Greg McLean, regista australiano conosciuto in Europa prevalentemente per aver scritto e diretto i due capitoli di Wolf Creek creando anche uno dei villan post 2000 più belli di sempre (il super-razzista cacciatore di turisti Mick Taylor), torna dietro la macchina da presa per mettere su schermo The Belko Experiment (2016) sceneggiato e prodotto da James Gunn. Ora immaginatevi un enorme ufficio di una multinazionale dislocato ai margini della periferia di Bogotà, rinchiudete dentro ottanta dipendenti e costringeteli ad ammazzarsi tra di loro (ovviamente nei modi più truci) sino a che solo uno riuscirà ad emergere dal mucchio ottenendo la libertà e la salvezza.  L’inizio a rallenty ci mostra gli scorci più folkloristici della capitale colombiana sino a giungere al grigio ed imponente edificio della Belko dove facciamo la conoscenza della maggior parte degli impiegati, esattamente come la sigla della serie americana The Office. I principali protagonisti della vicenda saranno Mike (John Gallagher Jr), Barry (Tony Goldwyn) il capo della baracca, Wendell (John C. McGinley)  maniaco patentato, Leandra (Adria Arjona) fidanzata di Mike, Marty (Sean Gunn) fumatore incallito di erba e Evan (James Earl) la guardia di sicurezza; questi si divideranno in due gruppi: uno vorrà tentare l’evasione dalla struttura blindata e controllata dai militari senza versare una goccia di sangue, l’altro si impossesserà di armi da fuoco per garantire la propria sopravvivenza. Chi la spunterà? La cooperazione di molti, come recita lo slogan della Belko, oppure l’estrema violenza di pochi? Lo scoprirete solo guardando. Pur partendo da una trama classica ormai trita e ritrita , in cui sarebbe stato facile mettere in scena una mera mattanza collettiva, la sapiente penna di Gunn riesce a instillare nello spettatore riflessioni sociologiche che esso può elaborare durante la visione di tutto il film, oltre che grandi picchi di suspense immersi in un’ ambiente assolutamente claustrofobico e immacolato pronto a tingersi completamente di sangue e materia grigia.  Lo spettatore si sentirà come una sorta di scienziato che osserva gli effetti di una determinata situazione su un gruppo di topi in gabbia che regrediscono da un iniziale spirito cameratesco e cooperativo ad uno stato primordiale in cui la propria vita, solo in quanto propria, vale più di quella altrui e pertanto sono legittimato a porre fine alla tua con un atto di violenza. Qui la teoria di Hobbes per cui la società e lo Stato si formano attraverso un patto tra due gruppi di individui di cui uno si sottomette all’altro per paura della morte non è possibile dato che i dirigenti della Belko hanno trapiantato un chip nei cervelli dei loro dipendenti che possono far saltare a piacere in caso non svolgano ben precisi ordini, omicidio compreso ovviamente. Oltre questo non è da trascurare la critica alle multinazionali che, se in superficie assecondano ogni desiderio del proprio impiegato, al loro interno seguono una fredda e spietata legge di mercato che non tiene veramente conto di chi lavora per loro; nessuno è insostituibile. Possiamo concludere dicendo che abbiamo davanti un vero gioiellino che saprà farvi divertire attraverso buone dosi di black humor e scene di violenza alla Battle Royale (Kinji Fukasaku, 2000), ovviamente prive di quel tocco trash nipponico che ci piace tanto, che faranno tacere la risata per lasciare spazio a macabro stupore; pellicola che sicuramente può dettare legge all’interno del proprio filone exploitation.

– ALESSIO BALBI –