Di film su persone comuni che, contro tutti e tutto, vogliono fare giustizia sulla perdita di un proprio caro ne abbiamo visti tanti, soprattutto negli ultimi anni. Solitamente, oscillano nell’ampio spettro che va dalla vendetta nuda e cruda (un po’ come John Wick), alla ricerca disperata dove il dolore acceca pian piano ogni briciolo di razionalità e persino di umanità (alla Prisoners): il londinese Martin McDonagh, enfant prodige del teatro lanciatosi nel cinema con Six Shooters (2004), e poi con In Bruges (2008) e Sette psicopatici (2012), sbarca a Venezia con un film dal titolo singolare, Three Billboards outside Ebbing, Missouri. Tre spazi pubblicitari in una strada poco trafficata di campagna fuori dalla cittadina di Ebbing, che Mildred (una strepitosa Frances McDormand) affitta per declamare l’incapacità della polizia di trovare il killer della figlia adolescente, violentata e uccisa senza che si sia trovato il colpevole. I tre manifesti non sono solo il titolo, ma anche il Macguffin che scatena il fulcro narrativo dell’intreccio: anziché fungere da input per alimentare il giallo e la ricerca dell’assassino, i tre manifesti sono il detonatore per infiammare la sfida che una donna sola, scorbutica e ferita, lancia ad un’intera comunità. Una comunità che vuole piangere i propri morti ma non vuole combattere veramente per essi, non quando ciò può mettere in discussione l’equilibrio sociale di un paese dove già la polizia è assai discussa per i suoi metodi nei confronti degli afroamericani.

L’accusa di Mildred è violenta, sconsiderata e persino ingenua da parte di una donna che ovviamente non conosce il modus operandi di un detective e che non concepisce il fatto che tutto il mondo non sia concentrato a cercare l’omicida di sua figlia, lasciando da parte da metodi e convenzioni per arrivare al fine. Mildred vuole lanciare un segnale, prima di tutto, una strenua resistenza all’accettazione del lutto, un lutto che tutti hanno bene o male assimilato e vorrebbero solo dimenticare, proprio come dice il figlio Robbie (Lukas Hedges). Il diritto al commiato viene percepito da Mildred come una costrizione, un vigliacco voler preservare il bene comune prima che la giustizia singolare. E infatti, Tre manifesti a Ebbing, Missouri è un film che pesca a piene mani nel western, con personaggi solitari che si trovano faccia a faccia, a regolare conti in sospeso, dentro una natura amena noncurante degli affanni disperati di noi omuncoli. C’è la provincia americana (indimenticabile il piccolo personaggio di Sandy Martin, vecchia megera sostenitrice della giustizia privata che, coi suoi occhi storti, ridacchia e fuma in veranda), ci sono i fucili, ci sono le fiamme, ci sono i segreti e i conti in sospeso, c’è il passato che uccide e la morte dietro l’angolo. Il discorso del lutto legato stretto al luogo in cui è avvenuto e che sembra per questo un mondo a parte, ricorda l’impronta di Kenenth Lonergan (Conta su di me, Margaret, Manchester By The Sea), ma si evolve secondo le strutture del noir nella provincia americana. E come ogni noir che si rispetti, il tema del film si distanzia subito dalla detective story pura e si sposta su come i personaggi soffrono della situazione.

Ma, sorpresa sorpresa, non è il solito McDonagh quello che vi troverete davanti. Certo, il dialogo insistito ed esasperato in chiave post-moderna è presente, così come il tempo prolungato per un’azione filmica che il cliché vorrebbe spingere in senso epico, e in vari momenti si ride di gusto. La cosa veramente interessante, e che segna un netto solco nei confronti dei precedenti lavori del regista, è la presa di posizione morale, la costruzione di personaggi che non svolgono la loro funzione in quanto simulacri di un’identità, e che vivono di tormentoni e incastri narrativi; bensì, personaggi che creano e plasmano la storia attraverso le proprie scelte, i propri dubbi, i propri interrogativi. Sono cioè personaggi ascrivibili alla realtà, che soffrono davvero e che si mettono in crisi a vicenda senza indugiare sull’effetto caricaturale di cui lo spettatore dovrebbe godere: e ce lo siamo goduti, per carità, specialmente in In Bruges, ma la maturità artistica porta naturalmente un regista a staccarsi da Tarantino, a flirtare coi Coen (Non è un paese per vecchi e Blood Simple in primis) per arrivare ad incontrare Melville, Friedkin, De Palma e Lumet. E la cosa funziona, funziona benissimo. Impossibile non affezionarsi al tenero e dignitosamente sconfitto personaggio di Woddy Harrelson, allo sgraziato e rabbioso Sam Rockwell (il modo in cui cammina è una trovata visiva geniale), al coraggioso e timido Caleb Landry Jones (uno che ultimamente vediamo spesso, e che merita la grande occasione da protagonista), e persino al piccolo esilarante ruolo di Amanda Warren, sino alla mastodontica, imponente, buona e cattiva, indistruttibile e fragile, furba e avventata, simpatica e insopportabile, assetata di giustizia e ingiusta Mildred di Frances McDormand, in odore di meritatissimo secondo Oscar. Mildred è un personaggio scritto con una grazia ed un acume straordinari, perché rifugge ovviamente l’idea di un greve vendicatore della notte, ma non abbraccia neanche la retorica paternalista di una vittima del sistema. È una donna che ha vissuto una vita non facile (e cosa c’è di meglio delle splendide rughe della McDormand per raccontarcelo), e che ha subito il dolore più forte che una madre possa provare. Tant’è che, ciò che emerge pian piano dalla pellicola, è la sensazione che nemmeno lei abbia ben chiaro cosa voglia, e perché abbia messo quei cartelloni. Il suo è un modo d’agire che viene dal profondo, e che prima di ogni altra cosa vuole affermare un concetto: “nessuno può permettersi di dirmi come cazzo mi dovrei sentire dopo aver perso mia figlia”. Cercherà una catarsi? Un’elaborazione del lutto? O una spietata vendetta? A voi il piacere di scoprirlo, e anche di immaginarlo dopo l’enigmatico e poetico finale, sospeso sui sedili di un lungo viaggio in auto. Musiche splendide, trascinanti e solenni (solo in un paio di occasioni usate come contrappunto) che scandiscono il ritmo dell’azione e dei sentimenti con energia ed incalzante drammaticità.

Non è una commedia nera, non aspettatevi il film dove la gente muore ma hai la sensazione che nessuno si sia fatto male, perché stavolta McDonagh ha alzato l’asticella dell’ambizione, e punta dritto al grande cinema americano, senza scordare il proprio stile e la propria peculiarità.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri è un grande ritratto collettivo di vite irrisolte, e di persone comuni che devono decidere se prendere in mano la propria vita, tra le atmosfere plumbee e nebbiose di un Missouri arcaico e crudele. Siamo quello che facciamo, e in base a ciò saremo giudicati.

 

 

Arturo Caciotti