Eccoci qua. Finisce il Duemiladiciasette, e puntuali iniziano i bilanci di questa stagione cinematografica. Una stagione senz’altro interessante, con tanti bei titoli e qualche cocente delusione.

Spiccano molti film italiani degni di nota, come non accadeva da anni, nuove scoperte e conferme di autori che già avevano rapito il nostro cuore precedentemente. Premettendo che, ovviamente, alcuni film ci sono sfuggiti e altri non sono stati meritevoli di menzione ma neanche etichettabili come flop, ecco qua cinque delusioni e quindici filmoni dell’anno appena passato, considerando soltanto film usciti in sala in Italia.

[I titoli sono in ordine sparso, e non rispettano una classifica gerarchica.]

 

CINQUE DELUSIONI

Blade Runner 2049 (Denis Villeneuve)

Fantascienza infantile e vetusta, in ritardo praticamente su ogni spunto che prova ad avere, sia esso narrativo, estetico o concettuale. In tanti si domandano esterrefatti come è possibile che abbia fatto flop: va però detto che quando un film è concepito senza personalità, scritto alla meno peggio, e diretto senza coraggio, può accadere che non abbia successo. Hanno provato a fregare tutti unendo il tenore di una serie TV d’avventura con visioni alla Tarkovskij, sperando che l’approssimativo mix funzionasse, ma stavolta il gioco non ha retto e il disegno commerciale di prendere entrambi i tipi di pubblico (quello genericone e quello chic) ha fallito.

Dunkirk (Cristopher Nolan)

Difficile capire cosa ci voglia mostrare (o dimostrare) questo film. Nolan, come suo solito, complica senza apparente motivo le cose e organizza i tempi del racconto secondo una struttura intricata, tanto da arrivare a costringere lo spettatore a stare più concentrato a cercare di capire chi è chi, chi è dove, quale nave è quella, quale aereo è quell’altro, siamo prima o dopo, dopo o prima… Dunque è questo che si racconta? Il caos, la confusione, l’insensatezza della guerra? Siamo dalle parti di Full Metal Jacket? Sembra di sì. E invece no, perché poi viene fuori che la guerra era necessaria, e se un ragazzo innocente muore è un sacrificio accettabile per la comunità che mira ad un quadro di equilibrio più ampio. Ed ecco che Dunkirk diventa Salvate il soldato Ryan. Incomprensibile, e drammaticamente indeciso.

Silence (Martin Scorsese)

Apocalypse Now in Giappone, con Liam Neeson che ha tradito la Chiesa e i nipponici che sterminano i cristiani, a meno che questi non calpestino simbolicamente un’effige sacra e rinuncino quindi alla fede. Regista, Martin Scorsese: insomma, una figata annunciata. Silence, nel bene o nel male, è l’esatto contrario di The Wolf of Wall Street: serioso, compassato, “importante” e stracolmo di gravitas. Se voleva fare un mattone in vecchio stile (è un po’ la brutta copia del già pesantissimo Mission) non c’è riuscito, se voleva fare un’opera epica e profonda sullo scontro ideologico tra civiltà ancora meno, se voleva fare un prodotto moderno e raffinato… Probabilmente questo non è balenato neanche in testa a Scorsese. Che dire? Silence è lunghissimo, tremendamente ripetitivo e con un dramma etico-morale-religioso che viene trascinato per tutta la visione senza che sia mai avvertito in modo violento dallo spettatore. La messa in scena (di una sceneggiatura già abbastanza tediosa, per non dire irritante) è un po’ triste, strana e quasi incomprensibile nell’isolare sempre l’azione dal protagonista Andrew Garfield (un tantino sopra le righe) che ne subisce le conseguenze emotive, e che deve soffrire quindi per una cosa verso cui non è mai messo in reale contrasto visivo. Tutto sotto tono, Liam Neeson senza alcun fascino, e un finalino arrabattato alla meno peggio che più paraculo e sbrigativo di così proprio non si può.

Suburbicon (George Clooney)

C’è poco da dire, Clooney ha dimostrato di saperci fare anche dietro la macchina da presa, ma stavolta i Coen sono mecenati un po’ infimi e confezionano una sceneggiatura pigrissima, per non dire svogliata. È il classico film “alla Coen” dove però mancano totalmente le radici strutturali che portano i personaggi a comportarsi in un certo modo e a generare quindi quelle situazioni tragico-paradossali che tanto amiamo nei migliori lavori del duo. In sostanza, le azioni e le motivazioni sono fragili, gli scenari macchiettistici e gli argomenti in ballo pure troppi, e si scivola quindi verso un Tarantino mal girato (o meglio, mal concepito). Sfugge quale sia il senso o il tema dell’intero intreccio, e la linea narrativa principale è stravista centinaia di volte nelle stesse identiche modalità. Cinismo fasullo e ruffiano da ogni parte, e una chiusa dai risvolti pretenziosamente moralisti che sfiora la disonestà.

The Place (Paolo Genovese)

Tutto ciò che di buono c’era nel precedente Perfetti sconosciuti (ad esempio, l’interessante sceneggiatura dalla struttura horror), si perde nel nuovo film di Paolo Genovese. Senz’altro è uno che ci sta provando a fare un po’ di sophysticated comedy, e anche di kammerspiel, ma stavolta il film è veramente debole. The Place è un collage di sette-otto puntate di una serie TV (difatti è tratto da una serie inglese, che presto potrebbe esser prodotta in Italia), sia nella struttura che nei toni: c’è poco cinema, molta noia e un personaggio – quello della Ferilli – francamente troppo brutto per essere vero. Mastandrea tiene vive a fatica le situazioni (estremamente ripetitive), e lascia freddi anche il finale, dove trionfa il bene senza farci capire il come ed il perché.

 

QUINDICI FILMONI

Personal Shopper (Olivier Assayas)

Continua il sublime discorso di Assayas sul fuoricampo, e qui raggiunge vette ancora più alte di Clouds of Sils Maria: si parla di paranormale inteso come altro, e posto in parallelo con i simulacri della moderna tecnologia dei mezzi di comunicazione. Un film geniale, elegante ma non altezzoso nell’affrontare gli elementi horror tipici di un ghost movie. Kristen Stewart magnetica, e un andamento così sensuale e ammaliante da lasciare inebetiti di fronte alla creatività del grande regista francese.

Lady Macbeth (David Oldroyd)

Le donne al potere, il sesso al potere: del personaggio della tragedia shakespeariana c’è soltanto l’indole subdolamente autoritaria di una ragazza che si rende conto della forza esplosiva della propria vitalità e del proprio corpo, ma in generale David Oldroyd riesce a riportare per immagini il senso di dramma misto a beffa tipico del drammaturgo inglese. In sottile equilibrio tra divertimento e choc emotivo, Lady Macbeth lavora in modo magistrale sulle implicazioni violente e deflagranti della coppia (un po’ alla Gone Girl), non perde tempo in dubbi etico-sociali e punta dritto all’obiettivo: corpi da sfruttare o d’amare, con tutte le implicazioni che conseguono quanto tra due amanti c’è un rapporto di disparità. Geniale, rude e vincente.

Victoria (Sebastian Schipper)

Qui forse avremmo avuto il numero uno, se avessimo scelto un approccio a classifica. Un incredibile piano sequenza di due ore e passa per le strade di Berlino tra notte e alba, una storia romantica che diventa thriller, e presumibilmente un operatore steadicam dalle capacità sovrumane: non c’è nulla di lezioso o frivolo, Victoria è un film carnale e violento, scritto e girato con sincerità e maestria. Guerrieri teutonici che si ubriacano prima di scendere in battaglia, e una studentessa erasmus che si ritrova in una situazione più grande di lei che potrebbe far uscire un qualcosa di inaspettato. Epocale.

L’infanzia di un capo (Brady Corbet)

Ecco il contrario della visione odierna di film storico-epico. L’esordio di Brady Corbet alla regia è folgorante, e The Childhood of A Leader è un racconto da adulti, compassato, paziente e incredibilmente raffinato nella costruzione pacata e sotto tono dell’intreccio. Suggestioni visive alla Duellanti e Barry Lyndon, per un trattato sull’evoluzione di una personalità tanto forte quanto ciecamente rabbiosa, sull’eredità della sconfitta e sulla paternità del controllo della Storia umana. Finale travolgente e scioccante, uno strappo imprevedibile su una tela sino ad allora piena di misura e di equilibrio. Opera d’altri tempi, in senso assolutamente positivo.

Cuori puri (Roberto De Paolis)

Sorpresona del piccolo cinema italiano (insieme ad A Ciambra), un melodramma d’amore semplice e scarno, girato con una macchina a mano che stringe sui protagonisti e preclude il respiro del cielo azzurro. Un film poderoso, forte e che, come nel cinema italiano dei tempi d’oro, parte da una situazione politico-sociale molto attuale, ci mette dentro anche un contrasto con le origini culturali e religiose del nostro Paese, ma non vuole parlare di quello: la situazione è al servizio della storia, e non viceversa. Ciò che conta sono i due (bravissimi) protagonisti, il loro tormento, il loro amore e le loro sofferenze. Indimenticabile.

Trainspotting 2 (Danny Boyle)

D’accordo, non sarà il film dell’anno, ma T2 è il miglior saggio del passaggio drammatico da pellicola a digitale visto recentemente. L’elemento cult dei riferimenti al primo è un parallelo tra mito e concretezza, e dunque tra media cinematografico e media del nuovo Secolo: personaggi che, senza il fascino istintivo della pellicola, si perdono nella mediocrità effettiva delle proprie vite, e al di là di scrittura e sottigliezze varie, il ritratto che fa Danny Boyle dei suoi eroi smascherati e pervasi dalla tragica normalità è un qualcosa di intrigante ed estremamente complesso riguardo al mezzo stesso che li riprende. Sottovalutato.

La La Land (Damien Chazelle)

Anche qua, un potenziale numero uno della classifica che non faremo. Che dire, Chazelle si dimostra chiaramente e più esplicitamente il nuovo che avanza, l’uomo di cui l’industria americana ha bisogno per guardare oltre i grandi anziani che prima o poi ci lasceranno. Supera il cinismo cool del pur bellissimo Whiplash e si dirige in un’ottica da grande cinema classico, supportato però da un’inventiva e una freschezza che lo posizionano più come ponte che come epigone di successi del passato. Un musical straordinario, già cult e vero movimento culturale e iconografico di quest’anno. Il senso è il contrario di Whiplash, e La La Land ci dice che, comunque sia, vale sempre la pena di amare. Dalle parti del capolavoro.

Civiltà perduta (James Gray)

Vedi L’infanzia di un capo, ma dalla sua ha un regista ancora più esperto e che è già da tempo il baluardo del melò e della grande narrativa americana. Forse The Lost City of Z è il lavoro più memorabile di James Gray, un grandioso racconto che attraversa la Storia con gli occhi di un esploratore ossessionato dal desiderio di conoscenza. Questo filmone (che ricorda a lunghi tratti Apocalypse Now, altro che Silence) è appunto un prodotto adulto, serio, solido e imponente, con un finale meravigliosamente apocalittico e un’ultima inquadratura surrealista che fa sciogliere il cuore. Ah, cita pure I vitelloni. Che film signori, che film.

Una questione privata (Paolo & Vittorio Taviani)

Altra sorpresona della stagione. Due registi grandi ma anche molto anziani, che fanno un film sulla resistenza, dopo Maraviglioso Boccaccio… Qualche dubbio sulla riuscita c’era. E invece il lungometraggio tratto dal romanzo di Fenoglio è stupendo, un intimo ed energico dramma sulle storie che attraversano la Storia. Marinelli perfetto, e una schiera di ragazzi provenienti da teatro, corti e YouTube a ingrossare le fila dei giovani partigiani. Lo zoom su Marinelli quando esce dal casolare, e il soldato nemico che suona la batteria nell’aria, sono cose di cui difficilmente ci si scorda. Intenso e toccante, classico e moderno.

Elle (Paul Verhoeven)

La pianista in versione commedia nera, è il gran ritorno di Verhoeven con quello che è senz’altro uno dei suoi lavori più significativi. In America nessuno voleva farglielo fare (e soprattutto nessuna attrice voleva farlo), perché parla dello stupro in un modo un po’ particolare e morboso, e allora via in Francia, dove c’è la Huppert che con quel corpo e quelle lentiggini fa qualsiasi cosa ed è sempre la migliore. Elle è cattivo, diabolicamente divertente e a tratti scioccante, e alla fine dei conti ha poco da invidiare al già citato film di Haneke. Senza dubbio, l’opera più peculiare e controversa dell’anno, nonché una delle migliori.

Arrival (Denis Villeneuve)

Per un Villeneuve deludente, c’è un Villeneuve convincente. D’altra parte finora il canadese non ha sbagliato quasi niente, e il disastro di 2049 va distribuito tra tante persone, sceneggiatore in primis. Arrival è un film di fantascienza molto maturo, che affronta il tema dell’alieno scegliendo l’elemento più basilare e spesso trascurato in questo genere di pellicole: la comunicazione, e quindi il linguaggio. Con un intreccio che malauguratamente somiglia abbastanza ad Interstellar, il film di Villeneuve si distacca da quest’ultimo per precisione e solidità d’intenti, arrivando a delineare un interessantissimo rapporto impari tra concezioni dello scorrere della vita nel rapporto uomo-alieno, nonostante il contatto linguistico sia stato stabilito. Parte e tutto, particolare e universale, tragedia personale e tragedia globale, si intrecciano con fascinosa confusione nell’interazione tra la protagonista e questi due poliponi alieni. Un Contact meno fisico e più metafisico.

Gatta Cenerentola (Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri & Dario Sansone )

Questo è forse il vero gioiello dell’annata italiana: un film di animazione ispirato a Basile e all’omonimo musical teatrale, che trascina la storia in uno strano futuro distopico in una Napoli grigia dove piove costantemente cenere. C’è un transatlantico, il sogno di un grande scienziato e la realtà della criminalità, il tutto con un sistema iconografico molto Ghost In the Shell, una poesia noir alla Blade Runner, e un senso tragico-grottesco alla Petri: Gatta Cenerentola è un film maestoso, strapieno di inventiva e con un fascino magnetico che lo renderà sicuramente un super cult per le generazioni future. Spettacolare.

Manchester By the Sea (Kenneth Lonergan)

Dopo Conta su di me e Margaret, Lonergan torna (finalmente) al cinema, con un nuovo film sul lutto, sul senso di colpa e sulla difficoltà di fronteggiare il passato quando sei costretto. Un Casey Affleck strepitoso ci trascina in un drammone dalla carica emotiva strabordante, scritto con una maestria pressoché unica al mondo nel giostrare il tragico con il tenero, la disperazione con punte di commedia irresistibili. L’epos di un luogo come simbolo di un momento della vita (classico di Lonergan), e tutto un film a cercare di capire su quali forze può contare il protagonista per uscire dalla propria condizione di panico esistenziale. Superbo.

madre! (Darren Aronofsky)

Un po’ come per T2, sicuramente ci saranno stati film migliori in questo Duemiladiciassette, ma Mother! è uno di quei titoli che non passa inosservato. Amato e odiato in modo viscerale, il nuovo film di questo strano ed incostante regista ha diviso ampiamente pubblico e critica, e non è difficile capire perché. Biblico, apocalittico, esagerato ed esagitato, Mother! è un film fuori dal comune, senza alcuna misura né senso di equilibrio, che inizia come un dramma da camera e diventa un delirio alla Possession ma con molte più persone. Horror? Dramma? Commedia nera? Impossibile classificarlo, perché rende contemporaneamente malissimo e in modo innovativo tutti i generi. Ma attenzione, non è un semplice guilty pleasure, Mother! è un’opera maledetta, confusionaria e caotica, ma anche incredibilmente energica e brutale.

I figli della notte (Andrea De Sica)

Un cognome importante, una famiglia importante. Ed è proprio delle disfunzioni in gruppi sociali che si aspettano molto dai figli che parla l’esordio cinematografico di Andrea De Sica. Un collegio tra le nevi, dove i rampolli di famiglie di un certo rango vengono raddrizzati, un protagonista malinconico ed impacciato, un compagno scapestrato e avventuriero, e una casetta nel bosco dove sparano Ti sento dei Matia Bazar mentre ballerine e prostitute ti spillano via un po’ di soldi. È un noir, molto cupo e colmo di disperazione, che mescola ambientazioni favolistiche a lugubri spettri del passato (e del futuro). La preparazione alla vita di successo come una dolorosa agogé spartana, per entrare in luoghi dove sentimenti e misericordia devono essere lasciati alle spalle. Rivelazione dell’anno.

MENZIONI DI MERITO

Star Wars: Gli ultimi Jedi (Rian Johnson), Il cliente (Asghar Fahradi), A Ciambra (Jonas Carpignano)

 

Ed ora, via con le polemiche. E buon Duemiladiciotto.

 

Arturo Caciotti