Ci sono serate piovose in cui alla domanda che fare? si risponde automaticamente filmino! Ed era in una serata piovosa, con genitori non a casa e in piacevole compagnia, che un incauto appena adolescente optò per il genere più adatto all’occasione: l’horror, ovviamente.

Quegli stessi genitori, che hanno attraversato le proprie turbe giovanili negli anni ’70, al suono della parola paura ti hanno sempre risposto con un nome ben preciso: Dario Argento. Perché non è troppo violento, è stimolante e si sa, il thriller piace a tutti.

Profondo rosso? Visto. L’uccello dalle piume di cristallo? Visto. Ed ecco spuntare un altro titolo. Un titolo che, al netto degli studi classici che con grande sofferenza l’adolescente si portava dietro in quegli anni, suscitava inquietudine già soltanto per il fatto di essere in latino: Suspiria. Ma si sa, il film di paura fa sempre il suo lavoro, e poco importa se alla fine dovrai fare uno sforzo immane per dormire senza luci accese sparate nelle pupille. E allora, vai con Suspiria.

Se c’è una cosa che vale la pena rimpiangere degli horror – per dirlo come direbbe quell’adolescente – vecchi, è sicuramente la composizione musicale. Il film inizia, e non c’è la calma prima della tempesta: tutt’al più, c’è un forte vento a preannunciare l’uragano. E quei cazzo di riff ossessivi dei Goblin non ti concedono il lusso di rilassarti sin dal primo minuto. C’è una tipa alla stazione, fuori diluvia, gli accordi della musica sono più tetri che mai: ok, la tipa sta andando incontro a qualcosa di terrificante. È ancora in tempo, può tornare indietro alla sua vita di tutti i giorni, lasciare i panni della bella da film horror e tornare serenamente una persona sconosciuta di cui non sapremo mai niente. Entra in un taxi, direzione Accademia di danza di Friburgo. Bene, da qui le cose potranno solo peggiorare.

 

Inutile continuare a raccontare passo passo l’intreccio, tutti sappiamo come prosegue e ciò che rappresenta per il cinema quel capolavoro di Suspiria. Cosa rappresenta per tutti gli indignati (anzitempo) che attendono la nuova versione diretta da Guadagnino per alimentare il proprio astio verso i tempi che cambiano e gli anni che passano (a fine ’70, quando s’era giovani, andavamo al cinema a vederli i film, e non c’erano tutti i remake, e vogliamo parlare dei treni in orario?), e cosa rappresenta per generazioni di seri cineasti che raccontano di esser stati letteralmente folgorati dalla visione (in sala o in casa) del film del ’77 firmato Argento. Avete presente quel filmettino intitolato The Neon Demon? Esatto, uno dei film più importanti nel nuovo Secolo è chiaramente figlio di una fascinazione totale per quelle stanze irradiate di rossi e di blu, per il mondo competitivo di un tipo di arte in cui la bellezza la fa da padrona e dove la protagonista entra in un circolo dove tutti paiono consci di qualcosa, e sono tendenzialmente uniti contro di lei.

Suspiria è un film che ti spinge a rannicchiarti più stretto accanto a la persona con cui lo stai guardando (e che quindi adempie pienamente ad una delle prerogative basilari del genere), perchè pesca nel fertile terreno della paura più irrazionale, profonda e sostanzialmente bambinesca: le luci tetre e color sangue, l’arredamento sfarzoso ed inusuale che ci mette a disagio, i temporali, le streghe. Passato al paranormale (non senza le solite, patetiche rimostranze degli eterni sostenitori del cinema-verità, che in Italia declassavano qualunque cosa si distanziasse dalla plausibilità realistica), Argento non ha più bisogno di creare un intreccio da giallo, di incastrare i pezzi del puzzle e di veicolare l’orrore attraverso lo sviluppo della forma mentis di uomini – persone reali – degenerati: con Suspiria si entra nella caverna più oscura, quella delle paure fanciullesche, degli spiriti, dei mostri e delle streghe.

C’è il dormitorio rosso sangue, c’è la fuga dell’amica sino al filo spinato, e arriviamo all’agghiacciante finale, con quel sorriso strano e quasi anti-climatico della nostra Susy. Suspiria parla di regalità, eleganza, purezza e bellezza brutalmente negate: la scuola di danza, le ballerine dall’aspetto e dai comportamenti infantili, le insegnanti come badanti severe e protettive oltremisura: è un film che parla della fine delle illusioni giovanili (i vecchi cattivi e conservatori, il mondo di cristallo e isolato da tutto) senza per questo risvegliare le solite, classiche perversioni del buon Dario (& Daria).

Questa non è una recensione, è un flusso di ricordi e di turbamenti, per uno dei cult più potenti e radicalmente spaventosi di sempre. E andiamo, gli ultimi dieci minuti di rincorse, sangue, voci raggelanti e pavoni che si frantumano a terra restano un qualcosa di impareggiabile, difficilmente definibile. È una sovrapposizione forsennata e sconsideratamente eccentrica di elementi più o meno paurosi per natura (le bocce che rotolano… Le bocce che rotolano!), ma che sono fiondati nel vortice inevitabile di abisso e rinascita (quantomai enigmatica) dell’epilogo. E poi la già citata risata, la scuola in fiamme, l’inferno alle spalle.

Suspiria non è solo l’horror perfetto da vedere in compagnia, ma è praticamente l’horror perfetto.

Perché, a distanza di anni e dopo l’ennesimo rewatch, è ancora l’abbraccio ambiguo di una matrigna piena di trucco e in un (rosso) abito da sera.

sensazioni sparse di Arturo Caciotti