David Lynch non ha iniziato la sua carriera nel mondo dell’arte come regista, originariamente era un pittore, un mosaicista. Fu a metà degli anni ’60 che prese in mano la macchina da presa e decise di animare le sue raffigurazioni geometriche. Da questo punto in avanti David capisce come unire perfettamente il Cinema ai modi classici di fare arte e questo nella terza stagione di Twin Peaks è davanti ai nostri occhi: meraviglioso, immenso. Chi cerca le ispirazioni di Lynch solo nel cinema di Fellini, Tati e Wilder si sbaglia di grosso poiché sta tralasciando i maestri della pittura che ne definiscono le basi stilistiche fin dalla radice: Francis Bacon, Edward Hopper, ma soprattutto René Magritte.

Il pittore belga famoso per le sue mele e le sue pipe era affascinato dal funzionamento del pensiero e della percezione. Capire perché riusciamo a riconoscere il disegno di una mela come tale sembra banale in un primo momento, ma i processi del nostro cervello per arrivare a tale interpretazione non sono affatto semplici. Gian Lorenzo Bernini diceva che “l’ingegno e il disegno sono l’arte magica attraverso cui si arriva a ingannare la vista in modo da stupire” e anche la scuola gestaltica era dello stesso avviso: sono l’equilibrio delle forme che vanno a comporre lo scheletro dell’immagine, gli effetti spaziali e il giusto accostamento di colori che riescono a creare un percorso interpretativo. Esattamente ciò che voleva dirci Magritte con la sua non-pipa. E’ per questo che il pittore cerca di stupire lo spettatore, di lasciarlo spiazzato di fronte all’accostamento di taluni oggetti in un ambiente fuori contesto. Ed ecco che appaiono d’innanzi a noi sipari che danno su un luogo aperto, alberi in un luogo chiuso, ritratti senza volto e strane sfere appoggiate su delle poltrone.

Ed ecco che David Lynch coglie gli stessi elementi per stupirci, per dare la sua visione di una realtà alternativa.

“Il ritratto di Edward James” di Magritte non ha il volto perché il soggetto, nel momento del ritratto, non si sentiva ancora completo come individuo, esattamente come non è completo il nostro amato Dougie. La percezione visiva inganna dunque la percezione che ognuno ha della realtà o, per meglio dire, della propria realtà. Sia la filosofia che la psicologia hanno sempre cercato di criticare l’univocità del reale, giungendo spesso alla conclusione che ognuno di noi attribuisce un significato ad un determinato stimolo, un significato che talvolta possiamo condividere con gli altri ma che non è assolutamente da dare per scontato. Sia Magritte che Lynch mettono in discussione tutto ciò attraverso le proprie opere e lo fanno in un’epoca di certezza scientifica, di descrizione minuziosa della realtà, scuotendo le certezze che abbiamo sull’immagine (o sulla narrazione, nel caso di David). Quando lo spettatore guarda un film con una struttura canonica è portato ad avere più o meno il controllo su ciò che accadrà nel film: inizio, sviluppo, conclusione. Quando lo spettatore guarda Twin Peaks (o Strade Perdute, Mulholland Drive, INLAND EMPIRE) perde totalmente il controllo su ciò che pensava sarebbe accaduto, il senso di realtà viene sospeso in favore di un’altra prospettiva che possiamo considerare surreale o metafisica, ambedue definizioni che anche a Magritte calzano come una scarpetta di cristallo. Il surrealismo di Breton e Dalì era una fuga dal nostro universo, mentre per il pittore belga (e per il cineasta americano) è nel nostro vivere quotidiano che dobbiamo cercare. I paradossi visivi di Magritte e di Lynch non puntano sulla deformazione ma piuttosto sulla composizione estraniante di forme semplici e lineari dislocate dal loro contesto naturale. Al tempo stesso i due artisti utilizzano la metafisica (De Chirico, impossibile da non citare), che però mira alla ricerca di una realtà assoluta che prescinda dal relativismo. Se diamo ascolto ai surrealisti questa super-realtà si può individuare solo nel nostro subconscio, che è esattamente ciò che cercavano di rappresentare nei loro mondi assurdi fatti di orologi sciolti e strani animali fusi con la natura . Un cul-de-sac da cui è impossibile uscirne, esattamente com’è impossibile trovare la coerenza narrativa nelle opere lynchiane. Twin Peaks nella sua incarnazione degli anni ’90 cercava di mantenere lo spettatore medio-borghese attaccato il più possibile al reale per poi provare a distruggergli la comodità della realtà nel finale. Ma come sappiamo non andò come previsto per colpa della produzione e David con Fuoco Cammina con Me nel 1993 e con Twin Peaks nel 2017 distrugge quel pubblico che aveva contribuito a rovinargli l’opera creando un qualcosa che sin da subito sospende il senso di realtà. Come dice Marcel Paquet nel suo libro dedicato all’artista belga, “l’oggetto si presenta come sipario di un altro oggetto […]. Esiste un rovescio delle cose più vasto, più affascinante della loro apparenza”. E anche Lynch come ben sappiamo è tremendamente affascinato dal rovescio dei suoi personaggi/oggetti scenici: Betty e Diane, Fred e Pete, Dougie e il Cooper malvagio.

Dunque come abbiamo potuto vedere, il pensiero e la concezione di immagine come sospensione della percezione (e dunque della realtà) sono fondamentali in ambedue gli autori ma nel caso non foste ancora convinti concludo l’articolo citando nuovamente il libro di Marcel Paquet e vi sfido a non vederci anche l’anima del nostro amato David Lynch:

“Magritte cercava solo di pensare per immagini, di pensare senza idee, senza concetti, in un registro esclusivamente visivo e tuttavia abitato dallo spirito, frequentato dalla metafisica. Non esistono parole per dire e pensare il mistero dell”essere’, ma esistono, da Magritte in poi, immagini che ci mostrano quanto ci manchino i pensieri, di come ne siamo privi, quanto il senso sia l’impossibile al quale sia tuttavia possibile non rinunciare mai. (…) Quando vediamo, non leggiamo né sentiamo, ma senza il blocco degli altri sensi o, almeno, senza alcuni degli altri sensi inclusi nel vedere, non potremmo vedere niente. (…) Il corpo è una molteplicità disordinata, un campo di forze e di possibilità variabili che, di volta in volta, mette in atto una delle sue molteplici personalità. (…) I sensi inerenti alle opere di Magritte riguardano direttamente il ‘disordine di tutti i sensi’ di cui parlava la poesia di Arthur Rimbaud.”

Marcel Paquest

 

Andrea Guaia