Cosa si può dire di nuovo riguardo al Cinema di John Carpenter? La sua ricca filmografia è stata analizzata in ogni cantone, le sue pellicole cult omaggiate e citate da qualsiasi regista esploso a cavallo del nuovo millennio. Quanto inchiostro si è speso per sviscerare i temi sui quali è fondato il suo Cinema? Troppo, eppure mai abbastanza. Le due dure scorze che sono la strenua lotta al neoliberismo e all’edonismo americano e l’orrore prima fisico e successivamente metafisico racchiudono il centro più puro della sua concezione del mondo, ovvero il rapporto tra l’Umanità e il Male, mai separati in modo manicheo, ma sempre intrecciati indissolubilmente tra loro. E questo è il “cosa”. Poi ovviamente abbiamo il “come”, e qui chi dice che lo zio Carpenter giri in realtà sempre lo stesso film non dico che ci prenda, ma ci va davvero molto vicino. Assedio in un distretto di polizia, in una base antartica, in una chiesa, in una clinica, tutto viene da uno schema tra i più classici possibili, preso direttamente da uno dei padri più nobili del Cinema americano tutto, quell’Howard sempre-troppo-poco-citato Hawks. E da cultore del classico, fin da inizio carriera il buon vecchio John sceglie sempre un onesto e solido stile di regia, muovendo la macchina da presa solo in quelle rare occasioni nelle quali sembra naturale farlo.
C’è però, silente e strisciante, un tema che si ritrova in controluce in molti dei suoi lavori. Un espediente che il regista del Kentucky usa sistematicamente, adattandolo di film in film in modo che passi inosservato per lo spettatore medio, ma renda al massimo a livello di impatto scenico. Che Carpenter sappia bene come scuotere e turbare i suoi spettatori è risaputo, ma cosa diavolo gli hanno mai fatto i bambini per farli diventare spesso la scintilla che incendia il Male sulla Terra? Probabilmente nulla, ma per il suo Cinema sono un efficace strumento per esasperare il concetto di genesi del Male, o di ribaltamento e corruzione anche dell’espressione di vita più innocente in assoluto.

Tutto comincia, vedete un po’, proprio dall’inizio, o quasi. 1976, anno del “secondo esordio” del Giovanni Carpentiere. Archiviata la satira-sci-fi in collaborazione con Dan O’Bannon, con Distretto 13 – Le brigate della morte si manifesta il primo vero esempio di cinema carpenteriano. Una Los Angeles devastata dalla violenza delle bande armate esplode definitivamente dopo un vortice di uccisioni, tra le quali quello della piccola Kathy, il cui padre ha avuto la brillante idea di fermarsi nel peggior quartiere della città per fare una telefonata e comprare alla figlioletta un bel gelato vanilla-twist. L’omicidio della ragazzina raggiunge livelli di lucida crudeltà che neanche l’Haneke di Funny Games. Nessuna enfasi, una sottile tensione evocata dal robusto synth e dal continuo sguardo sullo specchietto retrovisore del gelataio, ma il fattaccio è intuibile e – BAM – la bambina viene sparata e cade a terra. Cono due gusti, vaniglia e sangue. Da qui, l’odio e il caos monteranno sempre più, il padre cercherà di farsi giustizia da solo, incasinerà ancora di più le cose, si rifugerà all’interno del Distretto 13 del titolo e solo il sangue freddo del Tenente Bishop e la classe mariuola di Napoleone Wilson eviteranno per lo meno la tragedia.

Seconda prova, due anni dopo. Inquadratura della classica villetta da sobborgo americano, zucche di Halloween a decorarla. In casa c’è una giovane e il suo ragazzo, non si vede più in giro il fratellino piccolo e i due decidono di appartarsi nelle di lei stanze. Si spegne la luce, parte l’angoscioso tema. La camera si muove attorno alla casa senza stacchi: è una soggettiva, ma di chi? Si entra in casa, ci si arma di coltellaccio da cucina, si aspetta che il marcantonio se ne vada e con tanto di maschera si entra nella stanza della ragazza, che nel frattempo si spazzola i capelli, poppe al vento. “MICHAEL!?” grida lei, e giù coltellate. Corsa fuori dalla stanza, fuori dalla casa, arrivano i genitori: “Michael?!” Giù la maschera, carrello all’indietro, nasce il mito di Halloween – La notte delle streghe. A 6 anni Michael Myers uccide a coltellate la sorella adolescente, resta richiuso in un manicomio per altri 15, infine riesce a fuggire e torna in città per ammazzare qualche altra giovinetta. Se lo spietato killer è penetrato in profondità nell’immaginario collettivo con la sua figura imponente e la bianca maschera inespressiva, la sua prima manifestazione come incarnazione del Male Assoluto avviene proprio nella tenera età delle guance paffute e dei riccioli biondi. Il resto è leggenda.

Altro giro, altra corsa. Ne Il seme della follia del 1994, il protagonista di Sam Neill va in cerca per tutta l’America del grande scrittore horror Sutter Cane. Dopo una specie di caccia al tesoro finalmente lo riesce a trovare a Hobb’s End, una cittadina del New Hampshire nella quale sono ambientati molti dei suoi romanzi. Tra tutte le diavolerie che qui vi incontrerà, di sicuro tra le più impressionanti ci saranno anche una banda di ragazzini deformi che assediano i pochi cittadini sopravvissuti. Le strane dinamiche di Hobb’s End sembrano spiegarsi col fatto che è proprio Cane a rapirli e plagiarli, ma la realtà è – in realtà – molto più assurda e per sfuggirvi forse l’unica opzione è fare come lo zoticone del pub del paese, grondante di sangue in seguito alle ferite inflittegli dalla figlia di 5 anni: auto-eliminarsi. Grande mestiere qui, con lo zio Carpenter che gioca sul sicuro, tra bimbi demoniaci, cani monchi e palle rimbalzanti di felliniana o addirittura baviana memoria.

Un anno dopo, non andando benissimo gli incassi degli ultimi film, il Nostro decide che è il momento di rifugiarsi nel classico con un bel remake. E cosa poteva riproporre quella vecchia volpe, se non IL Cult coi bambini orribili per antonomasia, ossia Il villaggio dei dannati. Anche questo progetto si rivelerà un insuccesso, ma nonostante i nove pargoli dai capelli color platino e dagli occhi luccicanti non siano una creazione originale di Carpenter, risultano decisamente nelle sue corde. Il regista dal canto suo ce la mette tutta per rendere i bambini ancora più cattivi ed orribili della fonte originale, tra una madre forzata a bollirsi un braccio e un inserviente fatto volare giù dal tetto e trapassato dalla propria scopa.

Dopo un’altra serie di insuccessi in sala, nel 2006 torna a lavorare in tv per la serie antologica Masters of Horror con due episodi nelle rispettive stagioni. E vuoi non buttarci dentro qualche bambino demoniaco? Il buon John ovviamente prende al balzo l’occasione e nell’episodio Il seme del Male (poco ispirato adattamento del titolo originale, Pro-life) fa girare la storia attorno ad una ragazza stuprata e messa incinta proprio da Sua Infernalità il Signor Demonio. La giovane, che ovviamente il bambino non lo vuole, cerca di abortire presso una clinica specializzata, ma il padre fanatico che sente la voci dentro la propria testa non può accettare questa scelta ed è pronto a mettere a ferro e fuoco l’ambulatorio pur di impedirlo. Attorno al nascituro si articolano una serie di esseri umani spregevoli, accecati chi dall’estremismo e chi dall’arricchimento a scapito della vita umana. Quando alla fine poi il bambino esce fuori si manifesta in tutta la sua repellente forma artropode, che in qualche modo ricorda una delle varie trasformazioni de La Cosa nell’omonima pellicola.

Volendo infine cercare di cavare fuori fino all’ultimo proverbiale ragno dal buco, tornando indietro fino al 1987, precisamente a quel Capolavoro di Metafisica che è Il Signore del Male, ci si ricorda che il fluido verde malefico ritrovato nei sotterranei di una chiesa di Los Angeles è in realtà proprio l’Anti-Cristo, il figlio di un Anti-Dio che cerca di portare il padre nella nostra dimensione. E nonostante questo Male formato liquido se ne stia chiuso dentro il suo cilindro è senziente e riesce ad interagire con gli esseri umani che lo stanno studiando, tanto da “figliare” inseminando delle studentesse, che finiranno con l’essere possedute e semineranno il caos tra i ricercatori.

Ed è proprio qui, nel suo film più teorico, che Carpenter asciuga il concetto eliminando ogni possibile variazione metaforica sul tema: il Male è un figlio che nasce e cresce tra l’umanità, è alimentato da essa e spesso prende forma o si serve degli apparentemente più innocenti per raggiungere i propri scopi. Non siete ancora persuasi? Va bene, eccezione che conferma la regola: 1982, La Cosa. In una base antartica non è giustificabile la presenza di bambini. Di cosa si serve allora l’alieno parassita per entrare all’interno del gruppo di ricercatori? Esatto: dei migliori amici dell’uomo, cani.

 

Alessandro Tiozzo (@AlexanderTioz)