Honourable mention #1: Twin Peaks – The return (David Lynch, 2017)

Impossibile non fare il nome di David Lynch riferendosi al meglio partorito dal Cinema in questo 2017. Per onestà intellettuale, Twin Peaks – The return propriamente cinema non è; certo è che, concettualmente, a questo è particolarmente affine, quantomeno nelle intenzioni sovra-artistiche di fondo; ed è proprio in relazione alla straordinaria portata artistica (ed alla sorprendente potenzialità divulgativa) dell’opera del buon vecchio Lynch che, seppur parallelamente, le 18 ore di TP non potevano essere escluse da questa valutazione retrospettiva di fine anno.

Honourable mention #2: Loveless (Andrey Zvyaginstev, 2017)

Il cinema di Zvyaginstev si è sempre dimostrato particolarmente stimolante per quanto riguarda l’(auto)analisi del panorama socio-culturale russo postmoderno, a partire dal sorprendente The return (2003), apice indiscutibile, per quanto (o probabilmente, proprio perché) artisticamente acerbo, del cineasta russo. Loveless (2017) prosegue nella dissoluzione dell’istituzione tradizionalistica in quanto tale intrapresa con Leviathan (2014): prima l’impianto statal-burocratico della Russia contemporanea, poi, con moto introspettivo e sottocutaneo, la famiglia stessa. Zvyaginstev mantiene uno stile glaciale ed intransigente, particolarmente apprezzabile proprio per la sua ostinata assenza di commento (e, contestualmente, di salvazione del suo soggetto).

Honourable mention #3: On body and soul (Ildikò Enyedi, 2017)

Interessante ed irresistibilmente sincera prova alla regia per l’ungherese Ildikò Enyedi, che realizza un film di una leggerezza limpida e catartica che, letteralmente, purifica e rinnova. La trama è quella che è, più interessante nella prima parte che nella seconda, in cui probabilmente inizia ad affannare sulle proprie stesse orme, ma non è questo l’interesse suscitato dal film della regista ungherese, quanto piuttosto un’imprecisata sensazione di freschezza e sensibilità di fondo del tutto apprezzabile. Di gran lunga il film più leggero presente in lista, ma innegabilmente tra i colpi più riusciti di questo 2017.

10. Mrs. Fang (Wang Bing, 2017)

Wang Bing è ormai un’istituzione nel panorama documentaristico globale, osservatore attento e miracolosamente rispettoso della parte sepolta della contemporaneità cinese. Mrs. Fang è un affresco di morte e, contestualmente, di vita. Vita che si conclude per la donna del titolo, ma che prosegue per i suoi familiari; d’altra parte, la propria fine è essenza valorizzante dell’esistenza precedente, qui documentata (è il caso di dirlo) da uno sguardo fisso nel vuoto. Wang Bing ha probabilmente fatto di meglio, ma ciò non abbassa il valore del suo ultimo lavoro.

9. Paris est une fête (Sylvain George, 2017)

Il (mio) più grande rimpianto dell’anno. Nel senso che, è vero, stiamo parlando del nono film da me maggiormente apprezzato dell’anno, ma con una potenzialità di fondo che lo poteva portare MOLTO più avanti. Questo perché il film di George aveva in nuce un’immanenza, una necessità, un’urgenza impareggiabili. Aspetti più che egregiamente valorizzati da un impianto tecnico sopraffino e da una struttura cinematografica perfetta. Il problema del film di George è la propria incosciente, grezza e, per certi versi, “ignorante” esuberanza. Il punto è che George si schiera apertamente con un’ideologia politica militante che è in tutto e per tutto identica allo squadrismo militare che vuole criticare, due facce della medesima medaglia. Ne risulta che il film di George faccia esso stesso parte del problema che solleva e che vuole criticare, perdendo di vista, di fatto, la reale potenzialità dell’arte come critica sociale, che per l’uomo intelligente corrisponde alla ragione e non alla manifestazione fisica di questa (per capirci: Pedro Costa). L’atto sovversivo deve essere il cinema; riprendere nel cinema l’atto sovversivo è infinitamente meno lungimirante. Peccato: film sopraffino, ma ingenuo.

Sperimentalismo puro, senza mezzi termini. La EFS (Experimental Film Society) ha fatto dell’intransigenza stilistico-esegetica il proprio marchio di fabbrica, dando vita ad una forma di videoarte avant-garde dall’espressione vorticosa e conturbante, tecnicamente perfetta e contenutisticamente estremamente ardua. Il lungometraggio del giovane Kavanagh è inattaccabile (e decisamente più che appagante) da un punto di vista stilistico, un’autentica esplosione di sensazioni e stimoli psico-sensibili, con un sonoro curatissimo ed ipnotico. Certo è che la sensazione di uno sperimentalismo fine a sé stesso non abbandona mai lo spettatore intellettualmente onesto: probabilmente la sperimentazione non è parte integrante e necessaria al motivo di esistenza del film, bensì una scelta tecnica di contorno. Scelta stupefacente, sia chiaro; ma (proprio per la sua eccessiva manifestazione) non essenziale come in titoli più avanti in classifica.

7. Les garçons sauvages (Bertrand Mandico, 2017)

Stupefacente opera prima del francese Mandico, questo caleidoscopico ed ardimentoso lungometraggio è tra gli esordi più folgoranti ed audaci degli ultimi anni, una ventata di aria fresca per quel cinema definibile come narrativo, sviluppato a partire da una sceneggiatura scritta-dialogata e, per questo, non del tutto riconducibile ad un cinema d’avanguardia, per quanto questo film ne sviluppi più che sapientemente diversi tratti. L’incipit del film è straordinariamente originale, così come la sua realizzazione tecnica e (ce ne si accorge ancor di più ai titoli di coda) concettuale. Un film bellissimo che è importante oggi e, probabilmente, nei prossimi anni per un filone che è destinato a guidare.

6. Sleep has her house (Scott Barley, 2017)

Anche in questo caso ci si trova di fronte ad un esordio al lungometraggio, sublimazione dell’apprezzabile lavoro al cortometraggio sperimentale del giovanissimo gallese Scott Barley. L’autore imbastisce una crepuscolare discesa nell’oscurità e nella Natura, oggetto cinematografico per eccellenza del regista, per chiudere il paradigma della sua conoscenza ed astrarne un’evoluzione che assume le forme della distruzione/rigenerazione verso un altrove necessariamente inconoscibile, ma esperibile.

5. Caniba (Verena Paravel, Lucien Castaing-Taylor, 2017)

Opera concettualmente mastodontica, quella della coppia di registi di Leviathan (2012), che segue in Giappone la (non) vita di un condannato per omicidio (e conseguente cannibalismo) e del fratello. L’immagine straborda e soffoca l’osservatore, che guarda ma non può vedere se non con gli occhi del protagonista, non esiste spazio per altro sguardo. Sguardo che, per forza di cose, non è quello oltre il film, ma quello dentro di esso. Lo scopo del Cinema è dunque ribaltato, per poi essere magistralmente riportato a sé stesso in quanto (unico) strumento di salvazione.

4. Taming the horse (Tao Gu, 2017)

Secondo (e non ultimo) documentario cinese presente in lista, filone fondamentale degli ultimi anni in quanto rappresentante di un senso di urgenza socio-culturale che corrisponde a milioni di fantasmi soffocati ed abbandonati nella gigantesca macchina di produzione della Cina contemporanea. Il ritorno nella anonima, spersonalizzante, città d’infanzia è punto di partenza di un contestuale sviluppo tanto dell’esistenza in disgregazione di un giovane (dis)illuso quanto della sua effimera, temporanea catarsi mediante il viaggio verso il rurale villaggio natale. Uno sguardo necessario e (nonostante tutto) esorcizzante sulla dissoluzione dell’individuo contemporaneo.

3. El mar la mar (Joshua Bonnetta, J.P. Sniadecki, 2017)

Apocalisse del deserto in tre atti. Meraviglioso lungometraggio sperimentale che (s)compone l’essenza del deserto, della fuga, della disperazione, della speranza, della perdizione. Il mezzo sperimentale è meravigliosamente sostanziale per la decriptazione di un universo oppressivo ed inestinguibile di cui il buio ed il silenzio del deserto non sono che manifestazione fisica e sensoriale. Voci senza volto verso il travaglio della desolazione, solo riconoscersi parte dell’in(de)finito porta all’estinguersi dell’aridità.

2. A Yangtze landscape (Xu Xin, 2017)

Il documentario dell’anno. La camera risale il fiume Yangtze dal suo delta nella città di Shanghai fino alla sua fonte negli altopiani del Tibet, addentrandosi nell’entroterra cinese più desolato, dimenticato ed ectoplasmatico e, contestualmente, nell’oscurità stessa della storia recente della Repubblica Popolare, nelle sue forme maggiormente scomode, invisibili, sepolte, per gettare uno sguardo d’insieme su quello che la Cina oggi è (e, soprattutto, non è). Il Cinema come immanenza, come silenzio, come lotta, come (r)esistenza: il tutto senza fare altro che contemplare quanto di più trascurato, omesso, ignorato tra le ombre che costituiscono (loro malgrado) la sostanza incorporea e silente di un Paese.

1. La tierra aùn se mueve (Pablo Chavarria Gutierrez, 2017)

Cinema del divenire, cinema in divenire. Tutto è mutazione, tutto è metamorfosi; tutto è vita e tutto è morte, fuochi necessari e costituenti di un ciclo indissolubile, sopra l’umano ma meravigliosamente per l’umano. La terra si sta muovendo, la terra si muove ancora, e lo farà per sempre.

Francesco Fabris