Il serial killer, la pedofilia, e il Web. Nella nostra epoca, e pertanto nel nostro immaginario, essi sono rispettivamente: il mostro per antonomasia, la perversione per antonomasia, e il delirio della tecnica per antonomasia. In particolare quest’ultimo, il Web, sintetizza qualcosa di tutti e tre le realtà: esso è il rassicurante ventre virtuale dove liberarsi da ogni freno, perdendosi completamente; e finendo così, inesorabilmente, più prigionieri che mai.
Tale intuizione è alla base di Like, cortometraggio d’esordio del modenese Giulio Manicardi (classe 1987). Un’opera che colpisce decisamente nel segno, sinergizzando quei tre elementi – inevitabilmente abusatissimi, come tutto ciò che è leit motiv – in un’esperienza cinematografica sorprendentemente interessante.

 

LIKE (Italia 2016, scritto e diretto da GIULIO MANICARDI, durata circa 20 min.)
Aiuto regista: TIZIANO PALTRINIERI
Assistente di produzione: CARLOTTA BERGAMINI
Direttore della fotografia: DANIELE QUADRELLI
Montaggio: DOMENICO GUIDETTI
Trucchi make-up artist & SFX: FRANCESCO DI SANTO
Props: FRANCESCO BENEDETTINI
Musiche: HANK ZAMAR
Scenografie: DAVIDE PRANDINI
Attori e interpreti: ANTONIO PAULETTA (Jerry); ELEONORA MASSA (la moglie di Jerry); GIULIO MANICARDI (il killer); ALDO STELLA (voce del killer nella versione italiana); YURI CASAGRANDE CONTI (voce del killer nella versione inglese)

 

La soggettiva traballante di una videocamera a mano,  ci mostra le immagini di una famiglia apparentemente felice: baci, abbracci, gite, il compleanno del bambino… Pian piano il quadretto idilliaco muta: lei, bellissima, è evidentemente in crisi con lui. Accadono varie cose, sino all’oscena scoperta: lui, che corteggia una bambina, invitandola infine sulla sua automobile… Nel frattempo, il video stesso ha subito un’inquietante metamorfosi: un cambiamento sottile nel ritmo, la musica che a un certo punto tace… il punto di vista, che non è più quello amichevole della videocamera di famiglia.
Già dalla breve introduzione, s’intuisce uno dei punti di forza del cortometraggio di Giulio Manicardi: la qualità. Siamo di fronte ad un’opera fatta con mestiere e passione… e siamo solo all’inizio.

 

Stacco, cambia la scena. Un ambiente buio, simile a un piccolo teatro, trafitto per il momento dall’occhio di una sola luce; Il nostro “padre di famiglia” è legato su una sedia, si agita e si dispera con la bocca sigillata da una ball gag; egli è ripreso da una videocamera posta su un treppiedi – i polsi allacciati, intanto, sanguinano laceri. L’attenzione del prigioniero – e con la sua la nostra – si sposta progressivamente su un’altra figura, che si trova alle sue spalle. L’accensione di vari riflettori rivelano infine il carceriere: elegante, con un completo nero su camicia bianca e cravatta nera; guanti spaiati (destro rosso, sinistro bianco), il viso completamente annullato da una maschera a cappuccio totalmente nera – priva, cioè, di qualsiasi apertura o tratto. Una sorta di Slenderman senza tentacoli, reale e insieme onirico – come la sospensione atmosferica che lo introduce, inquietante e felliniana. Costui inizia a parlare, atteggiandosi proprio come un presentatore, e introducendo Jerry – il nostro padre di famiglia – a un imprecisato pubblico.

 

In breve, il malcapitato viene accusato della sua grave colpa (che fine ha fatto quella bambina?) di fronte a un’invisibile giuria, costituita dai follower (migliaia!) di questo crudele show in diretta streaming. Costoro, con i loro Like – per l’appunto – dovranno decidere della sorte di Jerry: lasciarlo andare, o farlo giustiziare.

La narrazione è tesissima, la fotografia impeccabile. Il conduttore, mattatore assolute, si diverte con un Jerry (comprensibilmente) in pieno panico, rivolgendogli osservazioni accusatorie tranchant, che sembrano tratte di peso dai commenti dei talk show o dei social. Il conduttore è una figura affascinante e modernissima, resa fisicamente dallo stesso Manicardi, ma doppiato da un interprete ulteriore, differente a seconda della versione linguistica (Aldo Stella in italiano, Yuri Casagrande Conti in inglese). Il risultato è eccellente, con la gestualità suadente di Manicardi accompagnata perfettamente dall’espressiva voce di Stella (io ho visionato la versione italiana). “Bello come l’incontro fortuito su un tavolo di dissezione di una macchina da cucire e di un ombrello”, oserei dire citando qualcuno… un risultato insieme efficace e alieno, che stupisce particolarmente se si considera l’assenza totale del riferimento del viso (completamente celato dal cappuccio).

 

Ma al di là della tecnica, Like colpisce per la ragione cui facevo cenno nell’introduzione: articolare argomenti oggi tanto centrali nell’immaginario comune, e quindi inevitabilmente abusatissimi, è tutt’altro che semplice – dacché il rischio di dire banalità è dietro ogni angolo.
Manicardi evita questo pericolo, per almeno due motivi: in primo luogo Like, tra citazionismo e metacinema, è un corto sì nutrito di cinefilia, ma rielaborata con personalità. Così, tra Saw e Dexter, il valore emblematico del serial killer (il mostro è dentro noi/ i mostri siamo noi) è originalmente diluito nel Web (con un bel po’ di Anonymous, e un pizzico di Brigate Rosse). Qui riecheggia un’intuizione che fu di Fritz Lang (M il Mostro di Dusseldorf, 1931): il tribunale dei criminali ora siamo noi, un popolo di sociopatici e voyeur assai ipocriti, che bramano il sangue chiamando tutto questo “giustizia” (come avveniva in passato, o come forse non ha mai smesso di avvenire).
In secondo luogo, Like presenta un’interessante e originale finale (del quale ovviamente non vi dirò nulla), che conclude e incorona la narrazione in modo estremamente efficace. Un elemento decisivo, nella sfida di essere originali dentro una tradizione precisa e assai popolata.

 

Like ha vinto il Dragone d’Oro al Ferrara Film Festival, il premio quale Miglior Corto Italiano al Torino Comics Horror Fest e quello al “miglior soggetto” all’IIPM Festival. Tra le selezioni invece lo Scare A Con di New York, l’Aquila Horror Fest de l’Aquila, il Festival of Serbian Fantastic Film di Belgrado, e il Comic Con di Puerto Rico. Insomma, è un’opera prima interessante che sta facendo parlare di sé, e che vi invito senz’altro a vedere se ne avrete occasione.
Pare che attualmente Manicardi sia già al lavoro su nuovi progetti, tra cui almeno uno collegato a Like… non vi nascondo che sono davvero molto curioso di saperne di più.
Buona visione.

 

Alessandro Bruzzone