“Hemingway una volta ha scritto: «Il mondo è un bel posto e vale la pena di lottare per esso.» Condivido la seconda parte”

Con questa frase, pronunicata fuori campo dal detective William Somersert, si chiudeva Seven, un thriller innovativo e moderno con il quale il giovane Fincher, negli anni ’90, è riuscito a rivitalizzare un genere e a imporsi sulla scena cinematografica mondiale. Ed è proprio la citazione di Somersert che sembra aleggiare sui personaggi protagonisti di Mindhunter: la volontà di lottare, di capire, di studiare e di decifrare la mente di criminali violenti sfidando le regole di un sistema arcaico e tradizionalista. Ma più che al gusto truce e sanguinolento di Seven, Fincher – produttore di questa serie originale Netflix e regista di quattro episodi – sembra rifarsi più alle atmosfere plumbee e noir di Zodiac, crime-thriller meno roboante e celebre di Seven, ma sicuramente più maturo e depurato dalla voglia di stupire lo spettatore con un macchinoso finale a sopresa.

La serie, composta da dieci episodi, è  basata sul libro Mind Hunter: Inside FBI’s Elite Serial Crime Unit, scritto da Mark Olshaker e John E. Douglas che racchiude parte del lavoro svolto da quest’ultimo alla fine degli anni ’70. I risultati raggiuntunti da uno dei primi criminal profilers della storia si rivela di fondamentale importanza non solo in ambito accademico, per gli studi di criminologia e di psicologia criminale, ma anche nella cultura di massa, dal momento che viene a formarsi il concetto di un tipo peculiare di omicida e si conia il termine per definirlo: serial killer.

Holden Ford – personaggio fittizio (interpretato da Jonathan Groff) dietro il quale si cela quello reale di John E. Douglas – è un giovane negoziatore dell’FBI dall’aria mite e candida, che veste sempre in modo formale e il cui sguardo ha sempre un qualcosa di trasognato e svagato. Frustrato dalla ritrosia dell’FBI nell’approfondimento psicologico dei comportamenti criminali e dall’intrinseca refrattarietà al cambiamento e all’innovazione delle accademie di polizia, Ford decide, con spirito pioneristico, di battere nuove strade. Il suo progetto, che inizialmente non ha una fisionomia precisa, consiste nell’intervistare pericolosi killer detenuti in varie prigioni sparse per tutti gli Stati Uniti.

Coinvolge, in questo suo intento, il più anziano collega Bill Tench, il quale, grazie anche alla ottima interpretazione di Holt McCallany, riveste perfettamente il ruolo di “spalla” saggia e un po’ rude che si trova spesso a non condividere pienamente la spregiudicatezza e l’entusiasmo del suo giovane partner. Il duo di “mindhunters” si trasforma gradualmente in un trio quando, dall’Università di Boston, si unisce al progetto la psicologa Wendy Carr (Anna Torv), il cui approccio rigoroso e scientifico alla materia stride con i metodi un po’ improvvisati dei due agenti e che portarà ad un continuo crescendo di tensione fra i tre.

 

Mindhunter è stata bene accolta dalla critica internazionale e fra il pubblico è spesso emerso – qua e là – il termine “capolavoro”. Ma la serie “di” Ficnher e co-prodotta, fra gli altri, da Charlize Theron, può davvero essere definita tale?

Il merito più grande della serie è quello, ovviamente, di aver messo in scena un momento cruciale della storia della psicologia e della criminologia e di aver evidenziato le difficoltà di Ford/Douglas nel voler studiare i criminali in una società che li vorrebbe soltanto chiudere dietro le sbarre e buttare via la chiave. Ford getta tutti nello sgomento e crea scandalo quando, in una centrale di polizia locale, spiega come la natura violenta del mostro dei mostri – Charles Manson – sia strettamente correlata con gli abusi e le violenza che ha subito durante l’infanzia. Le interviste con i vari criminali tengono con il fiato sospeso, in particolare quella con Ed Kemper. Questi è uno dei serial killer più efferati della storia americana ed iniziò la sua vita criminale sparando ad entrambi i suoi nonni quando aveva quindici anni. Successivamente Kemper uccise e smembrò sei autostoppiste nella zona di Santa Cruz e infine assassinò sua madre e una delle amiche di lei. Un particolare menzione di merito va riservata a Cameron Britton, il quale ha interpretato egregiamente il gigantesco killer dai modi affabili e dalla lingua sciolta.

A queste interviste e alle disquisizioni più propriamente teoriche, si affianca una componente narrativa investigativa e quindi più tipicamente crime: nel girovagare di Ford e Tench per gli Stati Uniti, spesso membri della polizia locale chiedono loro di aiutarli a risolvere casi di omicidi violenti il cui movente è elusivo. Mindhunter ha anche il merito non trascurabile di aver smitizzato la figura del serial killer, tingendo di toni realistici l’atmosfera che permea i vari colloqui fra i due agenti federali e i detenuti, mostrandone addirittura uno che si masturba davanti a loro.

Cosa non funziona in questa produzione originale Netflix? Il ritmo narrativo è abbastanza desultorio e discontinuo e, sopratutto nei primi due episodi, non riesce a coinvolgere pienamente lo spettatore il cui interesse è alimentato esclusivamente dalle ricerche di Ford e Tench. Ma ciò, tutto sommato, può essere considerato un peccato veniale, dal momento che si tratta di una caratteristica propria di questa serie crime “anomala” e, una volta accettata, risulta sempre meno fastidiosa con il passare delle puntate. Ciò che davvero rappresenta, a mio avviso, un neo innegabile è il tentativo fallito di approfondire i personaggi nella loro vita personale e privata. La professoressa Carr è lesbica e il suo trasferimento da Boston a Quantico per lavorare con l’FBI incrina il rapporto tra lei e la sua compagna, ma questa sottotrama cade presto nel dimenticatoio. Un po’ più interessante è la storia di Tench, il quale ha un figlio adottivo chiuso e taciturno, ma il tutto non viene approfondito abbastanza e sa troppo di riempitivo. Ma il vero tallone d’Achille della serie è Debbie, la ragazza di Holden: personaggio fastidioso e stereotipato che non si amalgama affatto con la trama principale e che, ad ogni sua battuta, dipinge il perfetto cliché dell’universitaria hippy supponente e arrogante.

Mindhunter, quindi, è un prodotto che, tra luci ed ombre, si distingue per l’originalità della materia trattata e per l’eleganza e lo stile con cui viene viene messa sullo schermo, ma la cui sceneggiatura dimostra una certa discontinuità: brillante, avvincente e scientificamente accuranta quando Holden e Tench lavorano “sul campo”, sfilacciata e superficiale – soprattutto nei dialoghi – quando deve tratteggiare le vite private dei personaggi protagonisti. Al netto di questi difetti, Mindhunter, per il suo approccio autoriale, serio e coerente è una serie sicuramente meritoria e che suscita una certa curiosità per la seconda stagione, dato che il finale è apertissimo e che all’orizzonte si profila un nuovo antagonista: Dennis Rader, criminale realmente esistito a cui vengono dedicate, nel corso di questa prima stagione, solo brevi scene pre-credit.

Se a tutto ciò si aggiunge il fatto che John E. Douglas ha intervistato anche Ted Bundy, Charles Manson e John Wayne Gazy, l’hype per la seconda stagione non può che salire.

Ennio Pitino