Siamo nel 1989. Peter Greenaway, autore dal talento conclamato di quegli anni, decide di spezzare ogni schema del cinema commerciale proponendo un film in cui fisicità, violenza e cannibalismo si mostrano sul grande schermo privati di qualsiasi censura.
E’ anche il mio anno di nascita. Sulla via del cinema di Greenaway sarei arrivata moltissimi anni dopo e non per caso.


“MANGIA, ALBERT!”

I primi passi verso questa passione, come per molti coetanei, si inarcano sui nomi più ridondanti della settima arte: Kubrick, Fellini, Truffaut, solo per citarne alcuni tra i mille. In un clima di autori noti ed entrati in un immaginario collettivo come punti fermi ed indelebili, compare anche Greenaway.
Cresciuta con la salvaguardia culturale di un fratello attento ai più vasti argomenti, il cinema è stato una delle impronte che più mi ha aiutato a marcare con decisione. Da questo ne derivano i consigli su titoli e autori e il mio percorso iniziatico che, con forte passione, continua tutt’oggi. Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante fece la sua comparsa su uno dei tanti dvd che masterizzava per farmi conoscere anche nomi meno mainstream e il mio approccio verso di esso si alimentava di curiosità, né più né meno che con altri titoli di cui non conoscevo nulla. Solo un flebile avvertimento da parte di mio fratello: “Non mangiare mentre lo vedi”. Avrei scoperto successivamente il motivo di questa raccomandazione. Ovviamente, come da carattere, mi spinse solo ad affrettare un buon pranzo da consumare proprio durante la visione. Infondo avevo solo 13 o 14 anni e nessun film, anche solo lontanamente estremo, alle spalle.
E’ in quel caso che scoprii di avere uno stomaco forte e una naturale inclinazione verso un cinema crudo, forte, immorale.

Alber Spica (Michael Gambon) è il proprietario di un ristorante che, seguito dai suoi scagnozzi (tra i quali spicca Tim Roth), gestisce in una totale e violenta anarchia. La sua collera supera ogni limite quando la succube ed indifesa moglie Georgina (Helen Mirren), protetta dal capo cuoco Richard (Richard Bohringer), intraprende una relazione con il garbato ed intellettuale Michael (Alan Howard), cliente del locale. L’incontrollabile rabbia darà atto ad un efferato omicidio per il quale Georgina si vendicherà dando ordine di cuocere il corpo dell’amante brutalmente ucciso per poi farlo mangiare al marito.

In una struttura che fa del corpus teatrale la sua dimensione, Greenaway inserisce elementi cari alla sua arte pittorica, portando cromatismi carichi di significato in un tocco determinante che penetrano gli ambienti uno ad uno (ristorante – rosso, bagno – bianco, cucina – verde, esterno – blu). In questa scissione troviamo la maniacale cura di ogni dettaglio che porta gli stessi protagonisti ad adottare il colore del luogo ai loro abiti: tinta che genera la portata simbolica dell’ambiente circostante su cui la storia si profila attraverso lunghe carrellate dai tratti quasi onirici e claustrofobici ma che rispettano l’involucro ideato, quello del teatro. Ed è proprio questo disegno che permette al regista di spingersi al limite dell’oscenità, portando in scena tutta la crudeltà verbale e fisica che ritiene necessaria, ponendo il contesto in una cornice che si regge sulla concreta alterazione data dall’input scenico.
Violenza e volgarità sono prevaricatrici nel mondo delineato da Greenaway ed a queste un tavolo colmo di pietanze si presta come simbolico costrutto di una società alla deriva di lussi sfrenati immeritati e conquistati attraverso la sopraffazione del prossimo. Un rosso carico di aggressiva complicità invade la scena e i suoi ospiti, colpevoli di una realtà avida e opulenta a contrasto con un esterno pregno di ripugnante lerciume da loro stessi creato.
Il sesso e la fisicità si coniugano nel quadro eliminando qualsiasi sensualità e divenendo sostanza dell’ambiente circostante: il corpo è solo carne in questa società grottesca e come tale viene mostrato e indirizzato allo spettatore, tanto più che è possibile anche mangiarlo.
Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante è probabilmente una delle poche pellicole che, fin dalla prima timida visione che ebbi all’epoca, potrei definire ‘necessaria’. In primo luogo per la perfezione che connatura la struttura del film dal prologo all’epilogo, ed essenzialmente come esperienza prettamente emotiva e suggestiva che, seppur dotata di apporti negativi, è determinante per chi afferma di amare il cinema. Un pensiero maturato agli albori dell’adolescenza che, ad ogni rewatching, si conferma tale e più certo che mai.