Attorno al 61 d.C. il poeta romano Lucio Anneo Lucano cominciò a comporre la sua opera più famosa: la Pharsalia (nota anche come Bellum Civile). Fermi lì, vi ho visti già sbadigliare, non ve ne andate. Lo so, non interessa a nessuno l’epica romana, siete qui per un altro motivo. Fidatevi, sarò brevissimo, mi serviva un’introduzione pindarica per arrivare di gran classe al punto dell’approfondimento e mi è venuta in mente solo questa. Dicevamo: Lucano scrive la Pharsalia con un riferimento ben preciso, che poi era l’ispirazione di qualsiasi autore latino della sua generazione, ovvero Virgilio e la sua Eneide. Ma per l’amarissimo poeta una semplice citazione non era abbastanza, voleva costruire qualcosa seguendo chiaramente le regole del maestro mantovano adattandole alla sua visione degli eventi e, perché no, ribaltandole. Quelli che erano eroi puri, mossi dalla pietas, si trasformarono in sanguinari anti-eroi, ciò che era mitico-divino diventava magico ed estremamente terreno, le catabasi si traducevano in resurrezioni-horror degne di Romero e la Provvidenza degli Dei cadeva a favore della Fortuna, della cieca Sorte. Si arrivò infatti a definire la Pharsalia come un’Antieneide, che ne condivide la struttura ma la rovescia audacemente.

Dopo il 1992, con Gli Spietati, il genere Western ha finalmente la sua tanto agognata pietra tombale, posta tra l’altro da uno dei suoi interpreti più grandi. Una grande epopea americana, archiviata come meglio non si poteva. La chiusura di una certa corrente rappresenta però una grande occasione per autori, diciamo “esterni”, bramosi di cimentarvisi, revisionando e reinventando le regole del genere oramai riconosciuto come classico. Il primo a prendere la palla al balzo è, tra le altre cose, uno dei più importanti autori americani contemporanei. Come avrete facilmente intuito dal titolo dell’articolo, sto parlando di Jim Jarmusch, e in particolare del suo Dead Men, anno d’uscita 1995. Ora, non voglio fare il complottaro della situazione, ma per me non è un caso che proprio vent’anni dopo un musicista/regista di nome John Maclean esordisca nel lungometraggio con Slow West, che come vedremo nei prossimi paragrafi avrà ben più di qualche citazione alla pellicola del regista di Akron.

Non è questa la sede di valutazione dei due film, vi basti sapere che il sottoscritto li considera rispettivamente un capolavoro e un ottimo film d’esordio. Chiaramente non proseguite la lettura se vi manca anche solo uno dei due, poiché si scenderà ad analizzarli nel dettaglio, pure dei rispettivi finali. Mi (e vi) farete di sicuro contento se vi fionderete subito a rimediare alle vostre mancanze incuriositi da questa lunghissima introduzione, e perché no tornare qui a concludere la lettura del pezzo una volta recuperate. Ma bando alle ciance, di seguito tratterò per punti analogie, ribaltamenti, citazioni e debiti che rendono questi western atipici due cugini in effetti non così lontani.

Struttura e sceneggiatura

Entrambe le pellicole si strutturano sul tema del viaggio a tappe con vari incontri, anche se con destinazioni decisamente contrapposte. Dead Man, come i più svegli avranno di sicuro intuito dal titolo, è un viaggio spirituale verso l’annullamento della Morte, mentre in Slow West la meta da raggiungere è l’Amore, elemento vitale e generatore. Proprio l’amore è il motore di entrambe le vicende, concretizzandosi nell’amore carnale per una donna conosciuta in un saloon, a causa della quale verrà compiuto il primo omicidio nella pellicola di Jarmusch, e viceversa nell’amore più innocente che fa attraversare l’Atlantico al protagonista di Slow West. In realtà anche in quest’ultimo la Morte è costantemente presente e toccherà il suo picco nel finale, con l’uccisione accidentale del protagonista per mano proprio dell’amata a suggellare un’unione di destini impossibile, ma che di fatto avviene per quei pochi, dolceamari istanti prima dell’esalazione finale.

Regia e messa in scena

La regia di Jarmusch vuole essere debitrice della grande scuola del western americano tramite solidità e compostezza, che però vengono sobbalzate da un taglio onirico e da sferzate grottesche. La composizione predilige inquadrature piene, riempite dai personaggi e dagli ambienti nei quali si muovono. Jarmusch poi decide di negare il cielo, adottando punti di vista dall’alto verso il basso o semplicemente nascondendolo dietro ad alberi e rilievi. Maclean invece sceglie una regia più indie-modaiola, con la presenza di ironia pur sottostando ad atmosfere malinconiche, con composizioni geometriche, talvolta anche simmetriche, e riprese ampissime, aperte verso le vaste praterie neozelandesi che fanno da set e soprattutto verso il cielo limpido, al quale è sempre riservata gran parte, se non la totalità, dell’inquadratura. La contrapposizione è netta anche in termini di fotografia: se quella di Dead Man ad opera di Robby Müller è un b/n fumoso e oscuro, con una netta predominanza dei neri sui bianchi, colori saturi, luminosi e accesi compongono la tavolozza di Slow West, che più di qualche volta ricorre anche all’accostamento caldo/freddo.

Personaggi

Entrambi i film hanno come protagonista un personaggio fin da subito chiaramente estraneo e disorientato da un contesto che non gli appartiene. In Dead Man, il William Blake di Johnny Depp appare in totale balìa degli eventi, frastornato fino alla definitiva consapevolezza della propria condizione, che si esprime in un atteggiamento nichilista, mentre Kodi Smit-McPhee interpreta lo scozzese Jay Cavendish, innocente ed idealista in una terra violenta e selvaggia. Per la loro natura di outsider, entrambi hanno bisogno di una guida che li scorti nell’ambiente in cui sono stati catapultati, ed ecco che troviamo nel primo film il bizzarro indiano Nessuno di Gary Farmer, che sulle prime aiuta William Blake confondendolo col poeta omonimo e infine lo scorta verso il proprio destino convincendolo grazie ad una morale; il Silas di Michael Fassbender nel secondo è un cacciatore di taglie che decide di aiutare il protagonista inizialmente per puro interesse personale, per finire col ricevere dallo stesso l’insegnamento che gli farà cambiare vita. A chiusura del cerchio, in entrambe le pellicole i villain sono rappresentati da bounty killer, tra i quali il cannibale parricida Cole Wilson di Lance Henriksen in Dead Man e Payne, lo spietato e impellicciato cattivo di Ben Mendelsohn in Slow West.

Location e scenografie

Se Dead Man si articola come un continuo allontanamento dalla civiltà, in Slow West questa non trova pressoché alcuno spazio nel susseguirsi di violenza, inganni e sopraffazioni. Come detto, le foreste riempiono la pellicola di Jarmusch, mentre Maclean cerca di aprire il più possibile verso i cieli e le sterminate praterie. In entrambi i film però un momento cardine si svolge nella location di un emporio: in Slow West è teatro del primo spargimento di sangue per mano di Jay, che qui capisce per la prima volta la vera natura della frontiera, in Dead Man invece rappresenta l’ultimo ed estremo episodio di William Blake nel mondo degli uomini bianchi, dal quale salperà poi per la città degli indiani ed infine verso il punto “in cui il mare incontra il cielo”.

Colonna sonora

Il punto extra con cui vi voglio salutarvi è quello dedicato alle colonne sonore. Il capolavoro nel capolavoro di Dead Man è proprio la soundtrack minimale per chitarra elettrica composta ed eseguita da Neil Young, che martella e sublima allo stesso tempo, conferendo al tutto un’aurea quasi mistica. Più canonica ma sempre ben riuscita è invece la colonna sonora fatta di archi e chitarra acustica del film di Maclean, che da musicista qual è non si fa mancare un commento musicale efficace.

 

Alessandro Tiozzo (@AlexanderTioz)