Esistono film di guerra ed esistono film sulla guerra. Esistono cioè film che scendono alle radici del conflitto umano, e che si interrogano su cosa abbia portato gli uomini a fronteggiarsi e ad uccidersi: Orizzonti di gloria, Va’ e vedi, Apocalypse Now, Full Metal Jacket, La sottile linea rossa, No Man’s LandE poi ci sono film che affrontano situazioni e dinamiche di quella guerra, che diventa l’unico vero oggetto di interesse del film: Salvate il soldato Ryan, The Hurt Locker, Fury, Platoon. È chiaro che, tendenzialmente, il Vietnam è un appiglio più comodo per raccontare l’insensatezza e il dolore di un conflitto esasperato ed esasperante, mentre la Seconda Guerra Mondiale è più comoda per raccontare l’eroismo di chi si è sacrificato per salvare noi e la democrazia, anche se ci sono varie eccezioni a questa regola, oltre a film che parlano di altri conflitti. Quel che è certo è che l’ultima fatica di Cristopher Nolan appartiene alla seconda categoria, è un film che parla della Seconda Guerra Mondiale e che si concentra su una situazione precisa, quella della spiaggia di Dunkerque, dove i soldati inglesi e francesi aspettavano di tornare a casa circondati da tedeschi e caccia bombardieri.

L’avvenimento storico in sé è interessante, ideale per una poderosa costruzione drammaturgica: l’essere inermi di fronte al nemico, l’attesa, la fuga, la patria così vicina eppure irraggiungibile (“da qui si può quasi vedere l’Inghilterra…”), e non ultima la vergogna di dover correre in ritirata. Tanto materiale pronto per essere plasmato nelle mani esperte di uno dei registi più importanti ed influenti del nuovo secolo, Sir Cristopher Nolan, che stavolta firma da solo sia il soggetto che la sceneggiatura. E come prima cosa, ovviamente, decide di frammentare e scomporre le linee temporali, oltre alle linee narrative che si articolano seguendo più personaggi in situazioni e zone diverse. Dunkirk è un film che vuole parlare di tante cose, e che come al solito vuole anche stupire continuamente lo spettatore: intreccio molto complicato e cervellotico, grandi riprese IMAX che hanno il sapore del kolossal, e solenne etica patriottica. Questo è Dunkirk, che piaccia o meno.

Difatti, è inutile stare troppo a discuterne: è il solito film di Nolan, programmaticamente intricato e a tratti difficile da seguire (gli sbalzi temporali sono spesso ardui da riconoscere immediatamente, i personaggi sono simili fisicamente ed è facile confonderli, le stesse azioni sono vissute più volte da punti di vista diversi senza continuità), molto freddo e distante come approccio ma improvvisamente “caldo” ed “emotivo” quando la storia lo richiede, altamente spettacolare e strapieno di piccoli spiegoni in dialoghi serratissimi che, se lo spettatore è molto attento, aiutano a capire meglio cosa gli stia accadendo dinanzi. È una concezione di cinema abbastanza autoritaria, dove lo spettatore non ha modo di divincolarsi mai dalla mano pesantemente onnisciente del regista-Dio che manipola gli elementi con la brutalità di chi non deve niente a nessuno, di chi pretende di essere seguito e ascoltato con devozione incondizionata. Nolan spesso rifiuta ogni implicazione etica dell’immagine che propone, e parliamo di etica nei confronti di chi guarda il suo film, imponendo delle cose che le immagini effettivamente non rappresentano. Basta pensare alla sequenza dell’aereo di Tom Hardy nel finale, in cui c’è una sorta di colpo di scena completamente disonesto per cui alla fine è un caccia tedesco a finire in mare: così, semplicemente perché così è stato deciso e niente più. È un po’ come se, in un racconto giallo, alla fine il detective tira fuori un tizio mai visto e dice: “è lui l’assassino!”. Colpo di scena, senza dubbio, e non potrebbe essere altrimenti. Il problema di Dunkirk, ammesso che si voglia impelagarsi in una critica a quello che è il classico modo di agire di Nolan, è proprio il modo in cui l’autore si fa beffe dello spettatore, costringendolo a concentrarsi in una successione di sequenze artificiosamente difficili da collocare nel tempo e nello spazio della storia. Che sia il suo stratagemma per rendere il Tempo il vero nemico del film? Possibile, e le musiche di Hans Zimmer confermano la tesi. Ma è anche vero che questa tendenza a complicare sempre le cose è quasi un marchio di fabbrica del regista inglese, che per qualche ragione pare sì ossessionato dal tempo e la sua percezione (già dai tempi di Memento), ma anche dal rendere le cose più ardue possibili al proprio pubblico, senza per questo rischiare di indisporlo: è per questo che il cinema di Nolan è così spielberghiano (quantomeno nelle intenzioni) dal punto di vista delle caratterizzazioni e della solennità, ma allo stesso momento così strenuamente kubrickiano nella ricerca della distanza da grande racconto epico? Ed è per questa difficilissma coniugazione di intenti che film come Inception, Il cavaliere oscuro, Interstellar, Dunkirk e compagnia bella sono così tanto complicati e così poco complessi?

La messa in scena è ingannevole e talvolta disonesta nel giostrare arbitrariamente gli elementi in gioco, i dialoghi sono come al solito piuttosto difficili da seguire (pesanti, schematici, pretestuosi e serratissimi), e lo spazio-tempo confonde continuamente chi sta guardando il film. Bene, allora eccolo il senso del film: la guerra è caos, insensatezza, disordine e mancanza di senso… E invece no, perché alla fine scopriamo che tutto ciò ha un suo ordine, un suo significato e che il destino dei singoli è assolutamente subordinato al destino del collettivo, che i giovani caduti sono danni collaterali per un disegno più ampio. Da Full Metal Jacket, si passa improvvisamente a Salvate il soldato Ryan, senza alcun tipo di attenzione per attutire un’incoerenza drammaturgica macroscopica e piuttosto disturbante. Da un momento all’altro, dovremmo provare sentimenti ed empatia con personaggi che finora sono stati rappresentati come casuali singoli in una molteplicità confusa, dovremmo accettare tutto ciò che abbiamo finora visto come un massacro crudele e randomico ed inserirlo in una quadratura storico-sociale sensata, necessaria. Si tratta di un tipo di cinema così disperatamente serio e forzatamente incasinato da risultare in fondo vagamente infantile, dedicato a quel giovane pubblico che ama e idolatra il buon Cristopher per come riesce a far apparire difficili i propri film, senza mai mettere in crisi l’essenza profonda di ciò che vediamo sullo schermo.

Dunkirk è un film forsennato, dissennato e a tratti incomprensibile. Disonesto con lo spettatore, alternativamente algido e retorico, e scritto con una brama d’onnipotenza persino fastidiosa. Per qualcuno questa è complessità e furore cinematografico ma, se tutto questo gigantesco impianto incoerente e pomposo vi disturba, bisogna anche avere il coraggio di urlare al mondo che Nolan può sbagliare. Eccome, se può.

 

Arturo Caciotti