Un cacciatore, un fabbro e un prete si armano fino ai denti e si dirigono con ferocia determinazione nei boschi con l’obiettivo di stanare e catturare qualcuno. Dalla sua tana sotterranea, Borgman emerge e si dà alla fuga, avvisando del pericolo altre persone che sembrano vivere sottoterra come lui. E’ sporco, malandato e malvestito quando per la prima volta giunge alla bellissima casa di Marina, alla quale chiede di poter entrare per fare un bagno. La donna è confusa e disorientata e la situazione precipita quando arriva sulla soglia Richard, il marito di lei, che, irritato dalle insistenze di Borgman e dalle sue insinuazioni, lo picchia selvaggiamente.

L’incipit fiabesco e simbolico del film si dissolve bruscamente nel crudo realismo di questo pestaggio. Ma associare il termine “realismo” a questo rompicapo wierd, ermetico e straniante è cosa del tutto fuori luogo. Borgman – di Alex van Warmerdam – è una cretura mefistofelica e cangiante, esattamente come lo è il suo protagonista eponimo e all’interno di una solida struttura narrativa, che procede compatta e coerente verso il finale, muta forma e linguaggio spiazzando continuamente lo spettatore. Per procedere nell’analisi, sarò inevitabilmente costretto a fare qualche SPOILER.

La reazione spropositatamente violenta di Richard, spinge Marina ad aiutare Borgman, ospitandolo in segreto. Ma oltre al senso di colpa, c’è altro che progressivamente induce Marina a prendersi cura del suo opsite: una certa fascinazione per il trasandato uomo dei boschi che si trasforma gradualmente in una pulsione erotica distruttiva. Sembra essere lo stesso Borgman ad instillarle tale passione e, nello stesso tempo, ad infonderle disprezzo e odio per il marito. Ogni notte, infatti, l’uomo siede rannicchiato sul petto di Marina dormiente, controllando in qualche modo i suoi sogni. Il concetto e la sua messa in scena rappresentano un’innegabile citazione a l’Incubo, celebre dipinto di Johann Heinrich Füssli, spesso interpretato come rappresentazione di instinti sessuali repressi e sublimati.

Borgman comincia ad annoiarsi ed ha intenzione di tornare nei boschi, ma Marina farebbe di tutto per trattenerlo e gli suggerisce di prendere il posto del suo giardiniere. Scopriamo così che l’uomo dispone di una intera équipe di collaboratori – o sarebbe meglio dire adepti? – che come lui pare abbiano la capacità di influenzare la psiche delle persone e che non si fanno alcuno scrupolo ad uccidere a sangue freddo. Così la violenza irrompe improvvisamente, ma senza enfasi, come il maestro Haneke insegna – sebbene il genio austriaco rimanga inarrivabile – e ne faranno le spese, tra gli altri, il giardiniere e sua moglie, uccisi brutalmente e gettati nel lago dopo aver messo le loro teste in un secchio riempito di cemento.

 

Ora Borgman ritorna alla casa di Marina ben rasato, pettinato e vestito dignitosamente e Richard, non riconoscendolo, lo fa entrare e gli offre senza esitazioni il posto di giardiniere. Irretiti dal fascino arcano di Borgman, anche i figli piccoli della coppia e Stina, la babysitter di famiglia, si dimostreranno ostili verso i propri cari e finiranno per diventare i suoi nuovi accoliti.

Per sua natura, questa pellicola oldandese si presta a svariate interpetazioni. L’influenza del già citato Haneke e di Pier Paolo Pasolini è evidente, tanto che la prima parte del film può essere letta come una sorta di Teorema alla rovescia, in quanto l’ospite che stravolge l’esistenza borghese di una famiglia non è una creatura “angelica” ma un individuo che striscia fuori dalla terra con il suo carico di male e odio lucidamente distribuito a chiunque si imbatta in lui. Ma il male non è solo raprresentato metafisicamente da Borgman e dai suoi seguaci, non si trova solo sotto la superficie pronto ad emergere ed insinuarsi subdolamente, ma alberga tranquillamente nell’accogliente rifugio della famiglia borghese e benestante: Richard non si fa scrupoli a picchiare selvaggiamente Borgman quando questi si presenta a lui come un barbone, ma lo accoglie poi con riguardo quando ritorna come rispettabile lavoratore dall’aria educata e professionale. Oltre al classismo, viene messo impietosamente in evidenza anche il razzismo di Richard, che aveva scacciato in malo mado gli altri aspiranti giardinieri dai tratti somatici “non-caucasici”. Marina riempe la noia della sua vita dorata coltivando l’hobby della pittura e l’arrivo di Borgman scatena in lei sentimenti di rabbia e odio verso il marito probabilmente latenti e repressi da tempo.

Il messaggio di fondo, se si vuole cercare di ricondurre le stranianti e molteplici sfaccettature del film al suo nucleo contettuale più forte, sembra essere che il male – nella sua rappresentazione concreta e metafisica, reale e surreale –  sia un elemento onnipresente, inevitabile e imprescindibile nell’esistenza dell’uomo. Un trionfo del male dalle profondità della terra al salotto borghese lucidamente messo in scena dall’abile mano di Alex van Warmerdam.

Ennio Pitino