Allora, è da un po’ che qui non si parla di cult, forse anche da troppo. Dunque è arrivato il momento di ridare uno sguardo ad uno dei cult più noti degli anni novanta, The Blair Witch Project. Dico “ridare” perché non è la prima volta che su Shiva Produzioni parliamo di questa pellicola, Andrea prima di recensire ed analizzare il recente ultimo capitolo ha fatto uno “spiegone” della saga, dalla sua genesi sino alla sua rinascita. E sul primo capitolo non penso ci sia bisogno di dire altro, conoscete tutti (spero) la storia di come è stato girato il film e di come hanno fatto credere a milioni di persone che ci fosse una strega nei boschi del Maryland, in un villaggio anticamente chiamato Blair. Ah, la recensione contiene ovviamente spoiler.

Se non fosse per il capolavoro di Ruggero Deodato, Cannibal Holocaust, potremmo considerare The Blair Witch Project – Il mistero della strega di Blair di Daniel Myrick & Eduardo Sanchez il capo dei mockumentary, i falsi documentari, ovvero quei film girati con un linguaggio esclusivamente documentaristico. Poi c’è da dire che un altro difetto è da riscontrare nel sottotitolo in Italiano (una brutta abitudine quella di titolare i film con nomi inutili/orribili che proprio non riusciamo a toglierci) ma giuro che i problemi sono finiti qui. TBWP come ogni cult che si rispetti ha la peculiarità di avere una trama conosciuta anche da chi non l’ha mai visto, complice anche la semplicità del soggetto (che ha spianato la strada a numerose citazioni e parodie).

Detto ciò, arriviamo subito al lato estetico e tecnico, la cosa che da nell’occhio dopo pochi minuti è la ripresa a colori e in bianco e nero per le scene che sarebbero del “documentario” questa soluzione rende molto netta la separazione tra vita reale e le riprese per il film che stanno svolgendo i tre protagonisti. La cosa interessante e che queste scene si potrebbero persino montare realmente come fosse un documentario, e con le scene a colori realizzare anche una sorta di making of, come probabilmente avevano intenzione di fare i protagonisti. Questa logica nelle riprese si intreccia in modo molto logico con alcuni movimenti di camera di Heater, la regista, e dei movimenti degli altri due protagonisti. So che può sembrare una cosa di poco conto ma è una cosa che si è vista poco nella miriade di falsi documentari che sono esplosi nelle sale fino a qualche anno fa. Spesso in queste pellicole troviamo dei movimenti volutamente sin troppo grezzi che finiscono per risultare forzati nella loro eccessiva involontarietà. E a proposito di scene, quella della corsa nel bosco è praticamente la perfezione tra estetica e movimenti improvvisati. 

Altra chiave di lettura molto interessante è la differenziazione degli avvenimenti tra il giorno e la notte che man mano va per affievolirsi. Di giorno abbiamo il dramma dell’essersi persi nel bosco, di non sapere come trovare l’auto per tornare a casa, di notte invece abbiamo le persecuzioni della strega, e il subirle solamente di notte le rende molto più forti perché peggiora ciò che succede di giorno nel bosco. In quei pochi giorni i protagonisti si troveranno sempre più angosciati dal pensiero che sta per sopraggiungere la notte da rendere la ricerca dell’auto sempre più difficile stressante, tanto da fargli commettere errori in continuazione e esplodere in momenti di disperazione, disperazione e ansia che è possibile cogliere solo in lingua originale, il doppiaggio lo rovina assolutamente. Una trovata davvero geniale non c’è che dire. Come lo è del resto la assoluta mancanza di prove di cosa li stia seguendo, troppo scontato che sia la strega ma ad ogni notte in tenda diventa l’ipotesi più plausibile. In fondo è questo il bello del falso documentario, lo spettatore diventa anch’esso protagonista, non è uno osservatore che guarda il susseguirsi degli avvenimenti cosciente della situazione, lo spettatore non è cosciente assolutamente di nulla e deve restare nel dubbio esattamente allo stesso livello dei protagonisti, e Myrick & Sanchez ci sono riusciti in modo esemplare nella stesura della sceneggiatura, andando oltre a ciò che il genere poteva offrire. Nota di merito la assoluta mancanza di jump scare,la prima volta che lo vidi, un po di anni fa, non me ne accorsi ma rivisto oggi il film ti induce ad aspettarti di continuo lo spavento improvviso,visto l’utilizzo eccessivo che ne hanno fatto film che ne seguono la scia.

Ma siccome in questo periodo sul blog parliamo di traumi, qui, il trauma, dov’è stato? Non è tanto nella sensazione di disagio che innescata la frustrazione dei personaggi, ma più nell’atipicità del film, nessuno della mia generazione aveva mai visto su grande schermo qualcosa del genere, chi ci ha preceduto ed è sopravvissuto alla pellicola di Deodato sa di cosa parliamo. Il guardare qualcosa che riesce a darti una così forte sensazione di realtà pur sapendo che ciò che vediamo non rispecchia la realtà, è un pregio che neanche i recenti mockumentary dai budget milionari riescono a darti e che ti spara nel bosco insieme a quei tre ragazzi a cercare l’uscita sperando che la notte non arrivi mai.

di Cristiano Arturo