Qualcosa si muove. Lo ripetiamo da un po’, qualcosa in Italia si sta muovendo. Il cinema, e in particolare quello di genere, sta faticosamente riemergendo dalle macerie della gloria che fu sino ai primi ’80. Qualche titolo? Smetto quando voglio, Song’e Napule, Anime nere, Non essere cattivo, Liberami, Veloce come il vento, Lo chiamavano Jeeg Robot, I figli della notte, solo per citare alcuni tra quelli arrivati fino alla sala negli ultimi anni: commedia, azione, noir, supereroi, auto da corsa, forse manca soltanto un grande horror-manifesto per riaprire definitivamente questo magico cerchio scaturito probabilmente dal coraggio e l’ardore di un trio di registi che qualche anno fa portarono in TV una piccola serie destinata a scombussolare le fondamente aride dello spettacolo in Italia: avrete già indovinato, trattasi di Boris. Ma su questa teoria, sul fatto che Boris sia stata assolutamente decisiva per ridare vivacità al nostro cinema ne parleremo, forse, in un articolo apposito.

Dall’universale andiamo verso il particolare: circa un annetto fa, un gruppetto di sceneggiatori, fumettisti, scrittori e cinematografari si è lanciato nella produzione di un film dalle prerogative quasi utopiche, per il momento che stiamo vivendo: andare nello Utah a girare un survival-movie con attori americani, poco più di un milione di dollari di budget (e questo è il dato più sorprendente), all’interno di una co-produzione transoceanica. Più o meno mentre Guaglione & Resinaro prendevano Armie Hammer e rimettevano in scena la guerra in Medio Oriente in un altro survival movie che non è passato certo inosservato (parliamo ovviamente di Mine), Ivan Silvestrini, Roberto Recchioni ed Elena Bucaccio prendevano Katrina Bowden e giravano Monolith, ovvero uno dei film italiani più americani mai fatti.

È doveroso premetterlo, se vi aspettate una pellicola anti-convenziale, sprizzante originalità e lontana dalle regole del cinema made in USA, Monolith non è ciò che fa per voi. Ma se vivete il cinema in modo sano, non disprezzate gli archetipi narrativi anglo-americani e soprattutto entrate in sala per lasciarvi catturare dentro ad una storia, allora potrebbe fare al caso vostro. La vicenda è quella di Sandra, una giovane madre ex-popstar che, figlioletto al seguito, decide di andare a fare visita al marito, un discografico sulla cui fedeltà Sandra nutre dubbi sempre più concreti. Il fatto è che per arrivare dal marito dovrà attraversare le classiche stradine americane immerse in lande desolate con la nuova auto del marito: si tratta di un veicolo di nuovissima generazione, una sorta di panic room con le ruote che è impossibile violare, un guscio di perfetta sicurezza amministrato da un’intelligenza artificiale di nome “Lilith” (con tanto di “occhio” alla HAL9000). Sandra investe un cervo, la macchina rimane bloccata e, per sbaglio, la Nostra si chiude fuori, col figlioletto all’interno: col sole desertico che batte inesorabile, sarà una corsa contro il tempo per cercare aiuto e salvare entrambi.

Monolith è un film per molti versi canonico, con una sceneggiatura di ferro che non sorprende mai per estrema inventiva ma che incastra ogni pezzo con precisione scientifica, cosa non da poco. Per quanto dai primi dieci-quindici minuti ci si possa prefigurare un tipo di conflitto alla Duel, il film di Silvestrini metterà in scena un doppio contrasto in cui la sfida tra uomini non c’entra. La nostra Sandra dovrà affrontare la natura, spietata e pericolosa, ma dovrà anche riuscire a portare quella stessa natura dalla propria parte dimostrando di essere di fatto anch’essa un animale, in modo da poter sfidare e vincere finalmente le insidie della tecnologia. Uno dei punti più interessanti del film è proprio il modo in cui le specie vengono suddivise: ai poli opposti troviamo natura e tecnologia, due enti distanti e che non si curano l’uno dell’altro; nel mezzo, l’uomo. Cos’è, del resto, l’uomo? Ha un raziocinio diverso rispetto agli animali, e ha col tempo piegato le leggi della natura per forgiare entità che compensino i limiti fisici dell’uomo stesso, ma non è certo una creatura fredda e infallibile come può essere Lilith (nome, tra l’altro, dalle inquietanti suggestioni vampiresche): ha emozioni, paure e istinti, su tutti quello di sopravvivenza. In questo senso, è sacrosanto che la portagonista sia una donna, che porta in sé la fertilità e la cura della nascita in modo ben più radicale di quanto faccia l’uomo. Il ruolo di Sandra sembra a lunghi tratti subalterno, passivo nel vivere la propria vita, pieno di rimpianti e frustrazioni sopite, ma pian piano si trasforma, coniugando ingegno e ancestrale furia animalesca per riuscire a sconfiggere (ma, attenzione, non distruggere: è una sfida, non una guerra) questi due grandi enti che in qualche modo la mettono nel mezzo. Natura, ovvero maternità e orgoglio, e tecnologia, ovvero evoluzione e calcolo: solo unendo gli stimoli di entrambe Sandra riuscirà a cavarsela.

Monolith è un racconto di formazione, la protagonista ha un arco narrativo ben preciso e prevedibile, ma sarebbe ingeneroso fissarsi su una scelta di costruzione del plot che punta chiaramente forte al mercato americano ed estero, decisione più che legitimma, oltre che astuta. D’accordo, magari non si tratta di un film capace di sconvolgervi, ma il modo in cui la Bucaccio e Silvestrini hanno orientato il discorso kubrickiano dell’intelligenza artificiale in relazione ad una donna in preda a dubbi d’ogni sorta, è senza dubbio intrigante. Inutile poi stare a citare i vari rimandi al Monolite di 2001, da cui si trae però ispirazione prevalentemente estetica ed iconografica, perché la presunta “ribellione” della macchina è vista stavolta in un senso molto più casuale e soprattutto intimo, rispetto alla prospettiva magniloquente di Kubrick.

Appare piuttosto chiaro come tutti i risvolti dell’avventura andranno ad incanalarsi nell’evoluzione caratteriale della protagonista, imprigionata già dall’inizio in una vita che gli tarpa le ali e fondamentalmente la annoia. Il corrispettivo con la sicurezza dell’auto, così estrema da essere ossessiva, è congegnato perfettamente, e in fondo Monolith è un film pieno di speranza che ci invita ad accettare il rischio, a comprendere il fatto che non tutto si può controllare e che la prospettiva perpetua di assoluta protezione e certezza non aiuta nessuno ed anzi, può essere una pericolosa arma a doppio taglio.

Le musiche sono molto azzeccate, l’azione è girata con mestiere e, cosa fondamentale, non c’è niente di edulcorato, di ripulito per l’occasione: è un film di sopravvivenza, e allora ci sono terra e polvere ovunque, c’è la pelle arsa dal sole, c’è il tettuccio dell’auto che scotta quando Sandra tenta di salirvi sopra. Si sente il caldo, si sente l’esasperazione, si sente il coinvolgimento sia emotivo che puramente sensoriale nei confronti di ciò che si muove sullo schermo.

Si poteva osare di più? Forse sì. Ma al netto di tutto quanto, tanto di cappello.

Arturo Caciotti