In un lussuoso palazzo a Calais, si alternano le vicende dei vari componenti di una famiglia dell’alta borghesia francese: il capofamiglia ormai anziano che tenta in tutti i modi di farla finita; l’azienda di famiglia guidata dalla figlia e dal nipote ribelle, al centro di un incidente che ha provocato la morte di un operaio; il figlio divorziato e risposato, traditore seriale incapace di amare; sua figlia, appena orfana di madre causa suicidio con degli psicofarmaci.

In Happy End ritroviamo ancora una volta tutti i temi tipici del regista, che hanno caratterizzato molte delle sue produzioni precedenti; ma, a differenza delle altre pellicole di Haneke, qui queste tematiche non vengono approfondite a pieno né trattate con la giusta cura. La propensione e la pulsione verso il suicidio borghese, perpetrato più che altro per noia, aleggia incessantemente tra le sfarzose mura della residenza a Calais, ma è infinitamente distante da chi guarda la pellicola, il quale, non riuscendo ad entrare in empatia con i personaggi, è impossibilitato a capirne a fondo le motivazioni che li portano a compiere determinati gesti.

Altro stilema caro al regista è lo sguardo asettico e distaccato con cui osserva la vicenda narrata, che ritroviamo qui saggiamente accentuato dall’introduzione di un ulteriore filtro oggettivante (dalle dirette di Instagram alle riprese delle telecamere di sicurezza), che estranea ancora di più lo spettatore dagli eventi mostrati. Al contrario di molte sue pellicole precedenti, però, dove l’apparente lontananza empatica crea l’effetto contrario, qui siamo di fronte ad un’opera la cui freddezza esterna è condivisa anche al di sotto della superficie.

Un altro fattore che contribuisce ad allontanare ulteriormente lo spettatore da una (anche solo apparente) comprensione dei personaggi è il fatto che il linguaggio crudo e spiazzante tipico del cinema di Haneke venga qui in qualche modo edulcorato, non mostrando mai l’azione scatenante, il gesto tragico. Le conseguenze di tali azioni, gli unici eventi a trovare sbocco sullo schermo, non sono mai drastiche o determinanti, anzi sembrano addirittura non scalfire affatto i personaggi, che, a loro modo, continuano imperterriti per la propria strada, come se nulla fosse successo. La decisione di fare di Happy End un film corale risulta quindi fallimentare, in quanto non si dà adeguato spazio né ai personaggi, le cui caratteristiche sono appena abbozzate (basti pensare al personaggio interpretato da Toby Jones, un mero pretesto narrativo per introdurre nel film l’ultima scena), né agli attori in generale. L’unico dotato di un minimo di spessore è il riottoso nipote, interpretato da Franz Rogowski, che risponde alla domanda “Cosa ne sarebbe stato di Vinz (Vincent Cassel) in La Haine se, invece che nelle banlieue parigine, fosse cresciuto tra i fasti borghesi di Calais?”.

Sicuramente l’ambientazione è significativa: la città di Calais è famosa principalmente per essere da anni il punto in cui migliaia di migranti stazionano per poi cercare con ogni mezzo di arrivare nel Regno Unito. È qui, perciò, che si inserisce un’aspra critica alla classe borghese francese, oltremodo perbenista e, neanche troppo velatamente, razzista. Questo discorso però ha uno spazio limitato all’interno della pellicola, venendo giusto accennato ogni tanto, e mai trattato adeguatamente, rendendo impossibile quindi definire il film stesso una denuncia sociale ad una determinata realtà.

Il problema principale dell’opera di Haneke è quindi il suo non volersi schierare, non voler prendere in alcun modo una posizione, rendendo impossibile capire dove il regista voglia arrivare, quale sia il fine della pellicola: i vari temi proposti sono appena accennati, solo suggeriti, e mai approfonditi a dovere. Il film non solo è sprovvisto di happy end, ma è privo di una vera e propria conclusione, causa una voglia irrefrenabile di voler portare avanti un discorso che, mai come prima, si è fatto ormai esageratamente prolisso.