Nel 2010 il regista australiano Sean Byrne ci aveva deliziato con il suo esordio The Loved Ones, che aveva accolto favore di critica e pubblico. Sette anni dopo arriva in Italia, grazie a Midnight Factory, il suo secondo lungometraggio, The Devil’s Candy, dal oggi 7 settembre nelle nostre sale.

Jesse Hellman (un Ethan Embry dall’aspetto particolarmente messianico) è un pittore amante del metal che, assieme alla figlia Zooey (Kiara Glasco) e alla moglie Astrid (Shiri Appleby), si trasferisce in una nuova casa, teatro alcuni anni prima di fatti di sangue. Appena arrivato, Jesse inizia ad udire strani ed inquietanti sussurri da cui trae ispirazione per la sua arte, dipingendo come mai prima di allora. Ben presto alla porta di casa Hellman si presenta Ray (un fantastico Pruitt Taylor Vince), il precedente coinquilino, serial killer di bambini anch’egli ossessionato dalle stesse voci udite da Jesse. Il male si è ormai annidato in Ray, ed ora sta a Jesse scegliere tra la sua famiglia e il Diavolo.

Tra atmosfere anni ‘70/’80 e temi ampiamente inflazionati (case infestate/possessioni demoniache), The Devil’s Candy riesce comunque ad ergersi dalla massa di titoli horror dediti all’omologazione e a presentarsi come un prodotto originale, grazie soprattutto alla resa visiva e alla colonna sonora. È in gran parte a quest’ultima che la pellicola deve la sua originalità: si va da brani metal di band come Metallica, Slayer, Machine Head, Ghost e Goya alle sonorità blues de The Wanton Bishops, dal sound cupo e sperimentale dei Sun O))) a PJ Harvey che con la prima strofa di The Devil anticipa ciò che stiamo per vedere sullo schermo (As soon as I’m left alone, the Devil wanders into my soul).

Se da un lato ciò che maggiormente caratterizza The Devil’s Candy è quindi proprio la colonna sonora, dall’altro è l’accostamento di quest’ultima ad una regia classica ed elegante a fare della pellicola un’opera autentica ed originale. Byrne lascia da parte la camera a mano tanto amata dai registi di genere del nuovo millennio per concentrarsi piuttosto su inquadrature precise e pulite, che ammaliano ed incantano l’occhio dello spettatore, coadiuvate da una fotografia dal sapore caravaggesco che tra tutti predilige il colore rosso. In The Devil’s Candy, rosso è il colore della Gibson Flying V di Ray, della tempera sulla tela di Jesse, del sangue che scorre veloce nel tubo di scarico di una vasca in un motel.

E il colore rosso, di cui il film è impregnato, rimanda di certo al vero protagonista della pellicola, il Diavolo, nonostante il suo personaggio non sia nell’opera una presenza tangibile. Il Diavolo, inteso più come male assoluto che come figura in carne ed ossa, non è infatti una presenza fisica, ma piuttosto un’entità oscura che si annida nelle menti dei personaggi per poi manipolarle a proprio piacimento, rendendo questi ultimi succubi della propria volontà. Il diavolo è tentatore, ma non esecutore: i carnefici siamo noi.

In conclusione, il secondo lungometraggio di Sean Byrne non è certo esente da difetti, tra cui il maggiore è non dare abbastanza spazio ad alcune sottotrame presentate durante il corso della pellicola, complice la durata di appena 80’; ma questi difetti nel contesto dell’opera diventano sottigliezze, oscurati dall’aggressiva e feroce potenza visiva di The Devil’s Candy.