[Premessa: l’articolo sarà ovviamente strapieno di SPOILER.]

Ha senso cercare un senso?

Praticamente ogni opera di David Lynch ha come il dovere intrinseco di scatenare reazioni complesse e disordinate negli spettatori, tant’è che molto spesso (e Twin Peaks – The Return ne è un esempio) la prima domanda che ci si fa è: “dobbiamo davvero scervellarci per trovare un senso, oppure c’è solo da abbandonarsi all’ineluttabile nebbia di un autore mai veramente domo?” Forse, anche in questo caso, la risposta sta un po’ nel mezzo.

Pensare che tutto ciò che scrive e filma Lynch sia riconducibile ad una precisa e soprattutto incontrovertibile ricostruzione delle cose è folle almeno quanto la puntata otto di questa terza stagione, ma è anche vero che il buon David non si abbandona mai al cinema astratto e fine a sé stesso, e lascia sempre tracce che ci possono condurre ad una visione globale dell’opera che sia più compatta e comprensibile. Per capirsi, anche Mulholland Drive può essere rielaborato con una certa coerenza in un ordine temporale e semantico delle immagini che scorrono, apparentemente impazzite, davanti ai nostri occhi. Questo non significa che i film di Lynch siano enigmi da affrontare e risolvere, ma semplicemente che, sotto sotto, questo regista ci lascia sempre una o più tracce che ci permettono di lavorare e ricostruire la storia secondo le nostre suggestioni personali. D’altronde è vero anche che Lynch non è ancorato in modo testardo ad un atteggiamento puramente metafisico delle cose, anzi: uno stratagemma che sovente utilizza è quello di lasciar costruire un alone di leggenda ed inafferrabile mito intorno ad una figura, ad un luogo, ad una vicenda, per poi sbattercene in faccia la brutale concretezza. Pensate a Diane. Anni e anni a rifletterci su, a costruire ipotesi che andavano da fantasmi della moglie morta alla personificazione di una figura femminile e materna nell’universo di Cooper… E poi Diane altri non è che la meravigliosa Laura Dern, incazzata nera e scorbutica. L’astratto si fa improvvisamente concreto e, in qualche modo, inaspettatamente umano e reale. Questo per dire che Lynch ama convertire il sogno in realtà, di tanto in tanto, e ama ad esempio semplificare i conflitti sino ad un asciutto e tangibile confronto fisico (il braccio di ferro, il ragazzo col guanto verde…). Insomma, per quanto in modo beffardo, spesso giocoso e persino ingannevole, Lynch ci dà sempre la possibilità di ricostruire una linea (che sia narrativa o concettuale) nelle sue storie, senza che questa sia mai univoca: come per i tanti doppi presenti in The Return, nel mondo di Lynch coesistono contemporaneamente tante interpretazioni, tante visioni, tante prospettive diverse. Il buon David fa in modo che si possa ragionare su una sorta di ordine, attraverso chiari e mirati indizi, e poi dissemina altrettanti elementi che mettono in dubbio anche solamente l’idea di ricercare quella quadratura delle cose. È un cinema (o in questo caso, una televisione) dove veramente lo spettatore è accolto con generosità, è dolcemente ingannato e sballottato tra mille suggestioni diverse: tracce, suggerimenti, prese in giro, depistaggi. Al netto di questa terza stagione, su Twin Peaks si può ipotizzare di tutto. David Lynch ci invita a capire il tutto, e subito dopo sbeffeggia il nostro maldestro e goffo tentativo.

Cosa ci rimane, allora, alla fine di questa incredibile avventura in tre atti? Ci rimane la nostra fantasia, la nostra capacità di sognare e di avanzare ipotesi folleggianti sul senso della serie, soprattutto in relazione a quel finale là. Già, quel finale, quel richiamo lontano (“Laura!”) e quel grido agghiacciante della stessa Carrie/Laura. A qualcuno potrà legittimamente non fregare niente, qualcun altro potrà essere incuriosito, qualcun altro vorrà leggere e poi condividere la sua versione delle cose: ecco a voi una vaneggiante ma entusiastica teoria sulla serie che ancora una volta, ventisei anni dopo, ha sconvolto il mondo e le regole della TV.

Il sognatore, il sogno, la vita, l’incubo

I momenti fondamentali di questo The Return sono due: il sogno di Gordon con la Bellucci e la sequenza finale a casa Palmer/Tremond. Partiamo dalla Bellucci. La sempre bellissima Monica dice una cosa assai significativa: Siamo come il sognatore che sogna, e poi vive dentro al proprio sogno. Ma chi è il sognatore? Con questa frase, apparentemente sibillina e confusa, Lynch ci propone una visione (sia retroattiva che in funzione del prosieguo) pienamente onirica delle cose. Qualcuno dirà: “ma è lo stile, è l’atmosfera, è l’assurdità inaspettata della vita reale, non va preso alla lettera.” Quel qualcuno potrebbe avrebbe ragione, come l’avrebbe anche chi invece deciderà di prenderla alla lettera: come già detto, le due realtà interpretative coesistono in Lynch, ed ogni impressione personale può esser valida. Visto che siamo qua a giocare, a cercare di dare la nostra personalissima visione di Twin Peaks, diamo fiducia alla Bellucci e prendiamola alla lettera: le tre stagioni raccontano un sogno, o comunque un travaglio interiore rielaborato dal subconscio di una persona precisa. Ora, chi può essere il sognatore, che (ri)vive dentro al proprio sogno? Mettiamo che sia Laura Palmer.

La sognatrice è Laura Palmer, Twin Peaks è un sogno/trip di questa ragazza dalla vita difficile, angosciata da una famiglia tutt’altro che rassicurante e benevola, in un paesino sperduto e noioso, distrutta dalla droga e con demoni che ormai stanno prendendo il sopravvento su di lei. Una sera, dopo aver litigato col “fidanzato” James, ed aver incontrato i vari Leo e Jacques con droghe annesse, subisce un abuso da parte di Leland, il padre. Laura, disperata e svuotata di ogni speranza nella vita, si addormenta. E da qui parte Twin Peaks. Ovviamente anche la serata, che noi vediamo soltanto dentro al sogno di Laura, è stata rielaborata dalla sua mente, e difatti è terminata con la morte di Laura stessa. Una morte misericordiosa, in qualche modo più onorevole e rassicurante, candida, rispetto all’abuso del padre. Laura sogna così di essere morta, e nella morte diventa il fulcro dei pensieri di tutto il paese, diventa solo una fotografia bella e sorridente, viene pianta e rimpianta da tutti. Non solo, man mano che la serie prosegue (e il sonno si fa più profondo) Laura diventa lo spartiacque tra bene e male, il simbolo della ricerca della verità attraverso le Logge, e la personificazione di un mistero che tutti vogliono scoprire. In particolare, tiene a lei un certo Cooper, una sorta di figura paterna/angelo custode che ben presto la mette al centro della propria missione nella vita. In Fuoco cammina con me, il padre (diciamo così) di Donna dice ad una Laura afflitta: “gli angeli torneranno, e quando vedrai quello che intende aiutarti, piangerai dalla gioia”. Laura è quasi estasiata dalle parole del dottor Hayward e improvvisamente speranzosa, ma in quell’istante squilla al telefono. Contrapposto all’angelo (che sarà Cooper), ecco quindi il diavolo, inteso quasi come possessione (del resto, cos’è Bob se non un demone che si imposessa delle anime?): la chiamata è di suo padre Leland, e Laura appare nuovamente scoraggiata e triste, oltre che spaventata. Deve tornare a casa. L’andamento (relativamente) più realistico della prima stagione, come il sonno in una fase iniziale e più leggera, prosegue verso toni sempre più surrealisti e sopra le righe, come quando si entra nella fase più profonda del sonno. Fino ad arrivare alla Otto della Terza Stagione, dove evidentemente il subconscio di Laura si esprime nel modo più radicale e violento, e ovviamente anche meno comprensibile. C’è però da dire che almeno due elementi di quello straordinario episodio possono essere inclusi nella nostra interpretazione: la bomba atomica e la coppietta che rientra a casa, insetto che entra nella bocca della ragazza annesso. Quella che vediamo è la prima bomba atomica mai esplosa, un test effettuato nel ’45 in New Mexico in previsione di quello che avrebbero fatto di lì a poco in Giappone. Il fungo atomico è ovviamente e chiaramente il trauma per eccellenza della civiltà umana, o quantomeno di quella del Novecento: una nuova concezione di massacro, di guerra, di orrore. Qualcosa che non era neanche concepibile fino ad allora e che aprirà il mondo all’ambigua Guerra Fredda, dove bene e male non sono mai stati veramente distinguibili. Nel momento più profondo del sonno, ecco che la mente ripropone l’Apocalisse: quella globale della bomba, come quella personale di Laura. Infatti, poco dopo vediamo una giovane coppietta, spensierata, innamorata ed innocente, aggirarsi per lande deserte piuttosto inquietanti. La ragazza rientra acasa, va a dormire, e quella sorta di enorme insetto le entra in bocca: questa può essere l’Apocalisse personale di Laura, vale a dire l’abuso da parte di Leland, ma anche un riferimento all’aborto che la nostra Laura fece, stando alle pagine del diario, a sedici anni. Fatto sta che il riferimento al punto di rottura nella vita di Laura viene enfatizzato, proprio alla stregua di un’Apocalisse, ancora in Fuoco cammina con me: quando Laura va da Bobby, sostanzialmente per avere un po’ di coca, trova i coniugi Briggs seduti in salone. È già sera, di lì a breve Laura dovrà tornare a casa. Con aria tranquilla e calma, il Maggiore Briggs sta leggendo qualcosa a voce alta, mentre la moglie lavora a maglia. Il Maggiore declama alcuni passaggi della Rivelazione (per la precisione, dai capitoli 11 e 14), parte del libro dell’Apocalisse. Si parla soprattutto di angeli che, attraverso i propri Testimoni (e ritorna spesso il numero due, il doppio, tema alla base della Terza Stagione), rivelano l’imminenza dell’Apocalisse. Apocalisse che sarà lo spartiacque, perché da qui in poi bene e male saranno le forze che, nel subconscio sognante di Laura, si combatteranno senza esclusione di colpi.

Il finale

E ci avviciniamo a grandi passi al finale di stagione, presumibilmente anche conclusione della serie Twin Peaks. Prima, però, una precisazione: questa analisi, del tutto personale e senza dubbio creativa, non vuole spiegare in modo approfondito i misteri in sé della serie, ma soltanto dare una chiave d’interpretazione globale intrigante, e capace di far rivivere tutto il cammino in un’ottica relativamente inquadrata. E l’ipotesi che sia tutto parte dell’elaborazione mentale di una Laura dormiente non toglie forza a tutti gli eventi e le sottotrame che si sono incrociate meravigliosamente in queste tre stagioni: il sogno ha la sua autonomia, e sarebbe altrettanto interessante tentare di districare tutti i messaggi, le trappole e i misteri che Lynch ha sicuramente lasciato lì per noi. Ma ora stiamo discutendo di altro, di uno strato superiore e più ampio che è come la volta celeste che sovrasta Twin Peaks: l’immaginario di Laura come divinità capricciosa a cui spesso le cose sfuggono di mano.

Bene, andiamo col finale. Quando Bob viene sconfitto, e con esso anche Bad Cooper, vediamo le luci abbassarsi sui vari personaggi “secondari” (Gordon, Albert, Tammy, Andy, Hawk, Lucy…), che sono schierati uno accanto all’altro come fosse un inchino finale. E su di loro cala l’oscurità, cala il sipario. Da qui seguiamo Cooper e Diane, che si baciano in una romantica luce rossastra e poi passano in una nuova dimensione. Come avevamo detto riguardo la prima stagione, da qui le cose si fanno pian piano più “realistiche”. Perché? Perché Laura, la vera Laura che sta dormendo, si sta per svegliare, e il sonno è meno profondo. Cosa succede, dunque, a Cooper e Diane? Diventano Richard e Linda, che non sono persone legate dal grande amore ma semplicemente due amanti che hanno passato la notte insieme in un motel (che è diverso da quello in cui si erano fermati di notte, a demarcare il fatto che hanno compiuto un qualche salto in un’altra dimensione di coscienza). Linda, addirittura, se ne va prima che Richard si svegli. Sostanzialmente, questo universo vede i Nostri come persone più reali, mediocri e quotidiane, sempre per il discorso che ci stiamo riavvicinando al risveglio. Cooper è ora Richard, un detective ben più triste, sconfitto e “normale”, senza quell’irresistibile ottimismo e quel carattere brillante tipico di Cooper. Infatti, affronta quei tre tipi arroganti e sbruffoni con una rabbia ed una cattiveria che sanno di frustrazione, di consapevolezza di aver perso. Un modo d’agire che il nostro Cooper non avrebbe mai e poi mai attuato. Traslato nel senso più ampio dell’elaborazione della coscienza di Laura, l’angelo custode ha fallito, ha tentato di salvare la stessa Laura cancellando la sua morte, ma ha così creato Carrie Page, che è la Laura adulta che non è mai morta. E visto che anche la vera Laura non è mai morta, Carrie è la proiezione più coerente di come la Nostra diventerà da adulta: ossessionata, quasi schizofrenica come del resto sembra essere la madre Sarah, e persa nella droga, Laura avrà una vita difficile e pericolosa.

Richard la trova con un cadavere in casa, che vuole fuggire dalla polizia o da qualcun altro che le vuole fare del male. Tutto si instrada nei binari della mediocrità, Richard e Carrie non parlano durante il lungo viaggio, sono persone arrese e misere, immagini ben più coerenti con la realtà di Laura. La casa dei Palmer è abitata da una signora, che si identifica come tale Tremond. Il nome Tremond era già comparso precedentemente in Twin Peaks: la signora Tremond era la vecchietta inquietante a cui Donna porta il pranzo al posto di Laura, quella con il nipotino seduto accanto. Questa cosa la si può interpretare in un senso di sovrapposizioni temporali, oppure semplicemente come il subconscio di Laura che affida, in modo casuale, nomi di persone conosciute ma di cui non ci si ricorda davvero se non nel profondo della mente. Processi cerebrali che avvengono realmente durante i sogni. E giungiamo dunque alla fine: Richard chiede in che anno ci si trovi realmente, e Carrie non risponde. È chiaro che, in generale, in Twin Peaks il tempo è spesso subordinato allo spazio, a specialmente agli spazi sospesi delle Logge. Ma potremmo anche vedere la cosa come la mente di Laura che, prossima al risveglio, si sta rendendo conto che non sono passati quei famosi venticinque anni, e che è trascorsa solo una notte. Il volto di Carrie si fa pensieroso, inquieto, perché sta cominciando ad elaborare un fatto agghiacciante: lei, Laura, è viva, e sta per svegliarsi nel proprio letto dopo l’orrenda serata che ha passato. A quel punto ecco il richiamo proveniente dalla casa: “Laura!”. Richiamo pronunciato da Sarah Palmer (è esattamente lo stesso audio della prima puntata della prima stagione, quando Sarah chiama Laura perché deve svegliarsi e andare a scuola, per poi trovare il letto vuoto), richiamo che chiarisce definitivamente le cose a Carrie/Laura. Mentre Cooper è perso, e sta per svanire come gli altri personaggi, Carrie/Laura urla. Un urlo terrificante, viscerale, terrorizzato. È l’urlo di una ragazza difficile, che dopo tutto ciò che ha subito aveva sognato la pace della morte, l’urlo di una liceale qualunque in un paesino sperduto, insignificante, noioso e cattivo, dove anche lei è niente. È l’urlo esistenziale più tragico che possa esserci, perché è il lamento di una Laura che si sta svegliando in un mondo che odia e che la odia, è l’oggettivizzazione del panico di essere in vita, e di non essere mai morta. La vera Laura si sveglia, deve andare a scuola, e ancor prima fare colazione con suo padre. E il fade out a nero è la minacciosa “luce” della vita.

Tutta una serie, per giunta epocale, a chiedersi chi avesse ucciso Laura Palmer, e alla fine nessuno l’ha uccisa. Ma il vero dramma sta qui, nel fatto che Laura Palmer è ancora viva e diventerà Carrie, privata di ogni iconografia e poesia intorno alla propria romantica figura.

In conclusione

Come già detto, si tratta di un finale personale, un modo di raccontare come, in base a ciò che si è visto, potrebbe esser interpretata questa incredibile serie TV. Non c’è niente di inattaccabile, tutto può essere visto in mille altri modi, ma questa è una delle tantissime strade attraverso cui potrebbe dichiararsi conclusa la parabola di Laura Palmer. Ognuno avrà la propria verità, intimo, relativa e nel suo piccolo sempre valida, qualcuno forse rinuncerà a cercarla perché è conscio del fatto che non arriverà mai a nulla di certo o assoluto. È innegabile però che Lynch la sfida ce la lanci, attraverso indizi, simboli e suggestioni varie. A volte ci prende in giro, indubbiamente, e c’è sempre un elemento che può vanificare tutti gli altri. Ma perché non divertirsi a scoprire anche sé stessi, attraverso Laura?

Questa che avete letto è una versione della storia di Twin Peaks, niente più. Ogni appassionato ora è libero di generare e cullare dolcemente la propria versione, come fosse un piccolo figlioletto deforme, capriccioso e mai domo: da Eraserhead ad oggi, Lynch è sempre Lynch.

 

Arturo Caciotti