Tra Cinema e Pittura” si pone l’obiettivo di dare ai lettori un contenuto che possa stimolare sul piano cinematografico e storico-artistico, analizzando sotto questi due punti di vista delle corrispondenze presenti in scene, sequenze o inquadrature di pellicole le quali si sono ispirate, visivamente o concettualmente, ad opere pittoriche, in aggiunta ad intere pellicole dedicate agli artisti(biopics) attraverso le quali avvicinarsi in maniera più globale sebbene meno approfondita ad essi.



Zdzisław Beksiński è stato un pittore unico nel suo genere, con uno stile estremamente riconoscibile e che lo ha reso una personalità artista molto interessante. The last family non vuole raccontare però la sua arte. L’approccio del regista è personale e da vita ad un film che, chiuso nelle quattro mura domestiche, racconta la “assurda” vita della famiglia Beksiński dagli anni ’70 fino alla morte dell’artista, nel 2005. Proprio attraverso questa descrizione lo spettatore riesce ad avere un’idea – nel complesso – di che persona fosse il pittore e proprio grazie a questa potrà approcciarsi alla sua arte in maniera più consapevole


Nota: metterò nel corso dell’articolo le opere mostrate nel film, ad eccezione di una sola che non sono riuscito a trovare, nell’immensa quantità di dipinti presenti in rete ed estremamente difficili da trovare in quanto Beksiński non ha mai dato un nome alle sue creazioni (la maggior parte – inoltre – è senza data).


I lavori di Beksiński, come scritto poco sopra, sono facilmente riconoscibili e inquadrabili in uno stile unico. Da quelli figurativi a quelli paesaggistici la sensazione di angoscia e la costante sensazione di trovarsi in un vero e proprio incubo la fanno da padrone, mettendo davanti il fruitore a paesaggi deserti, aridi, erosi. Figure mutilate, contorte, scheletriche, intrecciate. Mi sono fatto un’idea di Beksiński che voglio esporre attraverso dei paragoni con altri artisti che spero possano tracciare delle linee – seppur molto generiche e abbozzate – utili a comprenderne lo stile (questo implica anche il fatto che tali paragoni – giocosi, oserei dire – devono essere presi per quello che sono). Beksiński è Caspar David Friedrich; la natura del pittore tedesco lascia il posto però a paesaggi infernali, e la sublime maestosità del mare di nebbia diventa la terribile desolazione di una terra devastata. Beksiński è Salvador Dalì; l’esplosione di colori e la libera associazione onirica lascia però il posto a delle tinte bruciate, arse e consumate, e il forte realismo del pittore spagnolo nel deformare oggetti ed esseri in strane e barocche forme lascia il posto ad una tecnica sopraffina asservita alla rappresentazione di orrende creature in cupi e oscuri ambienti; creature sfregiate, appiccicate, sofferenti. Beksiński infine è William Turner (del quale ho parlato nell’ultimo capitolo di “Tra Cinema e Pittura“: Mike Leigh incontra William Turner.): la luce dei tramonti e delle albe dipinte di ocra e rosso spalmata ferocemente sulla tela a simboleggiare la natura divina di essa lascia il posto però alle sfumature infuocate di luoghi metafisici che sbranano i corpi e gli edifici e che fanno da sfondo al totale abbandono della serenità. Beksiński è tutto questo: una tecnica eccelsa e un controllo cromatico di livello più che elevato al servizio di una visione di un mondo tremendo frutto dei suoi incubi surreali (emblematica è la sua frase: «Vorrei dipingere come se fotografassi sogni»)


Nota: ciò che sto per scrivere riguarda delle voci, una “leggenda” se vogliamo. Si dice che Beksiński ebbe un incidente in auto – rimase bloccato su un passaggio a livello non custodito – che gli causò uno stato di coma di 3 settimane (e una non breve convalescenza) nelle quali disse di aver «visto l’inferno» e che solo attraverso la sua pittura sarebbe riuscito a “razionalizzare” gli incubi che per giorni e giorni martoriarono il suo sonno.


Non ho abbastanza informazioni per poter discutere sulla veridicità di questa storia, sono molto propenso però a crede che il pittore debba aver avuto per il resto della sua vita dei sogni veramente orrendi. Concepire certi soggetti e certi ambienti secondo un processo creativo razionale e volontario è qualcosa di veramente improbabile. Non si decide di dipingere cose di tale complessità semplicemente per esercizio di stile. Idea strettamente personale,questa.


Ritornando al film: ciò che viene messo in luce è il rapporto parecchio strano tra i membri della famiglia, in particolare in relazione al figlio del pittore, con disturbi mentali che lo rendono una sorta di mina vagante per casa. Un “problema”, questo, affrontato in maniera destabilizzante – per lo spettatore – da parte di Beksiński che sembra assolutamente insensibile verso i suoi atteggiamenti. Da una sorta di impassibilità si passa poi a dei veri e propri gesti impensabili e quasi assurdi nella loro messa in scena. Se da una parte quindi l’immagine dell’artista è quella di un uomo molto simpatico, gentile e disponibile (la prima scena del film è particolarmente divertente nel suo essere perversa), dall’altra si ha il ritratto di un uomo così tanto lacerato dentro da sembrare di non aver altro che se stesso (negli ultimi anni della sua vita si chiuse in sé stesso a causa di una forte depressione).
La messa in scena è perfetta, senza sbavature di nessun tipo, giocata quasi esclusivamente all’interno di una casa nella quale i personaggi vengono sempre inquadrati attraverso delle porte, degli scaffali, dei muri, in una chiusura prospettica e compositiva che accentra l’elemento umano per annullare qualsiasi interferenza esterna: i personaggi vengono schiacciati al centro dell’inquadratura. Una fotografia fatta di colori grigi seppur luminosi fa il resto: non c’è realmente luce in casa Beksiński. Beninteso, ciò che il film mostra non è una condizione di decadenza e di sofferenza. Al contrario: al di là dei vari problemi l’artista e la sua famiglia vivono molto in contatto tra di loro, capendosi, gioendo per le vittorie personali che diventano collettive, supportandosi. Ciò che però si percepisce è un disordine più ampio del loro nucleo: un malessere più viscerale che, purtroppo, non viene sopraffatto per niente dal rapporto che lega i membri della famiglia e che porta inevitabilmente al crollo.


Riprendendo quindi le mie prime parole voglio ribadire quanto sia importare soffermarsi sulla vita del regista piuttosto che sulla sua arte: una capacità tecnica così elevata è frutto di una consapevolezza molto grande delle proprie capacità ed è indice di come l’artista non fosse per niente “impulsivo” nel dipingere. Le pennellate non sono grasse o veloci; le linee sono chiare e nette ; i chiaroscuri sono perfetti, l’uso del colore magistrale. Il film quindi “dipinge” un pittore che ha l’inferno dentro ma la grazia fuori. Un pittore che ha dato ordine al caos attraverso un rigore stilistico frutto di un controllo della pittura eccezionale. Proprio come nella sua vita, la sua arte si muove tra dolore e controllo (controllo che, come dice il protagonista nel film, tende sempre a ricercare; a differenza del figlio il quale, in maniera diametralmente opposta, tende ad allontanare). Tra incubo e realtà.

Ultima considerazione: non credo che le opere di Beksiński debbano essere interpretate. Non ci si trova davanti a Magritte, non ci si trova davanti a simbolismi o mediazioni. Guardare le sue opere è trovarsi davanti ad un’emozione pura, sezionata e collocata armoniosamente nello spazio. Ciò che si vede non è frutto di una riflessione, di qualcosa che deve essere mediato. L’artista non si presentò alla sua prima grande mostra, e questo secondo me è un segno non indifferente: non c’è nulla in questa arte che deve essere spiegata; queste opere non devono essere lette, devono essere sentite, ammirate, percepite. Percepire è tutto ciò che è concesso allo spettatore, nell’arte di chi ha dato forma all’informe.
È proprio questa la grandezza di Beksiński. Egli è riuscito a dipingere in maniera estremamente chiara ciò che per definizione non lo è. È riuscito a dare armonia al caos, ordine al disordine. Un vero e proprio esercizio di razionalizzazione e sistemazione. Un esercizio che può riuscire solo a chi è capace di vedere in maniera nitida certe cose e solo a chi è capace di riprodurle.

«Ricordo di aver visto un corpo nudo davvero terrificante, perché era cucito insieme, come se cadesse a pezzi[…]»
«Non è cucito o cade a pezzi ma è coperto.»

«E il paesaggio invece? La croce simboleggia l’eternità, giusto? È qualcosa di simile ad un essere umano. Non si può dire che sia un quadro felice.»
«Non è allegro, ma perché dovrebbe essere tragico?»
«Sembra che sia successo qualcosa di tragico.»
«Non lo so..»