La guerra è nebbia, la guerra è inverno. La vita è sole, la vita è primavera. Parte da questo semplice ma potente binomio ambientale (ma anche narrativo) il nuovo film di questi due pilastri del cinema italiano, che proprio come Olmi un paio d’anni fa, nonostante l’età (uno è del ’31 e l’altro del ’29), prendono qualche attore maturo e una sfilza di ragazzi provenienti anche dal web (Casa Surace, Le coliche, I licaoni) e vanno a girare tra monti e colline con una vitalità e un entusiasmo quasi commoventi. A differenza di Maraviglioso Boccaccio, però, il budget è più basso e le motivazioni ben più salde e visibili. La storia è quella, bellissima, del romanzo del ’63 di Beppe Fenoglio: il partigiano Milton (solito, magnifico, Luca Marinelli) capita nei pressi del casolare dove aveva passato lieti momenti insieme all’amico Giorgio (Lorenzo Richelmy) e soprattutto all’amata Fulvia (Valentina Bellè), arrampicandosi sugli alberi, ascoltando Somewhere Over the Rainbow e fumando sigarette, sospirando un sofferto amore condiviso per Fulvia con lo spettro della Guerra sempre più incombente. Il casolare è vuoto. C’è solo la custode che, parlando dei bei tempi, accenna qualcosa a proposito di Giorgio e Fulvia che si incontravano di notte all’insaputa del timido Milton. Da qui il demone della gelosia e del dubbio s’insinua in Milton, deciso improvvisamente a ritrovare l’amico per scoprire la verità. Milton e Giorgio sono ora partigiani, ma in divisioni diverse, e il Nostro si getterà a capofitto nella ricerca, noncurante di tutto il resto.

Come si deduce dall’intreccio, Una questione privata è uno di quei film che si propone di intersecare la Storia con la storia, il grande condiviso con il piccolo intimo. Vediamo le Langhe avvolte nella nebbia, nell’insicurezza e nell’isolamento che i partigiani affrontano con coraggio e dedizione alla causa, per quanto logorante possa essere. Il senso del film ruota intorno all’incancrenirsi di un sentimento altrettanto logorante (il germe della gelosia e dell’amore infranto), una nuova guerra interna al protagonista che si dimentica di ogni logica bellica per inseguire la folle ricerca di una verità singola e personale. Nell’arco di un paio di giorni, Milton sfiderà la suddetta logica per tornare ad assaporare momenti ancora idilliaci nella sua fantasia, ma ammorbati da una distanza temporale e affettiva capace di trasformarli in ossessione: il suo percorso di formazione culminerà di nuovo nella nebbia, con una geniale frase finale che rimette sugli stessi binari il privato e il comune, la storia e la Storia. Per poter rivedere la primavera, bisogna che l’inverno finisca. Una questione privata è un film piccolo, umile ma magnifico, che riesce in una cosa difficilissima: unire la scrittura e le suggestioni del cinema italiano anni Sessanta con uno stile di racconto e di regia dentro al nostro tempo. Si tratta di un quasi miracolo, eppure tutto funziona a meraviglia. I dialoghi, la gestualità, il lessico e i movimenti della messa in scena sono molto letterari, teatrali e solenni, mentre il contesto è freddo, carnale, brutale e concreto; la regia dei Taviani è dinamica, sveglia, moderna e sensata, ma in modo naturale e senza forzature di alcun tipo. Insomma, una goduria per occhi e mente. Quel che accade è importante, non parliamo di una di quelle opere che mette in risalto l’insignificanza dei singoli nella Storia, ma la contrario si tratta di un film che dona cadenza cruciale a tutto, mettendo su un piano coincidente particolare ed universale. La vicenda introspettiva di Milton vale quanto la Resistenza perché la Resistenza non è una guerra passiva, è una guerra fatta da uomini in quanto tali, non pedine.

C’è uno zoom (cosa oramai desueta, soprattutto nel cinema cosiddetto d’autore) sulla figura di Milton in controluce che si sofferma sulla soglia del casolare, né citazionistico né post-moderno, che non si riferisce a nulla se non al contesto emotivo in evoluzione all’interno del personaggio. Una sorta di folata improvvisa e vertiginosa di ricordi che lo investe prima di andarsene, e che rappresenta con un’inventiva poderosa il piombare su di lui del sospetto, della gelosia, dell’orgoglio ferito. Semplicemente straordinario, uno degli espedienti registici più belli e poetici degli ultimi anni. Questo per far capire quanto il film sia sentito e sofferto da parte della macchina da presa, una cosa che lo spettatore -cosciente o meno- non potrà fare a meno di sentire a sua volta su di sé. E che capolavoro di costruzione è la sequenza dell’albero? Difficile parlare di questo film in termini posati, freddi e analitici.

Tutt’intorno, ci sono personaggi stupendi, giovani soverchiati dalla guerra ma ancora fieri e decisi, come il meraviglioso il comandante fascista interpretato da Josafat Vagni, o l’ostaggio che, come Milton, vive un pericoloso ponte tra vita e guerra e suona freneticamente un’immaginaria batteria su forsennati rimti jazz. Con poche inquadrature, e poche parole, i Taviani raccontano ogni singolo ragazzo in scena in modo delicato, partecipe e vivo, nessuno è tralasciato o infilato per far numero. Il quadro generale che ne consegue è straziante, ma anche energico e terribilmente vitale.

In questo anno davvero magico per il cinema italiano (Indivisibili, Gatta Cenerentola, A Ciambra, Cuori puri, I figli della notte, e per certi versi pure Monolith, citandone solo alcuni), Una questione privata si inserisce tra lavori di tanti giovani emergenti e corona un affresco storico e sentimentale a dir poco stupendo, che potrebbe tranquillamente essere incluso nei migliori titoli prodotti dai fortunati fratelli.

Basta parole, volate al cinema. Perché perdersi Una questione privata sarebbe francamente imperdonabile.

 

Arturo Caciotti