Esiliata in una zona sperduta insieme ad altri reietti, una giovane donna fatica a trovare il proprio posto in questa società di drogati e cannibali isolati nel deserto.  Questa la sinossi che Netflix, distributore del film, utilizza per descrivere The Bad Batch (2016) secondo lungometraggio della regista iraniana Ana Lily Amirpour che già aveva deliziato il grande pubblico con lo spaghetti western vampiresco A Girl Walks Home Alone at Night (2011). La descrizione della piattaforma streaming fece schizzare il mio hype a livelli inimmaginabili; mi aspettavo qualcosa di assolutamente adrenalinico alla Mad Max condita con una dose inverosimile di violenza cannibale, trip da acidi e una storia distopica ben strutturata con motivazioni valide che spieghino come la terra si sia ridotta in quel modo. Al decimo minuto tutte le mie speranze erano sparite in una bolla di sapone. Ma andiamo con ordine. Gli USA, in un futuro molto vicino, decidono di risolvere i propri problemi interni gettando i lotti di umani ”difettati” in una parte del deserto texano (suolo non americano) con una tanica d’acqua e un messaggio che li sprona a cercare Confort, lì troveranno il sogno (americano s’intende). Arlene (Suki Waterhouse) viene così abbandonata nel deserto e comincerà a girovagare nell’ostile paesaggio sino a quando non sarà catturata da un gruppo di cannibali culturisti. Riuscirà a fuggire per continuare il proprio viaggio alla ricerca del suo scopo all’interno di questa nuova ”società”. 

L’inizio sembrava dei migliori; la violenza della mutilazione e la carne umana cotta alla griglia viene mostrata in tutta la sua macabra bellezza, il ritmo sembrava crescesse sempre di più, mi sarei aspettato sparatorie e inseguimenti stile Miller e un’escalation di violenza inverosimile: mi sbagliavo. I dialoghi sono ridotti al minimo indispensabile, il silenzio domina incontrastato per tutta la pellicola rispecchiando sicuramente l’aridità del luogo e degli umani che lo abitano ma che su due ore di visione risulta essere noioso e fastidioso; l’unico dialogo degno di nota sarà quello tra la protagonista e Rockwell (Keneau Reeves), santone fondatore di un culto basato sui rave party con tanto di comunione attraverso l’LSD, che, con una metafora degna di nota, spiega ciò che lo Stato, sia reale che filmico, attua per far vivere bene il cittadino: nascondere tutta la spazzatura dalla sua vista, ma questa prima o poi si ripresenterà portando finalmente la verità. Gli altri personaggi, a differenza di Rockwell, risultano essere altamente ermetici e indecifrabili, non sappiamo veramente chi siano e che cosa abbiano fatto per meritarsi l’esilio, nessuno dice nulla di se stesso lasciando così lo spettatore spaesato e con domande a cui non verrà data alcuna risposta. Se la sceneggiatura è stata deludente non si può dire altrettanto del lato tecnico. La regia di Ana Amirpour risalta in modo ineccepibile la fisicità dei personaggi, soprattutto del cannibale Joe (Jason Momoa) e di Arlen, come se stesse girando qualcosa a metà tra un video clip musicale e la videoarte, gli spazi del deserto sono magnificamente resi attraverso campi lunghi e lunghissimi di leoniana memoria che riescono ad inghiottire nell’infinito sia i personaggi che lo spettatore; notevoli anche i movimenti di macchina, il sonoro e la fotografia nel momento in cui la protagonista assume l’LSD.

Il finale sembra essere il lieto fine che lo spettatore ha sperato dal momento in cui Joe e Arlen si scambiano il primo sguardo, la realizzazione del sogno americano, la composizione del nucleo famigliare post- atomico e il ritorno alla normalità. Ma può veramente essere così? Veramente una famiglia può sopravvivere seguendo quello che è il modello del sogno americano in una landa desolata dove gli uomini, tra cui lo stesso Joe, si uccidono tra di loro per cibarsi e sopravvivere? E in una società come la nostra in cui la violenza e l’odio traboccano da ogni dove, è possibile la realizzazione del sogno? Questo il quesito che congeda lo spettatore. Possiamo concludere dicendo che il film risulta senz’altro godibilissimo dal punto di vista tecnico ma risulta peccare per via dei troppi silenzi e di una narrazione che lascia in sospeso questioni fondamentali come le storie dei singoli o la situazione degli Stati Uniti in quel contesto. Un film da vedere ma sicuramente non per tutti.