Tutti noi, chi più o chi meno, ci lamentiamo delle nostre vite perchè niente va come vorremmo e la maggior parte di noi tende ad attribuire l’evento ad una carenza di fortuna, una variabile che non possiamo controllare ma che è semplicemente data, non modificabile, costringendoci a subirne gli effetti. E se invece vivessimo in un mondo in cui questo valore sia scientificamente calcolabile? Questa la domanda che si pone Frequencies (2013), scifi indipendente made in Uk: diretto, prodotto e scritto da Darren Paul Fisher alla sua seconda prova dietro la macchina da presa. La vicenda è ambientata in una terra distopica in cui ogni essere umano emana una frequenza matematicamente misurabile che definisce il livello di fortuna che esso avrà nella vita determinandone anche la vita sentimentale dato che solo frequenze simili saranno destinate ad un roseo futuro amoroso. Questo il caso dei nostri due protagonisti Marie (Daniel Fraser), portatrice di una frequenza insolitamente alta che le causA estrema apatia tanto da essere soprannominata ” the machine”, e Zak (Eleanor Wyld) portatore di una frequenza bassissima. I due non possono stare più di un minuto l’uno di fronte all’altro altrimenti l’incontro tra le due tensioni provocherebbe un dislivello talmente elevato da far ribellare la natura che potrebbe addirittura ad uccidere lo sfortunato Zak. Il problema non si porrebbe perchè basta stiano lontani l’uno dall’altra. Peccato che lui la ami alla follia e dedicherà tutte le sue energie per modificare le frequenze per stare finalmente insieme. Se la trama sembra presupporre una banale storia d’amore in salsa fantascientifica vi sbagliate di grosso. In questo senso sembra ricordare molto i lavori di Mike Cahill, non solo per l’atmosfera indipendente ma anche per il modo in cui è raccontata; il dramma e la love story vengono messi al servizio di una narrazione che indaga gli aspetti più oscuri e misteriosi della vita umana. Lo spettatore ad un certo punto della pellicola potrebbe rimanere quasi disorientato dalla facilità con cui il registro dell’intera trama muta abbandonando quasi totalmente la storia dei due giovai e gettandosi a capofitto nel genere scifi con tanto di formulazioni teoriche che trovano sempre una risposta assolutamente attendibile e credibile grazie a numeri e formule matematiche spiegate sempre da esempi comprensibili, anche per chi non è dotato di una cultura scientifica amplia. Sembra tutto magnifico ma l’ultima parte del film  potrebbe gettare il fruitore in un piccolo stato di confusione dato che c’è un susseguirsi di moltissimi eventi con spiegazioni non sempre chiarissime che però conducono tuttavia ad un finale soddisfacente coronato da un plot twist inaspettato che farà nascere interrogativi che riguardano l’ambiguo rapporto scienza-destino, lasciando allo spettatore libera interpretazione sui fatti.Sul lato tecnico possiamo dire che Fisher adotta una regia semplice che ben si amalgama con l’atmosfera della pellicola, ma la scelta più azzeccata rimane la fotografia che cambierà i toni a seconda dell’interiorità dei personaggi: colori caldi e ”spontanei” per Zak, freddi e fumosi per Marie. Certamente non ci troviamo davanti ad un capolavoro però posso tranquillamente sostenere che sia un piccola perla della scena indipendente inglese, un film che sa emozionare e stupire nei punti giusti, Chiunque lo vedrà ne rimarrà sicuramente piacevolmente sorpreso.

-ALESSIO BALBI-