Abbiamo ancora bisogno di South Park? La domanda può sembrare provocatoria e polemica, ma in realtà sorge da una genuina riflessione sulle possibilità di una serie che nelle ultime due stagioni ha puntato quasi esclusivamente sulla satira politica. L’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti d’America ha segnato, in qualche modo, anche il destino di questa ventesima stagione e, innalzando l’asticella dell’assurdo ad altezze impensabili, ha messo in crisi il concetto stesso di satira. Quindi, per rispondere alla domanda posta in apertura di questo articolo, è necessario esaminare questa ventesima stagione di South Park. Innovare un prodotto televisivo dopo venti lunghi anni di altissimo livello senza snaturarne l’identità non è impresa facile. Se c’è una caratteristica peculiare che ha sempre contraddistinto Parker e Stone nel corso del loro lavoro in South Park, questa è la capacità di rinnovare lo show inserendo nuove trame, sviluppando personaggi già iconici e ben definiti come Cartman, Butters o Randy e/o inserendone di nuovi, abbandonando battute e tormentoni a cui gli spettatori erano affezionati. Basti pensare al celeberrimo “Oh my God, they killed Kenny… you bastard!” o al “respect my autoritah” di Cartman, gradualmente messi da parte già dopo la quinta stagione.

Cambiando pelle nel corso degli  anni, pur mantenendo intatto lo spirito e la freschezza della serie, Parker e Stone hanno impedito a South Park di finire in modo indegno come i Simpson (già finiti dopo la 10 stagione) o i Griffin (mai all’altezza, secondo me). Considerazione che vale sopratutto per la stagione 19 e per la 20 che presentano le più profonde innovazioni rispetto al passato. Lo sviluppo di una trama orizzontale, appena accennato nella stagione 18 e consolidatosi nella stagione 19, raggiunge in questa ultima stagione il suo apice. Cosa che costituisce la forza e al contempo la debolezza della stagione 20, sia per la natura intrinseca degli episodi, necessariamente “inconcludenti”, sia perchè – a mio avviso – la vittoria di Trump ha costretto i due creatori a modificare la storyline principale in corsa. Ma ora facciamo un po’ di ordine, entrando nel merito dell’analisi. Cosa ha funzionato in questa stagione? Quali sono stati invece i suoi difetti?

Partiamo dal grande colpo di genio di questa stagione numero 20: le ‘member berries – o ricordacini nell’adattamento italiano – non a caso danno il titolo al primo episodio e rappresentano una trovata in puro stile South Park. Nell’universo satirico creato da Parker e Stone l’origine di un comportamento sociale anomalo o deprecabile è sempre stato ricondotto ad una causa nascosta assurda ed improbabile, stigmatizzando così ancor di più il fenomeno oggetto di critica. Basti pensare alla puntata South Park is gay, in cui dietro l’influenza che certi programmi televisivi esercitano sugli uomini della citttadina, si nasconde un piano malvagio degli uomini-granchio.

Cosa accomuna il fenomeno della popolarità crescente di Trump/Garrison e l’uscita di Star Wars: il risveglio della forza? Quel è il minimo comune denominatore fra due eventi così apparentementi non correlati? Ovviamente le ‘member berries: queste piccole bacche parlanti che non fanno altro che ripetere “Ricordi la morte nera?” “ricordi Han solo?” “Ricordi i Goonies?” sono la causa scatenante dell’ondata nostalgica che ha investito tutto il mondo, non solo gli Stati Uniti. Ricordare è più facile che pensare. Rievocare è più facile che creare. Così la gente si rifugia in un luogo inesistente, un passato idilliaco fatto di sicurezza e di certezze. Secondo Randy, le ‘member barries sono sempre esistite e sono state la causa della caduta delle più grandi civiltà della storia. Trump/Garrison acquista consensi perchè promette un mondo semplice e sicuro, anzicchè affrontare in modo razionale le sfide di una società sempre più complessa: via gli immigrati, via i gay, niente aborto, guerra a tutti i lupi cattivi che minacciano il popolo americano. Ma le ‘member berries sono solo un pezzo del puzzle. E qui ci colleghiamo all’altra tematica ricorrente di questa stagione: il trolling sui social network. Un troll, Skankhunt42, imperversa nei social della scuola elementare di South Park insultando e deridendo pesantemente solo le bambine e le loro madri. Tutti sospettano, ovviamente, di Cartman e il risentimento delle regazze nei confronti di tutti i maschi scatena una gender-war. La tendenza moderna di far ricadere le responsabilità del singolo su un’intera categoria (in questo caso il genere maschile) viene sapientemente messa in evidenza. In realtà il crudele troll che ha destabilizzato la scuola è un uomo adulto, con una famiglia ed un buon lavoro: Gerald Broflovsky. Senza curarsi delle conseguenze, Gerald passa le sue serate trollando non perchè frustrato o annoiato, ma perchè trova che sia satirico insultare gli altri anche su temi delicati. Inoltre, il fatto di creare indignazione e rabbia non solo fra le sue vittime, ma anche fra le persone che con esse solidarizzano, lo fa sentire potente. Ben presto le sue azioni avranno una valenza mondiale, poichè la Danimarca, dopo il suicidio di una pallavolista danese vittima di Gerald, ha dichiarato guerra ai troll tramite un server capace di rendere pubblica la cronologia di ogni utente e di privarlo della protezione dell’anonimato. Anche questa storyline va a collegarsi in qualche modo con quella di Garrison/Trump: la campagna elettorale del nuovo presidente degli Stati Uniti – sia nel corso delle primarie che delle presidenziali – è stata un continuo susseguirsi di insulti, di provocazioni, di dichiarizioni razziste e sessiste. Un trolling al livello più alto immaginabile, che lo ha paradossalmente avvicinato al popolo, costruendo il consenso in un modo che non si era mai visto prima. Forse non tutti sanno che ogni puntata di South Park  viene realizzata in una settimana, sette giorni prima dalla messa in onda, come mostra il divertente documentario Six days to air. Questo modus operandi non è mutato nemmeno con l’inserimento di una trama continuativa nelle ultime due stagioni. Ciò emerge chiaramente dalla scarsa coerenza della seconda parte stagione, in cui molte delle sottotrame avviate nelle prime puntate deperiscono o perdono di mordente, come se la vittoria di Trump avesse colto impreparati Parker e Stone e li avesse costretti a stravolgere il plot narrativo principale. Proprio qui risiede una delle debolezze intrinseche della stagione. L’impegno degli autori nel creare una trama omogenea ha finito per appesantire la stagione nel suo complesso, dato che le tematiche principali sono poche e si ripetono in ogni episodio a volte in modo stanco e opaco. Manca un episodio che dia respiro allo spettatore, che riesca a stare in piedi da solo ed essere fruito anche in modo autonomo, svincolato dal resto della stagione. Il giusto equilibrio fra trama orizzontale e unità narrativa di ogni singolo episodio raggiunto nella stagione 19, qui sembra sia venuto meno in favore della narrazione continua. L’ultimo episodio non riesce a chiudere il cerchio o a dare una conclusione coerente a molte sottotrame lasciate per strada e il titolo stesso – The End of Serialization as We Know It sembra segnare la fine dell’esperimento della serializzazione degli episodi. L’altra debolezza che mi sento di imputare a questa stagione è una debolezza soltanto apparente ed è giustificabile che il processo di rinnovamento dello show: il “nuovo” Eric Cartman. Ho sperato, fino all’ultima puntata che le ‘member berries, il trolling e Garrison eletto presidente non fossero altro che un piano partorito dalla mente più malvagia, crudele e manipolatrice mai vista sul piccolo schermo. Un bambino di dieci anni capace di uccidere i genitori di un ragazzo che lo derideva e di farglieli mangiare a sua insaputa, di vestirsi da Hitler ed organizzare un secondo olocausto, di stringere alleanze con Chtulhu. Ma Cartman non è molto più di una macchietta: è stato il personaggio più caratterizzato e sfaccettato nel corso delle stagioni e lo abbiamo anche visto debole e sensibile, abbiamo conosciuto i suoi demoni e le sue paure. In questa stagione Cartman – come detto prima – è accusato ingiustamente di essere un troll e i maschi, per dimostrare alle ragazze di essere dalla “parte giusta”, gli distruggono smartphone, tablet e pc. Tagliato fuori dal mondo virtuale, Cartman intreccerà una relazione con Heidi, anche lei disconnessa da tutti i social. E’ divertente assistere a questa nuova versione sdolcinata ed esageratamente sensibile del personaggio, ma alla lunga distanza stanca e non riesce ad essere sempre divertente. Ci si aspetta sempre che il vero Cartman torni a prendere le redini dello show. “Anche lo spettatore di South Park è dipendente dalle ‘member berries”, sembrano sussurare beffardamente Parker e Stone ad ogni frame. Un’ultima considerazione negativa va fatta sulla sconfortante “scomparsa” di alcuni personaggi importantissimi come Stan e Kenny, il primo ridotto a vera e propria comparsa, il secondo a mero personaggio di sfondo. Altre vittime sacrificate sull’altare della serializzazione.

Quindi, come rispondere alla domanda con cui abbiamo aperto questo articolo? Con un forte, deciso e sonoro “sì, abbiamo ancora bisogno di South Park”. Soprattutto di un South Park ancora così vivo e maturo,che pur di rinnovarsi, non ha paura di commettere delle scelte audaci. Quelle che ho definito come debolezze, altro non sono che prove del coraggio dei due autori, che in mondo dove tutti guardano indietro, loro guardano avanti senza adagiarsi su ciò che hanno creato in passato ed evitando così che la serie si svuotasse di contenuto. Il modo in cui la serie affronta i temi sociali è sempre affilato e potente come in passato, ma sembra che ora vengano sviscerate con più consapevolezza e profondità anche a scapito, forse, di qualche risata in più.

Il cartone animato più irriverente e scorretto del mondo è stato superato in irriverenza e scorrettezza dalla relatà stessa. Così esso cerca nuove strade per esprimersi, per poter dire la propria, per rimanere giovane, anche a costo di sperimentare senza paura di ammettere che l’esperimento si è già concluso. Senza rimpianti, senza rammarico.

Ennio Pitino

P.S.: La scena in cui Garrison indossa il parrucchino stile Darth Vader ne L’impero colpisce ancora è fantastica.