Tempo di personalissimi resoconti cinematografici dell’anno appena passato. Di seguito elenco quelli che, a mio avviso, ritengo i migliori film del 2017, prendendo in considerazione le uscite italiane nelle sale (o, in un caso, su una piattaforma di distribuzione video) nell’arco di tempo che va dal primo gennaio al 31 dicembre.
A fronte di un’annata complessivamente sotto le aspettative, caratterizzata da tante delusioni personali (Manchester by the Sea, Moonlight, Okja…) e film in attesa di revisione su cui non ho ancora sviluppato un giudizio almeno relativamente definitivo (Dunkirk, The Whispering Star) ho preferito semplicemente riproporre il meglio senza dare posizioni, senza fare sconti e senza un’aggiuntiva riconoscenza immeritata al solo fine di rendere il tutto una top ten.
Ne consegue questa lista di nove titoli, buona lettura.

 

La La Land
(Damien Chazelle • Stati Uniti)

Il più chiaccherato dell’anno e probabilmente anche uno dei migliori.
Il film di Chazelle sull’amore, sulla passione e sul connubio delle due cose, è una meraviglia per occhi e orecchie. Ma non sono qui ad elogiare ulteriormente la colonna sonora o la scelta stilistica di uno dei registi hollywoodiani emergenti più apprezzati e amati sia dalla critica che dal pubblico: La La Land non è un un nostalgico e citazionista ritorno alle origini, è un passo avanti. Non strettamente del linguaggio cinematografico in sè: non stiamo parlando di una rivoluzione nel genere, ma di un film che alza l’asticella qualitativa e che, a distanza di ormai soli dodici mesi dall’uscita originale americana, sembra essere già permeato da quell’aura suggestiva che caratterizza i classici, quei capolavori che sono destinati a rimanere nell’immaginario collettivo e nella storia del cinema, almeno per quanto riguarda la sua dimensione popolare.
Tempo al tempo, signori.

 

Arrival & Blade Runner 2049
(Denis Villeneuve • Stati Uniti)

Nell’anno del revival di Blade Runner, doppietta per Denis Villeneuve che, oltre al sequel più discusso del decennio, confeziona con Arrival l’ennesima meraviglia che si va ad aggiungere ad una filmografia ormai di spessore.
Visto da molti come “sperimentazione” in attesa del fratello fantascientifico ben più atteso, il film con protagonista Amy Adams riesce a ponderare magistralmente un comparto tecnico e un discorso sulla concezione del tempo destrutturando l’impianto temporale della narrazione, mettendo in scena al tempo stesso l’incapacità organizzativa del nostro pianeta sul piano internazionale e riflettendo sulla filosofia della vita e della morte.
Seppur non limato da alcune lievi imperfezioni (o meglio, microscopiche sottigliezze che sembrano non essere state approfondite nel modo adatto) la pellicola del 2016 (arrivata da noi a gennaio) risulta uno degli hard sci-fi più intelligenti e interessanti dell’ultimo periodo.
Premesse completamente diverse per Blade Runner 2049, che ha spaccato in due critica e pubblico (come ogni film martoriato da un hype certamente giustificato ma in fondo semplicemente, forse, inassecondabile) ed è stato demolito da tutti coloro che non sono riusciti a trovare un metro di giudizio plausibile nel paragone con l’immenso, mastodontico, divino capitolo originale.
Insomma, un mezzo passo falso che ha fatto flop al botteghino e ha deluso molta critica specializzata; figuriamoci se potrà essere rivalutato negli anni a venire dopo essere stato snobbato all’uscita. Non può succedere e non è mai successa una cosa del genere, no?

 

Personal Shopper
(Olivier Assayas • Francia)

Una straordinaria Kristen Stewart che si diletta come medium ha il compito di soddisfare le esigenze in fatto d’abbigliamento di una donna dell’alta società in una Parigi dai toni sbiaditi, attraverso una narrazione che varia dal thriller ultrapsicologico al soft horror.
Lo pseudo filone caratterizzato dal binomio star hollywoodiana-regista europeo partorisce un’altra perla di inestimabile valore che inquieta lo spettatore e lo abbandona a enormi dubbi dopo la prima visione, dubbi che vengono colmati ad una seconda analisi se si riesce a trovare una chiave di lettura, un degno grimaldello per la splendida serratura rifinita da Olivier Assayas in questa pellicola vincitrice del premio alla miglior regia del festival di Cannes 2016.
Il cinema d’autore francese contemporaneo con la A maiuscola.

 

The Meyerowitz Stories
(Noah Baumbach • Stati Uniti)

Lo scorbutico e strampalato Harold Meyerowitz (Dustin Hoffman), scultore di legno ultraottantenne che non ha mai realmente conosciuto la fama, riesce a dar vita ad una retrospettiva sulle sue opere, cosa che porta i due figli maschi (Adam Sandler e Ben Stiller) e l’unica figlia femmina a riunirsi dopo diverso tempo. Una serie di circostanze porterà i tre a passare diverso tempo insieme e, oltre a mettere in luce l’enorme difficoltà comunicativa tra i fratelli, farà riemergere rancori, risentimenti ed episodi dell’infanzia che, come ferite ancora aperte, necessitano di essere cicatrizzati.
Nella regia e nella sceneggiatura di Baumbach c’è qualcosa di particolare, quasi alienante, che rende The Meyerowitz Stories diverso da tutte quelle commedie simil-Woody Allen che finiscono per fallire e cadere presto nel dimenticatoio.
La ricercata caratterizzazione di ogni profilo della famiglia e le relative interpretazioni perfettamente su misura sono il cavallo di battaglia di quella che, a mio avviso, è una delle migliori produzioni Netflix realizzate fin’ora.

 

Barry Seal – Una storia americana
(Doug Liman • Stati Uniti)

Diciamolo: quando, entrando in sala con un gruppetto di amici dopo due aperitivi si guarda la locandina di Barry Seal con Tom Cruise e una borsa di soldi in primo piano e un aeroplano alle spalle, sorge il dubbio di aver fatto una cazzata a proporre serata al cinema.
Probabilmente è proprio per questa ragione che il lungometraggio di Doug Liman, caratterizzato delle più basse aspettative, è stato una piacevole sorpresa.
Un action dai ritmi azzeccatissimi e senza cadute di stile che, sulla falsariga del biopic alla Scorsese (vogliate scusarmi il paragone scomodante) racconta una storia tipicamente a stelle e strisce sullo sfondo di un’America anni ’80 super convulsa e un Sud America asservito al potere dei narcotrafficanti (tra cui ovviamente Pablo Escobar).
Una sottile ma durissima critica agli Stati Uniti nel film mainstream che non ti aspetti.

 

L’amant double
(François Ozon • Francia)

Altra produzione francese. L’ultimo film di Ozon si rivela un bijou di raffinata bellezza che si abbandona ad una profonda esplorazione della psiche di Chloé (Marine Vacth), una fragile donna di Parigi che si innamora e inzia a convivere con il suo psicanalista.
La scoperta di un fratello gemello di quest’ultimo sarà il principio di una crisi interna della protagonista, in una storia che mescola il thriller al surrealismo, l’amore all’ipocrisia, il desiderio al peccato, l’interpretazione alla cruda realtà.
Da vedere assolutamente, insieme alla precedente pellicola del regista: Frantz (del 2016).

 

Scappa – Get Out
(Jordan Peele • Stati Uniti)

In un anno estremamente sottotono per il cinema horror mainstream, la mia personale statuetta del genere spetta a mani basse al capolavoro di tensione di Jordan Peele, per la prima volta dietro la macchina da presa per il suo esordio alla regia (e che esordio).
Chris è un ragazzo afroamericano impegnato in una relazione con Rose, ragazza bianca che porta il fidanzato a conoscere i suoi, una famiglia alto-borghese che vive in una tenuta in campagna e si rivela compiacente ed estremamente cordiale con il ragazzo, facendo subito evaporare le preoccupazioni del giovane riguardo il suo colore della pelle.
Lo strano comportamento della servitù (di colore) e del vicinato della famiglia, tuttavia, sarà solo l’anteprima di un incubo atroce e malato al centro del quale si ritroverà il protagonista.
Un ritmo perfetto che, partendo lentamente e crescendo esponenzialmente, racconta uno squarcio di modernità che sembra voler mettere in mostra il razzismo celato dietro al finto perbenismo di facciata borghese, ma che, a mio avviso, va ben oltre la più immediata e scontata interpretazione.
L’evoluzione della vicenda è folle e al contempo geniale, mentre l’eccellente ponderazione dell’ansia presente nella prima parte del film, sommata all’interprtazione incredibile di Daniel Kaluuya, sono semplicemente da oscar.
Touché.

 

T2 Trainspotting
(Danny Boyle • Regno Unito)

E anche qui, discorso similare a Blade Runner 2049.
Ci sono un paio di considerazioni che vanno fatte nel visionare il seguito di uno dei più grandi cult degli anni ’90, un film che segnò fortemente la mia adolescenza e che in un certo senso rimarrà unico e intoccabile per sempre, senza influssi di rivalutazione a fronte di un sequel uscito vent’anni dopo, senza addentrarsi nella spinosa questione “mera operazione commerciale o no?”
E si, la prima considerazione è che Trainspotting 2 è un film assolutamente superfluo di cui forse si sarebbe potuto fare a meno, al di là della regia di Boyle, al di là dei quattro protagonisti che ritroviamo (quasi) esattamente come li avevamo lasciati nel 1996, al di là del postmodernismo esagerato atto a raccontare una società che, in meno di un quarto di secolo, è cambiata tanto da stordire chi non è stato pronto al cambiamento o addirittura annientare chi, già in passato, non è stato in grado di adattarsi a un mondo che stava diventando sempre più intricato e multiforme.
In secondo luogo però, si può provare a giudicare il film senza quelli che, in un certo senso, sono i dovuti “pregiudizi”, e allora risulta difficile esprimere a parole una serie di sensazioni così estesa e complessa: sotto una patina di oppressiva nostalgia si celano i rimpianti e lo struggimento di quattro individui alienati, il monologo “scegli la vita” riproposto questa volta come dialogo in un ristorante di lusso, i rapporti indefiniti, la convenienza dell’amicizia senza fronzoli e moralismi. La volontà di vivere in un passato tanto crudo e grottesco allora, quanto incantevole e malinconico oggi, il senso di ribellione abbandonato, l’eroina un’ultima volta e il tunnel infinito nella stanza di Mark, sulle note di “Lust for Life” di Iggy Pop.
Trainspotting 2 è voluttuario, borioso ma bellissimo, e se dovessi considerarlo “inutile” mi verrebbe spontaneo considerare tale anche il film originale, o il cinema nella sua totalità.
Applausi e sipario per quello che, personalmente (e forse anche un pò a malincuore per quel “2” mascherato nel titolo), ritengo il film dell’anno.

 

Alberto Cantoni