Siete in auto, in città. Magari è la coda di una calda giornata estiva che presto – si spera, ma poi non succede mai – svolterà in una serata magari un po’ più fresca. Sensi unici, semafori rossi, zone a traffico limitato vi incanalano nel grigiume urbano, l’aria viziata dell’abitacolo diventa sempre più insostenibile e vorreste solo mollare l’auto nel primo parcheggio nel quale è possibile sostare, uscire per sempre da quella ferraglia con inserti plasticosi. Ma poi, all’improvviso, alla radio parte quella canzone. E allora ciò che sta fuori si trasforma, i palazzoni si rituffano sotto le proprie fondazioni e vi sembra di beccare solo e sempre verdi, le altre auto continuano ad esserci, ma non si avventurano mai sopra la vostra linea di percorrenza. Quella canzone, di sicuro scritta e pensata per qualsiasi altro motivo, ha fatto partire un film nella vostra testa, ha permesso la vostra fuga dall’ordinario per un posto più bello. Nella geniale mente di Edgar Wright, per partorire questo suo ultimo lavoro, è successa una cosa molto simile. Il film nel quale si è trovato dentro – e che ha poi dovuto tirare fuori – era un heist movie, pieno di inseguimenti e rapine, e quella canzone era Bellbottoms della Jon Spencer Blues Explosion, tratta dall’album-capolavoro Orange del 1994. Dopo più di vent’anni però, e soprattutto dopo questo film, quella canzone non appartiene più principalmente a quel disco. Il talento visivo del regista britannico l’ha rapita per sempre e negli anni a venire – ne siamo certi – sarà ricordata come la colonna sonora della folgorante sequenza di apertura di questo Baby Driver. Vostro Onore, allego documentazione video, prova n° 1.

Baby (B – A – B – Y) è un giovane pilota specializzato in fughe post-rapina e lavora per Doc, un signore del crimine che commissiona grandiosi colpi a diverse bande di malviventi. La sua infanzia, segnata per sempre dall’incidente in cui ha perso entrambi i genitori, lo ha trasformato in un ragazzo taciturno e semi-autistico, finché un giorno non conosce Deborah, una bella cameriera, che gli fa capire che può esistere una vita migliore al di fuori dallo sporco mondo del crimine. Per far ciò, però, sarà costretto a prendere parte ad un’ultima rapina che potrebbe rovinare per sempre il piano di una nuova vita insieme all’amata.

Già con la Trilogia del Cornetto il buon Wright ci aveva dimostrato che cosa era in grado di tirare fuori dalla personale rivisitazione dei classici generi cinematografici e in effetti, cosa può esserci di più classico di un soggetto come questo? Partendo dalla scarna struttura di pellicole d’azione come il cultone di Walter Hill The Driver (sulla quale si era già cimentato lo stesso Refn per Drive), il trattamento-Wright plasma a immagine e somiglianza della sua stessa maniera di fare Cinema l’archetipo dell’eroe silenzioso che lotta per fuggire da un mondo marcio verso una redenzione e un nuovo avvenire. Lo fa tramite una sceneggiatura sgasona e costantemente in crescendo, che in quanto tale non riesce ad evitare alcuni momenti di fuori-giri, ma soprattutto grazie ad una messa in scena che qui davvero per la maggior parte del minutaggio arriva a toccare la perfezione.

Il percorso di formazione del protagonista si articola attraverso le sequenze più d’azione, ovvero gli inseguimenti: si parte dall’iniziale esempio di pura fuga da anonime auto della polizia, a rispecchiare la percezione di estraneità di Baby da quel contesto, passando per episodi di maturazione rappresentati dall’inevitabile sporcarsi le mani col sangue altrui, per giungere infine alla definitiva crescita fatta di scelte irreversibili nell’inseguimento finale. E tuttavia, nonostante questa riuscita struttura narrativa, lo script a tratti soffre di qualche momento di stallo, sedendosi in particolare nel secondo atto, per poi ricominciare ben presto a correre inarrestabile verso il pirotecnico finale. Il motivo di ciò può probabilmente essere ritrovato nello squilibrio nei pesi specifici delle componenti filmiche: Baby Driver è infatti il primo lavoro di Wright in cui la regia domina e impera sullo script.

Ora, questo potrebbe anche essere un problema, non fosse che la messa in scena in questione è letteralmente una bomba al tritolo. Partendo dallo spunto dell’handicap uditivo del protagonista causato dall’incidente subito da bambino, Wright escogita il modo di riempire il sonoro della pellicola con una colonna sonora ricercatissima che assume un ruolo centrale nell’economia del film, tanto da diventare la principale voce di eventi e stati d’animo. Non solo, essendo anche la base musicale della vita di Baby, ne condiziona imprese e movimenti, come è chiaro fin dalla sopracitata prima sequenza o dai successivi titoli di testa da musical, con tanto di coreografia e scenografie che seguono i testi. In effetti il film può essere definito come un action-musical, con auto che impattano, copertoni che sgommano e perfino mitragliatori che sparano al ritmo della soundtrack che nelle varie situazioni ascolta, insieme allo spettatore, Baby. Certamente, – direte voi – questa è una soluzione non nuova al cinema di Edgar Wright. Chiaro, – dico io – ma qui è come se la scena delle stecche da biliardo al ritmo di Don’t stop me now in Shaun of the Dead fosse estremizzata all’ennesima potenza e diventasse il leit motiv dell’intero film. Dal punto di vista puramente registico l’inglese dimostra una consapevolezza nella composizione dell’inquadratura mai raggiunta prima, giocando spesso con gli elementi e i personaggi in scena, mostrandoli o nascondendoli grazie a piccoli movimenti di macchina. Le varie situazioni sono rese alla perfezione, sia nelle scene più dialogate sia negli inseguimenti e le sequenze d’azione – girate tutte dal vero con stuntman –, che anche grazie al ritmo assurdo tengono lo sguardo incollato allo schermo e fanno alzare più volte il culo dalla poltroncina.

Neanche ve lo sto a dire che i Maestri ritrovabili nelle soluzioni impiegate da Wright sono i più nobili in assoluto nel genere: si spazia dalle riprese action del già citato Walter Hill alle panoramiche aeree degli spazi urbani di Michael Mann, passando per il montaggio ritmato degli inseguimenti di Friedkin, fino a toccare anche punte di frenesia alla Peckinpah.
E la visual comedy? Quella non può di certo mancare in un lavoro del suo più grande interprete contemporaneo, ma è trattata coerentemente con l’idea alla base del film. Il che significa contenerla e centellinarla, ed in un certo senso impreziosirla fino a creare gag che andranno di diritto ad arricchire la lista di momenti cult del regista del Somerset. Su questo versante, fondamentale è l’apporto del comparto attoriale, che vede un perfetto Ansel Elgort nel ruolo del protagonista duro ma col viso ancora da adolescente e comprimari di lusso come il fascinoso rapinatore di Jon Hamm, l’eccessivo gangster da ghetto di Jamie Foxx e la sognante Deborah di Lily James. L’unico non in grado di lasciare il segno è proprio l’imbolsito Kevin Spacey, penalizzato anche da un ruolo uscito alla peggio già in fase di scrittura.

Insomma signori, anche a fargli le pulci stiamo parlando di uno dei film dell’anno, tra i migliori prodotti di genere dell’ultimo decennio che per qualche momento può sembrare addirittura traballante solo perché la perfezione con la quale parte e si sviluppa non è umanamente sostenibile sulla lunga distanza, ma che alla fine sa anche riprendersi e chiudere con cattiveria il conto. Edgar Wright con questo ultimo lavoro scaccia via tutti i possibili dubbi sul suo talento e offre un’apertura esplosiva di un nuovo ciclo nella sua carriera. Sarà pur banale parlare di Cinema puro fatto da gente che ama il Cinema, ma trovatemi voi al giorno d’oggi un signore che vi fa entrare nella sua macchina, vi gasa, emoziona e fomenta per due ore e vi lascia con la voglia di risalirci al più presto possibile. Baby Driver è soprattutto questo.

 

Alessandro Tiozzo (@AlexanderTioz)