Tra Cinema e Pittura” si pone l’obiettivo di dare ai lettori un contenuto che possa stimolare sul piano cinematografico e storico-artistico, analizzando sotto questi due punti di vista delle corrispondenze presenti in scene, sequenze o inquadrature di pellicole le quali si sono ispirate, visivamente o concettualmente, ad opere pittoriche.


Giulietta degli spiriti” rappresenta un punto di snodo nella filmografia di Federico Fellini, in quanto suo primo lungometraggio a colori. Il colore appunto, è un fattore da non sottovalutare, nelle mani di un regista che ha fatto del barocchismo il suo marchio di fabbrica. Proprio in virtù dell’entrata di questo nuovo elemento nella produzione del regista il comparto fotografico assume dei toni molto pittorici e decorativi, fino ad arrivare anche alla pedissequa(nei limiti del possibile) corrispondenza cromatica.

Autore: Franz Von Stuck(1863-1928)

Titolo: Il peccato(Die sünde)

Data: 1900 ca

Ubicazione: Museo delle arti e dei mestieri, Zagabria

Tecnica: Olio su tela

È necessario sottolineare che Franz Von Stuck dipinse numerosissime versioni di questo soggetto, molte delle quali commissionate; non è dunque inusuale trovarsi davanti a diverse composizioni della stessa scena, facendo qualche ricerca sul web.

Una donna, nuda e con sguardo ammiccante, fissa lo spettatore insieme ad un serpente, il quale corpo è attorcigliato a quello di lei, fino a posarsi sulla sua spalla. Entrambe le figure vengono fuori da uno sfondo quasi interamente nero, lasciando in luce proprio le parti anatomiche sensuali e intime della donna, in una posa studiata proprio per esaltare determinate curve, creando un moto ascensionale a spirale dato principalmente dal serpente, che porta lo sguardo dello spettatore a seguire le linee compositive dal basso verso l’alto, fino ad arrivare agli sguardi estremamente penetranti dei due soggetti. Unico altro elemento in luce è un appoggio di colore rosso nella parte destra del dipinto.

Opera più famosa di Von Stuck, il dipinto rappresenta un capovolgimento dei canoni di quel tipo di arte e una spallata devastante al perbenismo e al moralismo della società del tempo, con particolare veemenza – ovviamente – verso la religione.
Sebbene sia una rappresentazione universale del concetto del male e dell’approccio del male verso l’uomo, è chiaro che i due soggetti rappresentati siano Eva e Satana sotto forma di serpente. L’episodio della Genesi viene però qui stravolto concettualmente da un artista che pone non più Eva come vittima del peccato, ma come elemento attivo dell’atto dell’inganno e della fatalità del demonio. È nuda, in una posa seducente e con sguardo provocante, incarnante lo stereotipo(oppure dovrei dire – essendo la donna “prima” – il prototipo) della femme fatale, cinta dai colori tipici del male e della lussuria/seduzione: il nero ed il rosso.
Il serpente invece è simbolo del male più oscuro e malvagio, dallo sguardo aggressivo e dai colori che diventano un tutt’uno con l’oblio dello sfondo.

Il pittore fa appello a tutte le sue doti tecniche per far si che il dipinto restituisca una forte sensazione di realismo, rendendo quasi tangibile e udibile la voce dei due protagonisti chiamare a sé lo spettatore. Questa composizione, in aggiunta alla genialità nel ribaltare le convenzioni compositive, conferisce all’opera un valore inestimabile ed indispensabile per tutti gli artisti successivi, molti dei quali prenderanno a piene mani non tanto dalla struttura visiva o concettuale del dipinto in sé, quanto più dall’idea stessa alla base di tale produzione artistica. Innovativa, geniale, peccaminosa.

La storia di Giulietta infatti si muove attraverso il peccato, i vizi, le paure e i desideri più profondi della sua anima, materializzatisi in figure reali, in carne ed ossa, in movimento.

Essendo Fellini un regista estremamente vicino alla dimensione onirica-surreale, la sua rappresentazione del dipinto di Von Struck può “permettersi” di essere perfettamente identica alla sua controparte pittorica, complice ovviamente la possibilità di “colorare” la scena e la qualità tecnica di Gianni di Venanzo, direttore della fotografia che mette in mostra tutto il suo estro artistico in un film che è un tripudio di colori e di immagini decorate fino all’eccesso. Assieme ad altri personaggi presenti nella scena(è presente addirittura una riproposizione della Venere di Sandro Botticelli, della quale – in un contesto diverso ovviamente – ho parlato QUI), è “compito” di questa femme fatale di incarnare una delle sfaccettature di Giulietta(appunto il peccato), la tentazione di abbandonarsi ai piaceri della carne in risposta – quasi bambinesca – al tradimento di suo marito. Una dimensione mentale che viene personificata e resa presente nel tempo e nello spazio(tant’è che il moto ascensionale delle linee compositive del dipinto viene qui riproposto attraverso il movimento stesso dei due corpi, unti e scivolosi).

Interessante è notare proprio la dimensione religiosa della storia di Giulietta e dell’intera pellicola, che viene fuori in questa scena nel momento dell’allontanamento di tutti i “demoni” interiori della protagonista, i quali non vengono sconfitti o abbattuti, ma semplicemente allontanati in seguito alla presa coscienza di lei della reale essenza degli “spiriti“, ovvero “semplici” prodotti della propria mente. Al peccato in particolare – e dunque al male, se inteso in chiave cristiana – si può resistere solo nel caso in cui ci sia una consapevolezza del fatto che il frutto che il tentatore ci offre non è “buono da mangiare“, “gradito agli occhi” e “desiderabile“(cito i 3 termini utilizzati nel libro della Genesi).

Il peccato” di Franz Von Stuck dunque non si limita ad una semplice rappresentazione biblica o ad una banale provocazione fine a sé stessa, ma racchiude in sé dei concetti universali e propri di ogni uomo, al di là della religione, intrinseci nella psiche di ogni persona, in quanto il male è un’entità trascendentale che prende però forma nel singolo, unico e vero padrone degli “spiriti“. Semplicemente spesso non se ne ha la consapevolezza.