Erano i primi anni Ottanta quando, su suolo americano, videro la luce i primi adattamenti cinematografici di una categoria di romanzi connessa alla fantascienza e sviluppatasi con vigore negli anni appena precedenti: il cyberpunk. Sotto questa bandiera si riunivano sostanzialmente tutte quelle produzioni di fantascienza che univano contestualizzazione futuristiche e cibernetiche con risvolti umani e sociali votati all’esistenzialismo, al cambiamento, all’introspezione. Qualcuno potrebbe dire che, vista in questi termini, la corrente cyberpunk esistesse già da lungo tempo, in quanto capolavori fantascientifici come 2001: Odissea nello spazio (1968) del genio Stanley Kubrick, ma anche Solaris (1972) e Stalker (1979) della sua controparte-in-genialità sovietica Andrei Tarkovsky avevano già unito il genere sci-fi con la filosofia e l’introspezione. E sto citando giusto un paio di titoli per fare un esempio. Tuttavia, sarete d’accordo con me che questi capolavori immensi siano naturalmente cyber, ma per nulla punk. Caratterizzati da un’eleganza sopraffina e da un senso di controllo e misura totalmente differente dall’estetica cyberpunk, che fa del caos, della sporcizia, del fuori-controllo i suoi canoni rappresentativi, avremmo dovuto aspettare il trittico 1981-82-83 per renderci conto che nella fantascienza stava per nascere qualcosa di diverso, qualcosa di molto più punk. 1997: Fuga da New York (1981) di John Carpenter, Blade Runner (1982) di Ridley Scott e Videodrome (1983) di David Cronenberg sono comparsi a donare allo sci-fi dei nuovi mezzi estetici, delle nuove ambientazioni, dei nuovi obiettivi, delle nuove ambizioni. L’umano al centro del vortice cibernetico, del caos post-informatico, in bilico tra diversi stadi di evoluzione sociale. Temi ed estetiche che non potevano non approdare anche in Giappone (comunque anch’esso già patria di signori film di genere sci-fi “classico”, basti pensare ai magnifici film di Hiroshi Teshigahara basati sugli scritti di Kobo Abe, vale a dire Pitfall del 1962, Woman in the dunes del ’64 e The face of another del ’66). E così nel 1988 ci troviamo di fronte a due delle produzioni che hanno segnato l’inizio della produzione cyberpunk nipponica, e che hanno influenzato gran parte del cinema odierno della nazione del Sol Levante: parliamo di Tetsuo: The Iron Man di Shin’ya Tsukamoto e del film di animazione Akira di Katsuhiro Otomo. Ed è proprio dall’estetica del capolavoro ambientato a Neo Tokyo (oltre che dai rispettivi manga, evidentemente) che si genera, nel 1995, uno degli anime più rappresentativi della storia nipponica e della filosofia cyberpunk di ogni tempo: Ghost In The Shell (1995) di Mamoru Oshii.

ATTENZIONE: da qui in avanti saranno possibili degli spoiler!

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Ghost In The Shell (1995)

Siamo nel 2029; il pianeta si è completamente informatizzato e gran parte della popolazione ha installati nel proprio corpo degli elementi meccanici e robotici che ne migliorano le prestazioni, tanto fisiche quanto cerebrali. Le modifiche possono essere leggere, consistenti in pochi componenti informatici per velocizzare l’attività cerebrale, o radicali, con la sostituzione di gran parte degli organi biologici. È il caso del Maggiore Motoko Kusanagi, membro della Sezione 9 del corpo di polizia ed occupata con i colleghi nella caccia ad un fantomatico hacker, identificato sotto il nome di “Burattinaio”. Questo perché la sua attività criminosa prende forma attraverso la modifica e la manipolazione dei cervelli informatici delle sue vittime, alle quali impianta programmi illegali in modo da poterne controllare il comportamento. Dopo l’hackeraggio dal parte del Burattinaio di alcune cariche istituzionali, la Sezione 9 della polizia è sguinzagliata sulle sue tracce. Ovviamente il Burattinaio non si espone direttamente e si serve di ignare vittime da lui programmate per compiere i suoi crimini, fino a che un misterioso cyborg non viene catturato ed analizzato dai laboratori della Sezione 9. Contemporaneamente, il Maggiore Motoko Kusanagi esterna al suo più intimo amico e collega, Batou, alcuni dubbi di carattere esistenziale che la tormentano in profondità.

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Il film si apre con una sequenza che ha fatto scuola nell’ambito della cinematografia a tematica cibernetico/informatica: i titoli di testa si vanno formando da una sequenza di codici alfanumerici che riempiono lo schermo (Matrix dei fratelli – sorelle? – Wachowski copierà pari pari quattro anni dopo), inframezzando il linguaggio informatico verde fluorescente con scene dell’operazione che ha fornito un corpo quasi totalmente cibernetico al maggiore Motoko, immaginiamo in seguito ad un non meglio precisato incidente. Non è un caso che le prime scene del lungometraggio ci presentino l’assemblaggio del corpo robotico del Maggiore: la sua ricerca di identità e i dubbi riguardanti la sua autocoscienza saranno una parte fondamentale all’interno del messaggio ultimo del film. In un mondo che ormai difficilmente riesce a scollegare gli elementi organici e quelli inorganici, infatti, la ricerca del proprio Io e l’interrogarsi su cosa sia realmente umano e cosa realmente macchina fanno di Ghost in the shell un’opera sostanzialmente esistenzialista, facendo apparire un piccolo (grande?) barlume di filantropia in un mondo fatto perlopiù di intrighi politici e di mere preoccupazioni informatiche e funzionali.

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Il tutto è inserito e collegato alla vicenda fantascientifica di base, che fa da contesto e, ancor più, da palcoscenico, alla sottotrama filosofica: la caccia al misterioso hacker, il Burattinaio. È evidente fin dalle prime scene che ci troviamo immersi all’interno di una situazione politica piuttosto torbida: un importante ministro fa irruzione nel bel mezzo di un incontro privato nel quale un rappresentante di una nazione estera sta offrendo asilo politico ad un ingegnere cibernetico, dopo l’apparente fallimento di un misterioso progetto, denominato “Progetto 2501”. Al rifiuto del diplomatico estero di negare l’asilo politico all’ingegnere, come richiesto dal ministro, il Maggiore Motoko Kusanagi si trova obbligata ad intervenire, uccidendo il diplomatico ed impedendo al ministro di “sporcarsi le mani” in prima persona. Ma cos’è il Progetto 2501? Ed è in qualche modo collegato al preoccupante aumento dei casi di brain-hacking da parte del misterioso Burattinaio, che sta evidentemente cercando di deprogrammare le unità cerebrali di molti membri del governo centrale?

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Il film è sostanzialmente diviso in due fasi principali, in cui il focus della situazione cambia leggermente, ma dando vita a significati profondamente differenti. Se nella prima parte della pellicola ci troviamo di fronte a un thriller informatico con i fiocchi, in cui gli agenti della Sezione 9 si trovano ad inseguire, burattino dopo burattino, il misterioso personaggio che sta dietro a tutti i casi di deprogrammazione cerebrale, mostrandoci delle scene di azione magnifiche (veramente esemplare la sequenza della lotta tra il Maggiore e un complice, suo malgrado, del Burattinaio, in una pozza d’acqua artificiale), il ritrovamento improvviso di un corpo androide, misteriosamente autoprodottosi dalla catena di montaggio della maggiore azienda nazionale di cyborg, cambia radicalmente il punto focale del film. Lo svelamento dell’identità del cyborg e il suo trafugamento da parte di rappresentanti governativi coincide con il maestoso dispiegamento dell’interrogativo esistenzialista che è il cardine del lungometraggio di Oshii: cosa è umano? Cosa è cibernetico? Cos’è un ghost? Da dove deriva l’autocoscienza, la consapevolezza di sé? Quali limiti possiamo porre al concetto di vita?

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Il Burattinaio si rivela essere nient’altro che un’entità informatica illegale ideata e progettata dal governo stesso (il fantomatico Progetto 2501) con lo scopo di hackerare le unità cerebrali di esponenti politici esteri e di condurre politiche di spionaggio industriale secondo i propri fini. Ciò che gli ingegneri non avevano previsto era che questa entità cibernetica acquisisse una sua sorta di autocoscienza. Un bug del programma, di questo si trattava secondo gli ingegneri governativi, niente di più. Certo è che il confine tra umano e non umano è molto flebile e nebuloso, specie in un contesto in cui la gran parte degli esseri umani possiede impianti robotici all’interno del proprio corpo ed in cui il livello di tecnologia conduce un programma a sviluppare ciò che ci rende esseri umani consapevoli di esserlo: l’identità. Il Burattinaio passa sostanzialmente dall’essere carnefice al semplice diventare soggetto della rivendicazione di quello per cui secoli di Storia umana si sono battuti: il riconoscimento dell’autocoscienza e il diritto alla vita, trascendendo i limitati confini della vita umana per accoglierne di più ampi in quella dettata unicamente dalla propria curiosità esistenzialista, che provenga da un’anima umana o da un ghost semi-cibernetico.

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Dal canto suo, il Maggiore Motoko Kusanagi si trova a sviluppare un sentimento sostanzialmente parallelo a quello rivelato dal Burattinaio. Sappiamo che il corpo del maggiore è quasi totalmente robotico, e lo sa lei stessa. Ne nasce il dubbio insanabile e struggente: e se l’Io umano fosse già morto da tempo (nell’incidente misterioso in seguito al quale il corpo le è stato meccanizzato), e non rimanesse altro che la macchina? Come distinguere un ghost umano da una esperienza simulata frutto della pura informatica? Anche i ricordi si possono ricreare: si ha modo di distinguere l’identità umana dall’autocoscienza cibernetica? O, ancor di più, è possibile fare una distinzione tra le due cose? Domande che hanno fatto di Ghost in the shell un capolavoro irripetibile, tanto di fantascienza quanto di analisi umana e filantropica. Quello a cui giungono il Burattinaio e il Maggiore sarà una catarsi e un superamento degli angusti limiti della vita umana o cibernetica, per raggiungere una nuova, inesplorata, forma di vita, umana e cibernetica al contempo, in cui ci si trova di fronte a nuove, infinite, possibilità, in cui la continua trasformazione ed evoluzione non porta ad altro che all’assoluta identità, illimitata e imperitura.

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Più di una parola sarebbe da spendere sul lato puramente visivo, curato veramente in modo impeccabile. Le tavole sono meravigliose, le animazioni anche; il livello qualitativo è ai massimi livelli. Il colpo d’occhio sulla futuristica e desolata città in cui è ambientata la vicenda è da lasciar senza fiato. Insegne colorate, palazzi altissimi e spersonalizzanti, vicoli in disfacimento, neon abbaglianti: uno scenario post-apocalittico che ha un significato che va oltre al semplice lato grafico “alla Blade Runner”. Gli scheletri di cemento dei palazzi in costruzione, le inquadrature prolungate sul landscape urbano a metà tra la distruzione e l’innovazione non fanno altro che porre l’accento sulla dicotomia tra cyborg e ghost: la città stessa è in decomposizione/ricostruzione, così come lo è la nostra consapevolezza e il nostro concetto di autocoscienza.

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Tanto per capirci, Ghost in the shell è uno degli anime (e anche dei film di fantascienza in generale) migliori che siano mai stati realizzati, tanto per il comparto tecnico quanto, e soprattutto, per il peso e la qualità filosofica che si portano appresso: non è di certo semplice trattare del significato del concetto di vita, e farlo con questa autorevolezza e con questo vigore è qualcosa che si confà solamente ai capolavori più grandi. Meraviglioso.

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Ghost In The Shell – L’attacco dei cyborg (2004)

Anno 2032, tre anni dopo i fatti narrati nel primo capitolo della saga. Le città sono sempre più piene di cyborg e la tendenza a sostituire parte o addirittura tutto il proprio corpo biologico con componenti robotiche sta crescendo ancor di più tra gli umani. Anche in Batou, della Sezione 9, storico amico del Maggiore Motoko Kusanagi scomparsa alla fine del lungometraggio precedente, non è rimasto altro di organico che parte del cervello ed un ghost umano. A dare il via alla vicenda è una misteriosa serie di omicidi da parte di cyborg di compagnia dalle fattezze femminili ai danni dei loro padroni. I ginoidi, questo il nome del particolare tipo di droide dalle mere funzionalità sessuali, paiono impazziti e, dopo aver ucciso i propri padroni, sembrano addirittura voler autodistruggersi. Il brusco e disilluso Batou viene assegnato al caso insieme al precedente partner di lavoro del Maggiore Kusanagi, il giovane Togusa, il cui corpo è ancora quasi del tutto biologico. I due vengono a conoscenza del fatto che nei corpi dei ginoidi impazziti si trovano tracce di qualcosa simile ad un ghost umano: si tratta probabilmente di duplicati illegali di reali ghost biologici. Nel frattempo un ispettore assegnato all’indagine sull’azienda produttrice dei ginoidi difettosi, la Locus Solus, viene trovato assassinato, probabilmente dalla Yakuza. Ma nell’indagine per scoprire la verità anche il cyberbrain dello stesso Batou viene sabotato, facendogli vivere esperienze simulate che rischiano di mettere a rischio Togusa e l’intera indagine.

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Presentato addirittura in concorso al Festival di Cannes del 2004 (si tratta solamente del sesto film di animazione mai entrato nella selezione ufficiale del prestigioso festival francese), Ghost in the shell – L’attacco dei cyborg ha il grande merito di posizionarsi all’interno del macro-mondo generato dal capitolo precedente senza scopiazzarne di sana pianta la trama, anzi, e senza adagiarsi nel solco dello smisurato successo da esso ottenuto. Oshii coraggiosamente non ha evitato di inserire elementi ambiziosi ed innovativi all’interno di un universo cinematografico che aveva evidentemente già raggiunto una vetta che sarebbe stato difficile, se non impossibile, eguagliare; il risultato è decisamente più che positivo, dal momento che questo film non sfigura affatto accanto al suo predecessore, che pur rimane senza dubbio inarrivabile, e che spinge il discorso esistenzialista (protagonista nel prequel) su sfumature originali ed innovative.

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Fin dal principio ci troviamo avvolti nella stessa atmosfera claustrofobica e futurista del primo capitolo, e le magnifiche composizioni di Kenji Kawai, dal tono solenne e post-apocalittico, ci fanno sentire piacevolmente “a casa”. Eppure Oshii ci tiene a far capire che quello che stiamo per vedere non è un semplice sfruttamento parassitario di Ghost in the shell e della sua trama: i cyborg commettono omicidi. Mentre nel primo capitolo l’elemento negativo derivava sostanzialmente dalla natura egoistica e utilitaristica dell’uomo di potere, qui la violenza parte direttamente dal cyborg. E non un tipo di cyborg qualunque, bensì un androide pensato unicamente per soddisfare i desideri sessuali del proprio possessore. Specialmente alla luce delle fondamentali e illuminanti conclusioni del primo capitolo riguardanti l’autocoscienza e il concetto di umanità che possono permeare le macchine stesse, cosa ci può essere di più barbaro e spersonalizzante di un semplice utilizzo come bambola da piacere, da utilizzare, sfruttare e gettare via? Ma il vero orrore ed il vero delitto sopraggiungono alla scoperta che nei corpi degli sventurati droidi sono impiantati dei ghost danneggiati di derivazione umana, per rendere i sex-cyborg ancora più realistici ed appetibili agli occhi dei perversi compratori.

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L’approfondimento del tema della macchina e del suo sfruttamento attraverso l’argomento dello sfruttamento sessuale è originale e particolarmente azzeccato ed è la testimonianza di quanto si diceva in precedenza, ossia dell’effettiva decisione di Oshii di non voler vivere di rendita ma di rimettersi in gioco con un’idea stimolante (merito chiaramente del manga di riferimento di Masamune Shirow) all’interno di un macro-mondo consolidato e vincente come quello di Ghost in the shell. Non mancano ovviamente elementi di contatto con il capitolo precedente, come la maestosa ambientazione e la presenza del cyber-hacking, nonché della questione esistenziale riguardante il concetto di vita sospeso tra le sponde del puramente umano e del puramente cibernetico; d’altra parte, non mancano nemmeno scene memorabili e meravigliose. Mi riferisco in particolare alla ricorsiva scena nel misterioso palazzo dell’hacker Kim, che confonde Batou e Togusa con una serie di esperienze simulate nel loro cyberbrain in cui la realtà diventa impossibile da distinguere rispetto alla simulazione informatica ed in cui dei sibillini discorsi filosofici riguardanti i limiti dell’uomo e quelli del cyborg contribuiscono a creare certamente la scena migliore del lungometraggio.

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Particolarmente interessante da un punto di vista introspettivo ed esistenzialista è anche la questione sollevata nell’estremo finale. Nel corso dell’evoluzione della vicenda, veniamo a conoscenza del fatto che la Locus Solus, produttrice dei ginoidi, si serviva della Yakuza per sequestrare ragazze in carne ed ossa dalle quali duplicare all’infinito il ghost ed inserirlo all’interno dei cyborg destinati alla perversa vendita. Tuttavia l’ispettore trovato assassinato nelle prime fasi della vicenda aveva scoperto l’inumana operazione condotta dall’azienda, forse grazie ad un collegamento con una delle ragazze sequestrate, ed era riuscito a sabotare il processo di duplicazione del ghost dei ginoidi, causando i loro malfunzionamenti e la serie di omicidi-suicidi da cui parte il film. Quello che l’ispettore aveva in mente era di sfruttare i malfunzionamenti dei cyborg per attirare l’attenzione dei Servizi Segreti, in particolare della Sezione 9, e indurre un’indagine nei confronti della Locus Solus, per riuscire a liberare le ragazze sequestrate. Come vedremo, l’idea giunge alla conclusione sperata e le ragazze sono liberate. Ma a spese di chi? Quanto morale è servirsi dei cyborg iniettando in loro un ghost malfunzionante e portandoli a soffrire tanto da darsi la morte, tutto a costo di salvare le prigioniere? In fondo, un comportamento del genere non è molto diverso da quello di chi ritiene un cyborg una mera macchina priva di identità ed autocoscienza, e che dunque è convinto che la loro esistenza (esistenza, non vita!) valga meno di quella delle ragazze umane.

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Unica nota leggermente stonata, l’utilizzo della computer grafica in alcuni particolari in vece del disegno tradizionale. Trovo che sia decisamente limitante e immotivato l’utilizzo della CG in un film di animazione pensato prevalentemente per la realizzazione attraverso il disegno: utilizzando un mezzo con cui sostanzialmente tutto può uscire dalla penna del disegnatore ed essere curato nei minimi dettagli, perché affidarsi ad un limitato e di certo non superlativo comparto computerizzato per la resa di alcuni particolari? Ad ogni modo, è possibile che sia solamente mio personalissimo gusto, e comunque l’indecisione sulle parti in CG non inficia assolutamente sulla magnificenza grafica del resto del film. Ah, e comunque potrebbero anche venirmi a dire che l’utilizzo della CG è giustificata dalla compenetrazione, anche a livello metacinematografico, oltre la dimensione della vicenda, delle componenti analogiche e digitali, la stessa compenetrazione che è concetto basilare del film stesso. In un’ottica del genere, perché la CG dovrebbe avere valore inferiore al disegno tradizionale? Magari sono solo paranoie da bar, ma giusto per non saper né leggere né scrivere, io alzo le mani e me ne sto muto.

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In conclusione, Ghost in the shell – L’attacco dei cyborg si dimostra un prodotto validissimo e di qualità, una vera goduria tanto per chi ama il genere fantascientifico quanto per chi non ha intenzione di spegnere ili cervello davanti alla TV. I livelli del Ghost in the shell originale non vengono raggiunti nuovamente, ma poco importa. Quel che importa è che Oshii ha portato sul grande schermo il cyberpunk e l’esistenzialismo, e che li ha fusi insieme raggiungendo una forma di prodotto cinematografico di infinite possibilità e di essenza superiore: un po’ come fondere un Burattinaio ribelle ed un Maggiore introspettivo, no?

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Francesco Fabris