Se il cinema horror è ancora vivo e vitale nonostante hollywood continui a sfornare decine di pellicole indegne del genere, ciò lo si deve anche – l’horror asiatico, che continua su alti livelli, è un capitolo a sè stante – alle produzioni australiane. Dalla terra dei canguri e dei koala sono giunti, nelle sale di tutto il mondo, film come Wolf creek e Wolf creek 2 (sopratutto!), Rogue, Wyrmwood, The Tunnel e il capolavoro Babadook. Pellicole “sporche” e crude nella messa in scena, curate nella scrittura e nella regia, che sanno spaventare e divertire lo spettatore rispettando gli stilemi del genere ma, allo stesso tempo, senza cadere in odiosi e persistenti clichés. The loved ones (2009), il primo lungometraggio del regista Sean Byrne, può essere inserito a pieno titolo all’interno di questa lista di meritori horror australiani.

Brent è un ragazzo introverso da quando suo padre è morto in un incidente stradale, proprio mentre lui era al volante. Mentre viaggiavano tranquillamente in macchina parlando del più e del meno -dialoghi preziosi per noi spettatori, che tratteggiano già i personaggi – in mezzo alla strada compare un ragazzo ferito e ricoperto di sangue e Brent, nel tentativo di schivarlo, perde il controllo e va a sbattere contro un albero. Dopo l’incidente, l’unica certezza e fonte di felicità per Brent è la sua ragazza, Holly, con la quale ha in programma di andare al ballo di fine anno. Ma il giorno prima, il ragazzo viene avvicinato da una sua compagna di classe, Lola Stone, che gli chiederà di andare al ballo con lei. Brent rifiuta gentilmente la richiesta, non consapevole purtroppo di aver firmato la sua condanna. Brent viene rapito dal padre di Lola e costretto a partecipare ad un grottesco prom (il ballo scolastico) fatto in casa, legato mani e piedi ad una sedia e totalmente in balia dei folli e sadici capricci di Lola.

The loved ones devia subito dai consueti binari dell’horror contemporaneo, il quale spesso dispone gli elementi di tensione e violenza in un crescendo graduale e spesso prevedibile. Dopo poche sequenze introduttive, utili a dare l’indispensable background dei personaggi, l’orrore erompe molto presto sullo schermo con il rapimento di Brent e le sevizie a cui viene sottoposto. Un orrore che proviene non tanto e non solo dalle scene puramente gore – ben fatte e costruite con una certa originalità, ma che non si spingono mai verso l’eccesso – ma sopratutto dal contesto ambientale in cui tali scene sono calate: la squallida casetta di campagna in cui Lola e il padre vivono insieme a quella che probabilmente è la madre della ragazza, “Occhi Splendenti”, una donna che vegeta in stato catatonico in seguito ad una lobotomia, ovverro alla procedura a cui Lola sottopone tutti i suoi “ospiti”, i cavalieri del ballo da lei scelti. Procedura che viene eseguita con un trapano elettrico, ovviamente.

Allo spettatore più attento non sarà certo sfuggito il forte richiamo a Non aprite quella porta, il capolavoro di Tobe Hooper  del 1974. Una citazione palese e un chiaro omaggio in cui però si innestano alcune variazioni sul tema che impreziosicono e conferiscono spessore alla messa in scena di Sean Byrne.

Il ruolo di capofamiglia, che in Non aprite quella porta era di tipo patriarcale, in The loved ones è assunto da Lola, mentre il padre è un suo servile comprimario, ben contento di perpetrare qualunque crudeltà pur di soddisfare i desideri della sua – fin troppo! – amata figlioletta. Nel cult di Hooper l’opsite dell’allegra famigliola era una ragazza, mentre l’avvizzito e immobile “Nonno” ha il suo corrispettivo femminile in “Occhi Splendenti”. Infine, c’è un ulteriore elemento che lega “spiritualmente” le due pellicole: il riferimento a serial killer realmente esistiti. Come Tobe Hooper si era ispirato ad Ed Gein – che indossava le facce delle sue vittime e costruiva oggetti di arredamento con resti umani – per il personaggio di Leatherface, così Byrne ha senz’altro trovato in Jeffrey Dahmer una sicura fonte di ispirazione, dato che il celebre cannibale di Milwaukee praticava dei fori nel cranio con un trapano su alcune delle sue vittime, nel tentativo di renderle degli zombie al suo servizio.

Ed è prorpio lei, Lola (ottimamente interpretata da Robin Mcleavy), il pezzo forte del film. Con la sua faccia tonda e gli occhi grandi, il vestitino rosa confetto e la corona di plastica mentre brandisce un trapano elettrico, il personaggio di Lola raggiunge senza sforzi una iconicità che pochi altri personaggi dell’horror contemporaneo possono vantare. Una nuova, moderna e originale Leatherface. Una regia efficace ed un ottimo montaggio, che alterna con destrezza le scene di tensione con quelle più blande che riguardano gli altri personaggi, alzano ulteriormente il livello complessivo della della pellicola. La scrittura di The loved ones è solida e regge una narrazione coerente e compatta, la cui unica pecca è quella di non aver saputo collegare in maniera ottimale le storyline dei alcuni personaggi comprimari con la linea narrativa principale.

Per concludere, The loved ones è un horror divertente, sapientemente citazionista ed originale pur rimanendo intrinsecamente classico e che, se avesse osato di più nelle scene di tortura, sarebbe entrato di diritto nel club degli horror “dell’eccesso”.

Ennio Pitino