voce fuori dal coro, la nota stonata che funge da intermediario tra lo schermo e il pubblico mostrando a noi una realtà che spesso ignoriamo o che riteniamo esagerata. Il pensiero della Città di Dio va a tutti i quartieri degradati di Rio, Buscapè ci fa capire che la strada della violenza non ti conduce fuori dalla realtà che tenti di abbandonare ma anzi ti inghiotte sempre di più fino a farti soffocare e morire con essa.

ALESSIO BALBI