Tra Cinema e Pittura” si pone l’obiettivo di dare ai lettori un contenuto che possa stimolare sul piano cinematografico e storico-artistico, analizzando sotto questi due punti di vista delle corrispondenze presenti in scene, sequenze o inquadrature di pellicole le quali si sono ispirate, visivamente o concettualmente, ad opere pittoriche, in aggiunta ad intere pellicole dedicate agli artisti(biopics) attraverso le quali avvicinarsi in maniera più ampia sebbene meno approfondita ad essi.


Lo scoglio più grande da superare quando ci si accinge a girare un biopic che tenda a dare un quadro quanto più ampio della vita di un artista(in questo caso) è sempre la grandissima mole di “materiale” da trasporre nel pochissimo tempo a disposizione dato da un prodotto cinematografico accettabile. Sostanzialmente, portare su schermo la vita di qualcuno è qualcosa di estremamente complicato nel quale processo è necessaria un’oculatissima operazione di selezione e di impostazione narrativa al fine di risultare lineare nel racconto e soprattutto non superficiale.
Robert Altman qui si cimenta nel racconto di 2 figure inscindibili per natura – potremmo dire anche “per genetica” –, quella dei due fratelli Theo e Vincent Van Gogh, le quali esistenze si intrecciano e si mescolano in un rapporto che sa di famiglia e di battaglia.
Indubbiamente il protagonista della storia è proprio il pittore, attorno al quale si muove un mondo che non è adatto a lui, alla sua mente e alla sua instancabile volontà di disegnare e dipingere qualunque cosa colpisca la sua attenzione, con un ardore e una passione che nella storia dell’arte mai si è visto – ricordo che si posseggono, di Van Gogh, circa 2000 pezzi tra dipinti e disegni, ovvero una mole mastodontica di frammenti della sua anima e del suo percorso come artista.

Degno di nota è l’attenzione che il regista dedica al pittore e al costante rapporto tra egli e il mondo che lo circonda: lo zoom e il passaggio da piani ravvicinati ai campi lunghi è fondamentale nelle scene nelle quali vediamo Vincent dipingere: la camera si concentra sul suo viso, cercando di carpire l’emozione del personaggio di Tim Roth(splendido nella sua interpretazione, meraviglioso) per poi spostarsi sull’oggetto della sua emozione, il dipinto. Subito dopo uno zoom all’indietro mostra allo spettatore il reale soggetto del dipinto, mettendo a nudo il filtro attraverso il quale la realtà viene impressa su tela e fogli grazie alla sensibilità di Van Gogh. La sua arte non è una mera riproposizione della realtà, ma una manipolazione di essa tramite le sue sensazioni e il suo modo di percepirla(emblematica è la scena tra i girasoli, nella quale Altman adopera un montaggio peculiare che pone i girasoli come “spettatori” dell’arte di Van Gogh, che viene rappresentato dunque come qualcosa da ammirare durante il suo processo creativo. Ironico è pensare che di fatto è l’artista ad ammirare la natura, non il contrario).

La fotografia stessa del film tende ad emulare l’azzurro e il giallo che il pittore tanto adorava, passando da una luce “pittorica” ad una più naturale negli interni, fatta di candele e luce solare. Un contrasto e un passaggio continuo dunque tra l’arte e la realtà, sebbene questa distinzione sia da prendere con le pinze. Questi elementi mostrano chiaramente la cura di Altman per il film e il rispetto verso l’argomento affrontato: una pellicola che sa di cinema in ogni sua sfumatura, la quale ricorre agli stratagemmi e alle tecniche tipiche del mezzo per mettere in scena la sua storia; un connubio solido tra cinema e pittura è proprio ciò che rende Vincent & Theo un opera completa.
Non viene infatti omesso nulla – o quasi – della produzione artistica dell’olandese: la macchina da presa si sofferma sui suoi quadri, si concede numerosi zoom per consentire allo spettatore di osservare, procede lateralmente con carrellate più o meno lunghe accompagnando dunque il fruitore attraverso l’evoluzione pittorica di Van Gogh che va dall’arte giapponese a quella impressionista.


Nota: Van Gogh è, a mio avviso, il pittore “più orientale tra gli occidentali“. Rimando ad un mio precedente articolo di “Tra Cinema e Pittura” nel quale mi soffermo sul suo rapporto con Sogni(Yume)(1990) – Akira Kurosawa.


E’ proprio attraverso la proposizione di numerosissimi quadri che lo spettatore ha modo di farsi un’idea dello stile di Van Gogh, fatto di colore e linee di contorno marcate, pennellate dense e piene di colore, proprio quel colore che è stato il suo maggior interesse negli ultimi anni della sua vita, alla disperata ricerca di una serenità artistica e mentale che si è espressa con il suo splendido giallo unico al mondo, nei suoi girasoli, nei suoi campi di grano. Uno stile influenzato in primis dalle stampe Ukiyo-e, da Millet, Gauguin, Mauves. Uno stile che da un certo momento in poi si discosta completamente da quelli conosciuti fino a quel momento per diventare il precursore di quello che sarà chiamato successivamente “Espressionismo”. Uno stile che “sente” prima di “vedere”. Non è solo la testa a muovere le mani di Van Gogh, ma anche il cuore, la sua emotività e la potenza del suo talento innato.

 

La sceneggiatura è impostata in modo tale da permettere a chiunque di approcciarsi al film, qualunque sia la sua conoscenza della storia dell’arte e dell’artista, senza però mancare di regalare numerose chicche a chi già ha avuto a che fare con l’ambiente artistico del periodo: numerosi sono infatti i rimandi ad altri artisti e alle correnti pittoriche del periodo, senza però che ci si soffermi troppo risultando pedanti e inutilmente elitari. La ricostruzione storica dunque è atta completamente a contestualizzare la condizione di un pittore unico nel suo genere e non a fornire un quadro didascalico del periodo nel quale è calato.

Se ne deduce dunque che in primo piano vi è la vicenda, la fruibilità di ciò che viene narrato, l’attenzione che il film riesce a suscitare nello spettatore, complice un chiaro ritratto dei due personaggi principali, visti sotto tutti i punti di vista, inquadrati – fisicamente e concettualmente – da ogni angolazione. La dualità del loro rapporto è proprio ciò che muove gli eventi e la grande capacità dello sceneggiatore viene fuori nella sua totale potenza espressiva, “dipingendo” due uomini in maniera così chiara e limpida(nelle loro contraddizioni, si intende) da mettere qualunque spettatore in una condizione ottimale di fruibilità.
Se si volesse trovare un difetto nella pellicola si potrebbe far riferimento ad alcuni passaggi temporali e spaziali non particolarmente chiari soprattutto per chi non ha nessuna conoscenza pregressa riguardo la vita del pittore: essi sono infatti relegati a delle semplici linee di dialogo scritte semplicemente per non mancare completamente di sottolineare alcuni cambiamenti nella storia. Difetto ovviamente opinabile in quanto, ritornando alle prime righe di questo articolo, la seria difficoltà nel trasporre la vita di un uomo implica dei tagli necessari che è giusto ricordare ma che sarebbe stato inopportuno sviscerare.

Questo Vincent & Theo vede contrapporsi due aspetti differenti del mondo dell’arte: il processo creativo e la vendita. Il film si concentra – grazie soprattutto alla presenza di Theo – sul commercio dell’arte, contrapponendolo alla condizone di Van Gogh, pittore che sebbene risentisse del suo insuccesso economico, non aveva altro interesse se non l’arte.


Nota: Van Gogh nella sua intera vita ha venduto UN SOLO quadro. Alla luce del fatto che la sua produzione conta circa 2000 pezzi, questo numero è indescrivibilmente svilente per un artista la cui qualità è indiscutibile nella maniera più assoluta. La scena iniziale del film, infatti, mostra l’asta per “I Girasoli“, venduti per 22,500,000 sterline.


Concludo questo articolo lasciando il testo di una canzone di Don Mclean: Vincent. Nella speranza che, chi non abbia mai avuto “contatto” con questo artista possa scoprirlo e, chi già lo ha fatto, possa ri-scoprirlo, sotto chiavi di lettura diverse(musicale e cinematografica) ma sempre rispettose di quello che è, a mio avviso, il più grande pittore di tutti i tempi.

Starry, starry night
Paint your palette blue and gray
Look out on a summer’s day
With eyes that know the darkness in my soul

Shadows on the hills
Sketch the trees and the daffodils
Catch the breeze and the winter chills
In colors on the snowy linen land

Now I understand
What you tried to say to me
And how you suffered for your sanity
And how you tried to set them free

They would not listen, they did not know how
Perhaps they’ll listen now

Starry, starry night
Flaming flowers that brightly blaze
Swirling clouds in violet haze
Reflect in Vincent’s eyes of china blue

Colors changing hue
Morning fields of amber grain
Weathered faces lined in pain
Are soothed beneath the artist’s loving hand

Now I understand
What you tried to say to me
And how you suffered for your sanity
And how you tried to set them free

They would not listen, they did not know how
Perhaps they’ll listen now

For they could not love you
But still your love was true
And when no hope was left in sight
On that starry, starry night

You took your life, as lovers often do
But I could’ve told you Vincent
This world was never meant for
One as beautiful as you

Starry, starry night
Portraits hung in empty halls
Frame-less heads on nameless walls
With eyes that watch the world and can’t forget

Like the strangers that you’ve met
The ragged men in ragged clothes
The silver thorn of bloody rose
Lie crushed and broken on the virgin snow

Now I think I know
What you tried to say to me
And how you suffered for your sanity
And how you tried to set them free

They would not listen, they’re not listening still
Perhaps they never will.