Il 31 ottobre è uscito anche nei cinema italiani Mazinga Z Infinity: il lungometraggio animato che riporta sul grande schermo il leggendario primo Super Robot, inventato da Go Nagai nel lontano 1972. In quell’anno, infatti, usciva prima il manga di Mazinga Z (il 2 ottobre), seguito poco dopo (3 dicembre) dall’anime della Toei. Si trattava della seconda serie televisiva nata dalla collaborazione fra lo studio d’animazione, e l’allora giovane Maestro, subito dopo il buon successo di Devilman.
In entrambe le versioni, Mazinga Z fu un successo strepitoso e (almeno per quanto riguarda l’anime) mondiale: Nagai seppe imporre il suo eroe meccanico quale fondamentale icona della cultura pop e sci-fi contemporanea, ponendo le basi per tutto il genere dei Super Robot.

Un successo tale, quello di Mazinga, da replicarsi indefinitamente: fra seguiti, remake, spin-off e quant’altro. Questo, sino ai giorni nostri… e torniamo quindi a Mazinga Z Infinity, nuova e per ora ultima opera sul mitico robottone: un progetto nato per festeggiare i 50 anni di carriera di Nagai. E quale occasione migliore per parlare del primo dei Super Robot, iniziando così un percorso in questo visionario, amatissimo genere dell’animazione giapponese?

 

MAZINGA Z ( MAZINGER Z, マジンガーZ Majingā Zetto – Giappone 1972-’74, creato da Go Nagai). Prodotta da Toei Doga (ora Toei Animation) e Dynamic Planning. Serie d’animazione per la TV composta da 92 episodi da 24 minuti ciascuno, prima messa in onda 3 dicembre 1972 – 1 settembre 1974 sulla rete televisiva Fuji Television. Regia di Tomoharu Katsumata. Character design di Keisuke Morishita e Yoshiyuki Hane. Musiche di Michiaki Watanabe.

Durante una spedizione sull’isola di Bardos, nell’Egeo, un gruppo di scienziati scopre i resti di alcuni giganti meccanici: sono le vestigia di una tecnologia bellica avanzatissima, risalente nientemeno che agli antichi Micenei. Tra i membri della spedizione vi è il perfido Dottor Hell (Inferno nell’adattamento italiano), che intende usare la scoperta per fini di potere; per questo, il folle scienziato procede all’eliminazione dei suoi colleghi, divenuti scomodi testimoni. Tra questi solo il professor Juzo Kabuto, lo scopritore del japanium (un metallo trovato sotto il monte Fuji) e dell’energia fotonica (una forma d’energia più pulita e ricca di quella atomica, estratta dalla fissione del japanium), riesce a fuggire, mettendosi in salvo nel patrio Giappone.
Tuttavia il Dottor Hell, fatta di Bardos la sua base, invia presto il Barone Ashura (suo braccio destro, e comandante del corpo delle Maschere di Ferro) per assassinare il pericoloso rivale. Juzo verrà ucciso, ma non prima di aver lasciato al suo nipote sedicenne Koji (Ryo nell’adattamento italiano) un’arma per opporsi alle mire di Hell: il gigantesco robot Mazinga Z, costruito in superlega Z (ottenuta dalla lavorazione del japanium), dotato di armi straordinarie, e pilotabile tramite una navicella volante chiamata Hover Pilder – dopo che questa si sia innestata direttamente nella testa del robot. Koji, accompagnato dal fratello minore Shiro, scopre Mazinga nei sotterranei della villa del nonno, distrutta dall’attacco di Ashura. Dopo essere riuscito ad agganciarsi per la prima volta con il Pilder, Koji dovrà sopravvivere a un vero e proprio battesimo del fuoco: imparare a pilotare Mazinga, direttamente in una feroce battaglia contro due mostri meccanici di Hell, Garada K7 e Doublas M2.
Con il supporto del Centro Ricerche sull’Energia Fotonica (“Fotoatomica” nella versione italiana), diretto del professor Gennosuke Yumi (stretto collaboratore del defunto Juzo Kabuto); della figlia di questi Sayaka, pilota del robot femminile Afrodite A; e della banda del teppista Boss, in seguito pilota del comico Boss Robot, Koji e Mazinga Z costituiranno il baluardo del Giappone e dell’umanità contro la folle ambizione di Hell e dei suoi alleati, sconfiggendo di puntata in puntata ogni mostro meccanico inviato per batterli.

 

Il dominio della tecnica, apparentemente una risorsa vincente dell’umanità, presenta un inquietante lato oscuro, che ha frequentemente interessato la fiction: la possibilità che sia infine la tecnica a dominarci. Insieme risorsa e violenza, la tecnica può infatti pervertire la natura tutta, compresa quella degli strani bipedi senzienti che l’utilizzano. I giapponesi hanno fatto tragica e indelebile conoscenza di questo dark side della tecnica, con il trauma psicologico collettivo causato dalle concretissime tragedie di Hiroshima e Nagasaki: probabilmente, un trauma non poco responsabile del particolare gusto per il mostruoso e il disastroso (ambiguamente sospeso tra il liberatorio e il repulsivo), che tanta produzione giapponese posteriore a quei fatti presenta.
Sotto questi aspetti, Go Nagai è autore eminentemente giapponese. Nella prima puntata di Mazinga Z, il morente Juzo Kabuto presenta il gigante meccanico al nipote Koji dicendogli che, con esso al suo fianco, egli potrà essere «o un dio o un demone»: Mazinger Z, da Ma-Jin-Ga, cioè “demone” (Ma) e “dio” (Jin), assieme al rafforzativo Ga (per cui il nome è pressappoco traducibile come “colui che può essere demone o dio”), seguito dalla “Z”, scelta non casualmente per indicare la fittizia superlega in cui è forgiato. Un nome perfetto per l’essere meccanico che, sintetizzando la natura salvifica e distruttrice della tecnica, rappresenta  – a quel momento – la macchina da guerra finale. Il definitivo baluardo della pace, ma anche la più distruttiva cosa mai creata dalla scienza.
Significativamente, la prima cosa che Koji vede è l’enorme testa di Mazinga, di profilo nella penombra: al di là dei tratti effettivamente diabolici del volto del robottone, la scelta di mostrarlo di profilo è iconograficamente inusuale. Solitamente il volto dell’eroe è ripreso frontalmente, sfruttando la decisa e rassicurante simmetria dei tratti e dello sguardo. Invece l’inquadratura di profilo e dunque asimmetrica, non corrispondente il punto di vista dello spettatore, e oltretutto immersa nell’oscurità, fa pensare piuttosto a una minaccia – un “cattivo”, o comunque qualcosa di malvagio. Il personaggio del Barone Ashura è, nell’irriducibile asimmetria del suo corpo, l’apoteosi di questa tendenza (un unico individuo con due profili sessualmente distinti, e continuamente alternati e contrapposti).

 

Ma la “giapponesità” di Nagai contempla tranquillamente la contaminazione. Notoriamente, l’autore è stato influenzato – per quanto in modo assai libero, e per nulla fideistico – dall’iconografia cristiana. Questo fatto è già evidentissimo in Mao Dante e Devilman; e secondo quanto riferito dallo stesso Nagai, è originariamente dovuto alla conoscenza giovanile della Divina Commedia illustrata da Gustave Doré (in seguito rafforzata – stando ad alcune interviste del Maestro – dalla passione per certi kolossal americani).
Tale influenza ritorna anche in Mazinga Z. A un livello più superficiale, è confermata (anche nel sequel Il Grande Mazinga, nonché in altre serie robotiche nagaiane come Jeeg Robot d’Acciaio) dalla presenza di crocifissioni (dei robot!), di preti e chiese chiaramente cristiane, e talvolta di personaggi che pregano in un modo che non pare proprio molto nipponico.
Ma l’influenza più rilevante si ritrova proprio nella dialettica divino/demoniaca, che si carica di peculiari valenze salvifico/infernali; pur con una circolarità e sostituibilità (il salvifico che può diventare dannazione, e viceversa) tutta orientale. Come approfondiremo meglio tra poco, Mazinga Z – “Zetto” per gli amici – è sostanzialmente un tecnologico “demone supremo” (Majin) costruito per affrontare uno scienziato pazzo, che non per nulla si chiama “Inferno”: egli è infatti lo  scopritore e interlocutore di un “Inferno” vero e proprio, ovvero la civiltà sotterranea dei Micenei – interpretabile come una versione oscura dell’umanità, definitivamente deviata dal dark side della tecnica. Costoro appariranno già alla fine di Mazinga Z (anticipati dall’avanguardia “sui generis” rappresentata dal Duca Gorgon), proprio quando la pratica Hell sembra finalmente archiviata. Ma i Micenei si riveleranno avversari troppo ostici per lo Z, richiedendo l’intervento sul campo di battaglia di una versione potenziata – e assai più aggressiva – del robot di Koji: il Grande Mazinga pilotato da Tetsuya Tsurugi, i protagonisti della seconda serie (1974-’75) della “trilogia dei Mazinga” (infine conclusa da Ufo Robot Grendizer/Goldrake).

Il Grande Mazinga in croce (per la serie: oh no! Anche qui…).

 

Dunque, la tecnica è nient’altro che il fulcro di tale dialettica tra “divino” e “demoniaco”: il supremo potere che consente il dominio, la manipolazione della natura. Un potere tale che, se abusato, conduce irrimediabilmente alla perversione e alla dannazione dei suoi stessi utilizzatori.
Al di là della trilogia di cui è parte, Mazinga Z è solitamente considerato l’iniziatore di un filone classico del manga e dell’animazione giapponese: quello dei Super Robot. Prima di Mazinga Z, manga e anime giapponesi ovviamene conoscevano già la sci-fi, nonché i robot: opere come Tetsuwan Atom di Osamu Tezuka (da noi Astro Boy, il cui manga iniziò nel 1952) e Tetsujin 28 di Mitsuteru Yokohama (Super Robot 28, 1956), solo per citarne due tra le più note, confermano questo fatto. Tuttavia, Mazinga Z presenta notevoli differenze rispetto ai suoi “predecessori”.
L’Atom di Tezuka è un bambino robot dotato di capacità eccezionali, quindi un robot senziente; Tetsujin 28, dal canto suo, è un robot gigante ma pilotato a distanza da un ragazzino, Shotaro, per mezzo di un telecomando. In entrambe le serie (come in tante altre pre-Mazinga), tra gli avversari troviamo robot giganti: ma si tratta sempre di automi (che si muovono da sé), o tutt’al più eteromi (che richiedono controllo altrui) pilotati a distanza. La prima, grande novità di Mazinga Z è il fatto che il robot sia manovrato da un pilota (Ryo Kabuto), direttamente da una postazione sita sulla sua testa (l’abitacolo del Pilder, a seguito dell’agganciamento). Nagai stesso ha spiegato come questa idea gli sia venuta mentre guidava nel traffico, pensando come sarebbe stato più comodo se l’auto avesse avuto braccia e gambe per muoversi più agevolmente (sic!). (Più recentemente, ho appreso come almeno un robot gigante pilotato da una cabina sulla tesa, sia apparso – per quanto molto brevemente – in un manga intitolato Mutant Sabu, a firma del grande Shotaro Ishinomori e uscito nel 1965).
Di primo acchito, può apparire come un’innovazione superficiale. In realtà è stata una svolta narrativa epocale: è solo con questa premessa che Nagai ha potuto instaurare, tra il pilota e il robot, una relazione profonda e problematica – alla cui base sta quella pericolosa possibilità, quel “poter essere dio o demone”, del quale Koji è allertato immediatamente dal nonno in fin di vita. È vero che il pilota è la mente del robot, che decide cosa quest’ultimo deve fare; ma è altrettanto vero che Mazinga, con la sua enorme forza e le sue armi distruttive, è un’espressione del potere della tecnica particolarmente difficile da governare, che può eccedere il controllo della volontà del suo pilota (come accade nel primo episodio, nel quale un inesperto Koji quasi uccide suo fratello Shiro).

Mazinga Z e Afrodite A vs Doublas M2 e Garada K7.

 

La simbiosi tra i due è evidente, sino all’interscambio: Koji subisce su di sé gli effetti dei colpi diretti a Mazinga; mentre questi, dal canto suo, agisce nella battaglia come un mediatore della volontà e della passione – eventualmente della furia – del suo pilota. Da qui l’efficacia scenica del “dichiarare gli attacchi” ad alta voce (cosa già utilizzata nell’anime di Devilman): di per sé è qualcosa di totalmente irrealistico, ma narrativamente funziona alla grande poiché realizza un contatto verbale tra il comando del pilota, e l’azione fisica del robot.

Le armi di Mazinga, alcune delle quali hanno una connotazione chiaramente elementale (e l’avranno ancora di più quelle del Grande Mazinga…), diventano quindi emanazione del pilota oltre che del robot. A proposito, un breve excursus delle più emblematiche di queste armi: abbiamo il Koshiryouku Beam (Raggio fotonico), sorta di fulmine oculare del gigante meccanico (non a caso, scomparirà nel Grande Mazinga, che il fulmine manipolerà con le mani); il Rust Hurricane (Raggio ciclonico), un uragano corrosivo, che come il fiato distruttore di un dio disintegra i mostri, arrugginendoli all’istante; il Breast Fire (Raggio termico) dalle piastre pettorali, un flusso di calore capace di sciogliere istantaneamente ogni cosa; il fallico Missile Punch (Missile centrale), le cui riservenel robot sembrano quasi illimitata; e ovviamente i brutali Rocket Punch (Pugni a razzo), che estendono notevolmente il raggio del cazzotto del robottone.

Mazinga Z verrà implementato varie volte: importanti acquisizioni saranno gli Iron Cutter (Doppia Scure), doppie lame retrattili che andranno a potenziare ciascuno dei Rocket Punch; e soprattutto il Jet Scrander, il primo modulo componibile nel filone dei Super Robot, che agganciandosi alla schiena di Mazinga Z, gli permetterà di volare. Anche l’Hover Pilder verrà sostituito dal più veloce Jet Pilder.

Il primo agganciamento tra Mazinga Z e lo Scrander, nell’episodio 34 della serie.

 

Tornando a noi, c’è ancora di più da dire sul rapporto tra Koji e Mazinga: qualcosa per cui la stessa questione del “pilota come mente” è in parte da rivedere. Nella serie, allo “Zetto” è spesso apertamente attribuita una volontà propria, come se il super robot avesse una sorta di anima (cosa comprensibilissima nel contesto della cultura giapponese – si consideri l’animismo shintoista). Questa tendenza si presenta anche nel caso degli altri robot (vedi l’episodio 74, in cui la distruzione di Afrodite A produce un vero e proprio lutto; o l’episodio 49, in cui Boss fa la pace col suo robot, accusato di essersi ribellato), nonché in quello dei mostri meccanici (per esempio l’episodio 14, in cui Spartan K5 sembra rifiutarsi di combattere; o l’episodio 38, in cui il robot femminile Minerva X, un progetto rubato da Hell a Juzo Kabuto, riconosce ed è attratta da Mazinga Z) .

Un’illustrazione di Nagai, che ne riprende una analoga per “Devilman”…

 

Si potrebbe quindi concludere che Mazinga Z abbia una sua propria volontà, cui quella di Koji talvolta semplicemente si sovrappone. Nel contesto della poetica nagaiana, ciò acquisisce particolarmente senso una volta messo in relazione con quanto accade in un precedente diretto molto importante, ovvero il manga di Devilman. Vale a dire, la relazione Koji/Mazinga non è in fondo troppo lontana da quella tra Akira Fudo e Amon (la componente demoniaca della fusione-Devilman); almeno temporaneamente (cioè, durante l’unione a seguito dell’agganciamento), anche tra Koji e Mazinga avviene una sorta di fusione, in cui il ragazzo lotta costantemente per agire secondo ragione e umanità, sulla volontà del “dio demone” Mazinga. Significativamente, il japanium alla base della superlega Z viene scoperto da Juzo Kabuto in uno strato dell’epoca glaciale del monte Fuji; in Devilman, è originariamente alle glaciazioni che viene attribuita l’ibernazione dei demoni.
Dietro apparenze a volte scanzonate, Mazinga Z rappresenta perciò una rilevante ripresa della poetica nagaiana della contaminazione, apertamente espressa nel manga di Devilman (e ripresa in Mazinga Z, sia anime che manga, ma paradossalmente assente nel coevo anime di Devilman). E se sulla potenziale “demonicità” di Mazinga Z avete ancora qualche dubbio, si noti come la scoperta dell’”inferno” miceneo non riguardi solo il Dottor Hell: essa è condivisa da (è “colpa” di) tutti gli scienziati della spedizione, compreso Juzo Kabuto. In ultima analisi, per quanto avanzato e migliore sia, Mazinga è in fondo un supremo mostro meccanico creato per fermare i suoi simili; una cosa che diviene possibile innanzitutto solo limitando la sua autonomia di movimento e azione, tramite la fusione con un essere umano.

Il rituale dell’agganciamento: fase1, Mazin-go!…

… e fase 2, Pilder on!

 

Dalla dialettica divino/demoniaco, a quella pilota/robot. Dalla loro sinergia s’irradiano i fondamenti dell’universo robotico nagaiano, e quindi del genere super robotico tutto (ovviamente, con le dovute e numerose variazioni del caso): il pilota e il suo gigante meccanico, come unici baluardi chiamati a respingere un pericoloso Altro (passato e mitico, o alieno e avanzatissimo) in cui la tecnica, ormai fuori controllo, ha completato la sua perversione contaminante e imperialistica.
Non per nulla, in queste opere il nemico è generalmente una proiezione negativa del mondo degli eroi. Tornando al caso specifico di Mazinga Z, il Dottor Hell è prima di tutto (prima cioè di diventarlo del nipote) la nemesi di Juzo Kabuto: uno scienziato geniale quanto (o quasi) l’inventore di Mazinga; eppure un malvagio che utilizza la propria enorme conoscenza scientifica per puri scopi di potere, riducendo la tecnica a produzione bellica e finendo con l’aprire il “vaso di Pandora” rappresentato dal popolo Miceneo – che dopotutto, Hell non fa altro che sfruttarlo. La follia di Hell è tale da crearsi un esercito di esseri, la cui umanità è stata corrotta e deformata dalla sua tecnica perversa. Nascono così i suoi ufficiali, posti in una competizione interna che arricchisce notevolmente la narrazione: l’ermafrodito Barone Ashura, ottenuto dalle metà di due mummie micenee di sesso differente; il Conte Blocken, il gerarca nazista decapitato dalla testa volante, che quasi sembra parodiare l’agganciamento di Mazinga; e infine il non troppo longevo Visconte Pigman, un “umano raddoppiato” costituito dall’innesto di un malvagio mago pigmeo sul corpo di un masai. Per non dire dei soldati (le Maschere di ferro di Ashura, e le Croci di ferro di Blocken – in Italia chiamati Elmetti di ferro), indefinitamente sospesi tra l’essere macchina o individui senzienti. Un destino, questo, non dissimile da quello delle bestie meccaniche, ovvero i diretti avversari di Mazinga Z: esseri grotteschi di cui non è semplice individuare il grado di capacità e indipendenza cognitive.

Il Dottor Hell.

Una illustrazione moderna di Ashura e Blocken con le rispettive armate (by Kazuhiro Ochi).

 

Nel mucchio rientra perfettamente il Duca Gorgon, che per quanto avanguardia dei Micenei (appare nella seconda metà della serie) è graficamente allineato agli standard della “corte dei miracoli” di Hell: luogotenente dalle fattezze vagamente grecheggianti, il cui busto è inserito in una tigre. A parte la belva con cui è fuso, le sue dimensioni sono quelle di un normale essere umano: per cui si distingue nettamente dai generali micenei, veri e propri mostri meccanici, in è cui fuso un umano di cui si vede solo (sul petto o altrove) la testa originale. Questi – come già citato – si intravvedono nell’ultima puntata e saranno gli avversari ne Il Grande Mazinga. Vale a dire: è abbastanza evidente come Gorgon sia stato creato in anticipo, rispetto a quello che sarà lo standard dei Micenei.
Menzione irrinunciabile per un altro archetipo del filone super robotico, introdotto in Mazinga Z: le astronavi nemiche (nella fattispecie: Salud e in seguito Budo di Ashura, e Ghoul di Blocken). Enormi, armatissime, minacciose; ma generalmente prese a sberle dal robot protagonista della serie.
Curiosa la scelta di ambientare la base di Hell (almeno per buona parte della serie) a Bardos, in Grecia: perché ottundersi nell’attaccare l’unico valido avversario, che si trova oltretutto dall’altra parte del mondo? Jacopo Nacci (nel suo libro Guida ai Super Robot, edizioni Odoya 2016) rileva come i numerosi aspetti “europeizzanti” di questi avversari, rinviino a un importante correlato della crisi postbellica giapponese: il fare i conti con il proprio passato, con il bisogno di (ri)trovare un ordine fra una tradizione ferita e una modernità percepita come aliena e minacciosa. In Mazinga Z ha forse luogo una logica revanscista, per cui entrambi i corni del problema sono scaricati sull’Altro da Sé europeo: passato miceneo + modernità imperial-nazista, come estremi esemplari dell’eccesso di tecnica e dei suoi esiti nefasti. Dunque, bando al realismo, se Bardos attacca Tokyo, è perché Bardos rappresenta un negativo “esterno” di Tokyo.

Una clip da Mazinga Z Infinity (2017), con una nutrita rappresentanza dei classici mostri meccanici.

 

Gli avversari di Mazinga Z sono quindi l’emblema della tecnica che ha preso possesso dell’umano; del lato demoniaco della tecnica, che ha definitivamente preso il sopravvento. Contro questa realtà, è chiamato a lottare il riluttante eroe Koji Kabuto, un po’ il prototipo del “buon teppista” che in mille altre occasioni ritroveremo come protagonista di manga e anime giapponesi: un ragazzo (a suo modo) buono, sicuramente onesto, coraggioso e abile (un adolescente in grado di battere a mani nude i soldati di Hell…), ma sprezzante sino all’arroganza; imperfezione che lo rende umanissimo, ma bisognoso di un certo supporto. Del resto deve alternare le lotte con Mazinga alla frequenza scolastica: cosa che, unitamente al suo ruvido carattere di eroica testa calda, lo rendono un protagonista accattivante ad hoc per il target d’età principale della serie.
Questo supporto fortunatamente c’è, e si riconosce facilmente nella base ove Mazinga Z risiede: il Centro per le Ricerche sull’Energia Fotonica, fondato dal defunto Juzo Kabuto e ora guidata dal professor Yumi. Costui è una sorta di padre adottivo per i (presunti) orfani Koji e Shiro, e chiaramente il suo ruolo è quello del saggio che detiene il lato positivo della tecnica – la sua valenza salvifica.
A fianco di Yumi, i suoi assistenti Nossori, Sewashi e Morimori, altri “volti buoni” della scienza, incaricati di riparare e implementare Mazinga Z; e soprattutto lei, Sayaka Yumi, aprifila della serie di spalle femminili, che ritroviamo grossomodo in ogni serie super robotica. Il ruolo della donna in questo filone ha un’evoluzione molto interessante: dalla fidanzatina ribelle/a tratti chioccia (ed è evidentemente il caso di Sayaka), a figure decisamente più mature e indipendenti (come Miwa Uzuki di Jeeg robot d’acciaio, o Hikaru “Venusia” Makiba di Goldrake/Grendizer). Ciò detto, senza togliere nulla all’autentico eroismo della ragazza: che inizialmente insegna con pazienza all’irruento Koji, presentandosi in battaglia con un robot femminile – il… anzi, la già citata Afrodite A – non pensato per combattere; dunque persino privo di armi. Da lì a poco, Afrodite verrà dotata delle emblematiche “tette a razzo” (Koshiryoku Missile), una delle invenzioni più divertenti e memorabili dell’universo robotico nagaiano, ripresa in seguito per diversi robot analoghi. In seguito Afrodite A verrà sostituita dalla più avanzata (e più marcatamente mazinghiana) Dianan A, cui Sayaka si aggancia grazie a una moto (la Scarlet Mobile): una scelta che riprende quanto avviene per Iron Z/Energer Z, ovvero il prototipo di Mazinga inizialmente immaginato da Nagai – che non rinuncerà comunque a dotare la testa calda Koji di una onnipresente, e assai funambolica moto.

Sayaka Yumi e Koji Kabuto.

Progetti nagaiani alle origini di Mazinga…

 

Infine, un apporto notevole a Koji – e soprattutto alla narrazione – viene senz’altro da Boss e i suoi due “sottoposti” Nuke e Mucha. Spalla comica memorabilissima, che non a caso tornerà a gran richiesta ne Il Grande Mazinga, nonché – pur raramente – in Ufo robot Grendizer/Goldrake (oltre che in tantissimi film, remake e spin-off mazinghiani… una signature irrinunciabile di questo universo), Boss è inizialmente un teppista rivale di Koji, che accoglie nella sua nuova scuola sfidandolo nella lotta e con la moto. Presto i due stringono una forte e “virile” amicizia, in cui tuttavia l’elemento della rivalità non viene mai del tutto meno. Tra la volontà di farsi bello dinnanzi all’ambita Sayaka, e quella di supportare in battaglia l’amico, Boss convincerà i tre assistenti di Yumi a costruire un suo robot personale… usando però pezzi di scarto da sfasciacarrozze. Nascerà così il gorillesco e strutturalmente instabile (la testa che si stacca di continuo…) Boss Robot, detto non per nulla “Borot” (dal giapponese boro boro, antica tecnica di rattoppo dei vestiti): una di quelle invenzioni narrative che mandano definitivamente al diavolo ogni pretesa di realismo, certo… ma che riempie il racconto di divertimento e trovate in un modo che, ancora oggi, fa rimpiangere quel tipo di comicità – se vogliamo “ingenua”, ma terribilmente vivace. Si aggiunga come Boss e il suo scalcagnato gigante meccanico, in quanto team comico d’eccezione, siano straordinariamente caparbi (è più difficile continuare a lottare da eterni perdenti, che da eterni vincenti…); dunque nascondano un cuore d’eroe autentico – per cui anche loro, ogni tanto, sapranno prendersi delle soddisfazioni.

 

Nuke, Mucha, Boss…

…e Boss Robot.

Mazinga Z è dunque una serie che ha profondamente rivoluzionato l’animazione giapponese. Nondimeno, è una serie che per essere apprezzata oggi, richiede un po’ di spirito archeologico: non è invecchiata benissimo, a causa del format ripetitivo (1 mostro 1 puntata – anche se qualche volta i mostri sono di più) e della qualità altalenante dell’animazione. Quest’ultimo, un fatto normale per l’animazione televisiva giapponese dell’epoca, che una volta programmata doveva uscire regolarmente: per questo, al di là dell’economia (riciclo di scene in primis), i controlli non potevano essere serratissimi. Nel caso di Mazinga Z, c’è l’aggravamento rappresentato dai famosi “primi 15 episodi”, venuti piuttosto male a causa di uno sciopero generale che costrinse la Toei a utilizzare studi di riserva.
Per il resto, graficamente è un’opera molto interessante: lo stile Toei al massimo grado, disegni sintetici e dinamici, e colorazioni molto vive e cariche. Ottimo il lavoro sui suoni, fondamentale per rendere la pesantezza dei giganti meccanici; splendidi alcuni fondali, soprattutto gli ambienti delle basi e certe esplosioni; e curatissima la colonna sonora. A tratti, Mazinga Z ha dei toni quasi western (questo, al di là dell’episodio 21 che cita apertamente tale genere): recentemente, ho scoperto come Nagai sia appunto un appassionato di western, soprattutto di quello all’italiana. Nei combattimenti, come già in Devilman, si riscontrano influenze del wrestling, popolarissimo in Giappone.

A cantare le stilosissime sigle (very Seventies), sempre composte da Watanabe, è Ichiro Mizuki, autentico mostro sacro del genere… e bon, via di karaoke!

 

La sigla italiana è, a livello musicale, una parziale rielaborazione delle due originali, a firma di Detto Mariano (cantano i Pandemonium, qui ribattezzatisi per l’occasione “Galaxy Group”).

 

A proposito dell’Italia: da noi la trilogia mazinghiana è arrivata in ordine inverso; e Mazinga Z ultimo arrivato (nel 1980) ha patito un po’ la concorrenza di più moderne serie di Super Robot – tra cui i suoi stessi successori! Col risultato che non è una delle serie più amate, e spesso viene confusa con Il Grande Mazinga.

Tornando in Giappone, come già accennato il successo di Mazinga Z lo ha reso un franchise parecchio longevo. Qui vorrei citare solo i due film cinematografici d’epoca in cui appare lo Zetto: Mazinga Z contro Devilman (1973), di cui vi avevo già parlato nell’articolo sull’anime di Devilman; e Mazinga Z contro il Generale Nero (1974), che racconta il “passaggio di consegne” al Grande Mazinga, già narrato nel finale di Mazinga Z, attraverso una storia alternativa. Quest’ultimo è il mio favorito in assoluto tra i crossover nagaiani d’epoca (raccolti da Koch Media nella Go Nagai Super Robot Movie Collection): mai più le forze dei Micenei saranno così spaventose e infernali, e la lotta di Mazinga Z così disperata.

 

Direi che è tutto. Mazinga Z è opera seminale e imprescindibile per chi abbia interesse verso la cultura pop giapponese. Un pop che, al di là di sguardi superficiali, è sempre intriso di interessanti, contorti, inusuali… oserei dire estremi significati. La ragione profonda per la quale certi manga e anime hanno avuto, invero, un successo mondiale… e ora, tutti al cinema a vedere Mazinga Z Infinity!

Buona visione.

 

Alessandro Bruzzone