Detroit, luglio 1967: tra le strade della città si consuma un vero e proprio massacro ad opera della polizia, in cui perdono la vita tre afroamericani e centinaia di persone riportano gravi ferite. La rivolta successiva a questo episodio è motivo di disordini senza precedenti, tanto da costringere ad una presa di coscienza su quanto accaduto durante quell’ignobile giorno. Kathryn Bigelow concentra il suo sguardo su uno degli episodi più sanguinosi della moderna storia americana, tra abusi di potere e violenta repressione, riportando in campo una realtà, purtroppo, sempre attuale.

Tra le pellicole più attese nella 12° edizione della Festa del Cinema di Roma, Detroit si attesta come il terzo lungometraggio della Bigelow scritto da Mark Boal dopo The Hurt Locker e Zero Dark Thirty. Una collaborazione vincente che ora vede protagonisti i volti di John Boyega, Will Poulter, Algee Smith, Jacob Latimore, Jason Mitchell, Hannah Murray, Jack Reynor e Kaitlyn Dever. La durezza della pellicola ha trovato problemi nell’essere pienamente compreso in patria, dove il riscontro del pubblico è stato tra i più tiepidi.

Un grande ritorno, quello della Bigelow, che firma un racconto immerso completamente in una pregnante e forte potenza visiva che non risparmia ogni crudo risvolto emotivo, dando lucida e sconvolgente impronta di un periodo storico permeato di attualità. Tre blocchi narrativi che si diramano con grande energia nella consapevolezza di una tecnica magistrale che la regista ha fatto sua registrando il suo operato tra i più coerenti e impeccabili del cinema contemporaneo. Detroit ci presenta uno spaccato violento dell’America fine anni ’60, partendo da un incipit che ci mette immediatamente di fronte le tensioni in atto attraverso un raid della polizia in un noto locale della città, dove il risentimento popolare e la questione razziale permeano la scena anticipando un contesto che di lì a poco esploderà senza esclusione di colpi. L’ostilità porterà infatti a scontri sempre più frequenti e sanguinosi con l’emergere di una rabbia repressa non più sostenibile. In questo quadro si inseriscono tre giovani cantanti afroamericani, i Dramatics, giunti a Detroit con l’obiettivo di strappare un contratto discografico alla Motown, etichetta molto famosa dell’epoca che si specializzava in R&B e Soul e avrebbe portato la musica black ai massimi vertici. La Bigelow non perde occasione per dare attenzione anche a questa grande realtà, riportando con completezza vari aspetti di quegli anni. Giovani artisti, quelli del dramma, che loro malgrado si troveranno protagonisti e vittime di un tremendo gioco al massacro messo in atto dalle forze armate, in una notte d’inferno dalla tragicità assoluta. Ed è qui che la pellicola esplode in un racconto in tempo reale dall’impatto disarmante e quanto mai epico nel suo valore totalizzante: la caccia ad un cecchino stanato in un motel crea motivo di una rappresaglia senza tregua. Nel tentativo di individuare la ‘vera’ minaccia, i poliziotti daranno vita ad un pestaggio privo di limiti e distinzioni, portando in asse schemi etici completamente decaduti nel caos, con un bagno di sangue assoluto. In un’atmosfera che ha visto il controllo perdersi nel crollo di ogni legalità, neanche il volto di un ‘buono’ (la guardia giurata Melvin) può riuscire a contenere un tale tumulto. Un fulcro filmico che destabilizza nella sua presa di coscienza che non permette di risparmiarsi in alcuna congettura morale, ove tutto è perso e il pathos raggiunge i suoi massimi livelli confermando un crudo spaccato che tale vuole essere e tale si presenta, folgorante e scioccante, in completa e tremenda spontaneità scenica.
Lontana da ogni simulacro retorico, la Bigelow si concede in una terza parte finale un aspetto più nettamente pratico e giudiziale, riprendendo le redini di una realtà che vuole astenersi dal proseguo dell’incubo. Seppur meno persuasiva e convincente, la conclusione non può trovare altra via che non si attesti in una risoluzione al massacro precedentemente mostrato, portando una parvenza di diritto in una situazione che ha visto assoluti protagonisti atti di indicibile violenza.

Concreto e disarmante, volutamente inquietante e duro, Detroit è una tra le più grandi dimostrazioni di alto cinema che questi anni abbiano registrato.