“USS Callister”: Nello spazio nessuno può sentirti scioccare

Nell’approccio alle serie tv e, più in senso lato, nel generale processo di serializzazione che negli ultimi anni ha fatto breccia in qualsiasi prodotto audiovisivo – Cinema compreso – arriva sempre un momento in cui è giusto guardarsi indietro. Anzi, due momenti: il primo nell’approcciarsi ad un nuovo capitolo della serie, un “dove eravamo rimasti?”, il secondo terminata la visione, un “dove siamo finiti?” Anzi, – massì abbondiamo, oggi mi voglio proprio rovinare – facciamo tre, perché c’è anche il “dove stiamo andando?” successivo al primo impatto di stagione. Ecco perché viene quasi istintivo porsi questa domanda subito dopo il primo episodio di ogni stagione di Black Mirror, la serie creata da Charlie Brooker che, in quanto antologia, tra l’una e l’altra può fare praticamente quello che vuole senza alcun vincolo narrativo. Le overture di stagione in Black Mirror sono sempre gli episodi più delicati che da soli possono decretare in larga parte il successo o il fallimento dell’intera annata, dal momento che ci mostrano da subito le intenzioni e il tono generale. E quindi avevamo The National Anthem ad aprire in maniera folgorante e scioccante non solo la prima stagione, ma pure l’intero progetto, seguito nella seconda da Be Right Back, probabilmente uno degli episodi più strazianti in assoluto e summa che confermava ciò che l’antologia voleva essere, e infine Nosedive nella terza, con un soggetto perfetto e un’ambiziosa messa in scena fantascientifica, pur crollando un po’ nella seconda parte.

Nei suoi 70 minuti circa, USS Callister ci racconta la storia di Robert Daly, un ciccio-stempiato genio informatico e relazionalamente handicappato che ha creato un attesissimo videogioco multiplayer online. Al suo interno, però, ha costruito una sottotrama personalizzata nella quale è una sorta di Capitano Kirk da Star Trek in cui sfoga le sue frustrazioni su cloni virtuali e senzienti dei propri colleghi e dipendenti del mondo reale, umiliandoli e torturandoli. Il sadico giochetto continuerà finché Daly “recluterà” anche il clone della nuova programmatrice Nanette, la quale tenterà di porre fine alle angherie del capo assieme agli altri membri dell’equipaggio.

Anche senza dover passare per fan-talebani col broncio perché il papà ci ha portato via il nostro giochetto preferito, è impossibie non constatare che questo primo episodio rappresenti una importante svolta nella serie per come la abbiamo sempre conosciuta. Brooker di formazione è un autore satirico e anche Black Mirror nella sua concezione originale è proprio questo, una satira della contemporanea società tecnologica. Leggendo quì e là qualche teorico del genere abbiamo imparato come la differenza tra satira e semplice comicità è una certa dimensione morale. Il suo fine è quello di dileggiare l’assurdità delle gerarchie del Potere, ribaltandone la concezione in-da-la-faccia dello spettatore, in modo che quest’ultimo capisca che lui stesso è parte integrante del sistema-autorità costituitosi. Tutto ‘sto discorso, che mi farà di sicuro apparire decisamente brillante ai vostri occhietti di lettori, per dire che con questo episodio il sior Brooker sta iniziando a fare a meno della componente satirica della serie, dirigendosi verso lidi più blandi e d’intrattenimento. La causa è tutta sull’impostazione e sul tono scelti, che allontanano e non chiamano in causa in prima persona lo spettatore, che anzi è consolato e invogliato a prendere le parti di una fazione piuttosto che dell’altra. E allora, dopo interminabili minuti di pensoso cammino in circolo con le mani dietro la schiena, sono giunto a questa conclusione perché questa ora e rotta di episodio manca totalmente di trasporto emotivo. Risulta assai difficile empatizzare con il protagonista nerdone che si sfoga su dei giocattolini, incidentalmente cloni digitalizzati dotati di autocoscienza, e che anzi si merita tutto il male che populisticamente alla fine gli accade. L’unico merito dell’episodio probabilmente è riaccendere il dibattito sulla dignità degli esseri autocoscienti, in questo caso rappresentati da sequenze di codici digitali. Ma alla fine parliamo di un tema già visto e soprattutto già trattato nello special natalizio White Christmas, come pure l’ambientazione videoludica è già stata impiegata nel secondo episodio della scorsa stagione.

Sia ben chiaro, non stiamo dicendo che USS Callister sia un episodio mal fatto, anzi. I toni più consolatori, però, fanno pendere il tutto verso lo scanzonato a suon di citazionismo, battute comiche e gag visuali che funzionano e fanno ridere, ma in maniera fine a se stessa. Lo shock e la citata dimensione morale sono qui del tutto assenti, rendendolo di fatto un’altra cosa rispetto alla missione originale concepita da Brooker. Favorita anche dalla parte del videogioco, la narrazione scivola via ben ritmata ma innocua, senza lasciare il segno, al netto anche di incredibili ingenuità di sceneggiatura – ci avete riflettuto un attimo sulle modalità in cui si svolge la sequenza dell’introduzione di Nanette in casa di Daly e il conseguente furto dei DNA? –, aspetto a cui Brooker forse ci aveva abituato fin troppo bene. La messa in scena di Toby Haynes è decisamente cinematografica, composta e spenta come da tradizione blackmirroriana nel mondo reale, con la novità di uno stile più retrò a bordo della Callister, che in generale funziona, ma ad un certo punto la scelta di sghembare ogni inquadratura può dar noia.
Tra l’azzeccato cast troviamo il ragazzo dal muso porcino con lo zio neonazi di Breaking Bad che si è s-cionfato interpretando il macellaio marito di quella gran bona di Kirsten Dunst in Fargo, il tizio timido che poi da vecchio diventa il personaggio più figo di Westworld e la mamma dei nostri sogni che abbiamo aspettato per nove lunghissime stagioni per poi vederla morire di cancro dopo due episodi, tutti particolarmente nel giusto ruolo.

Insomma, il là di questa quarta stagione è per certi – molti – versi atipico, per alcuni già visto, per altri ancora riuscito nel suo scopo. Il tono generale è la vera sorpresa – in negativo, per quanto mi riguarda, ma a molti potrebbe piacere – e da subito mette sul tavolo tutti i pregi e i difetti della nuova stagione: nuovi lidi di esplorazione narrativa più fluida e d’intrattenimento, mancanza di idee scioccanti, poco mordente, riciclo e reinvenzione e soprattutto aggeggi tecnologici appoggiati o infilati nelle tempie. Per quanto riguarda la qualità a mio modo di vedere non ha pesato tanto il passaggio da Channel 4 a Netflix, quanto la produzione di sei episodi a botta, che compromette la cura delle idee riuscite – anche in questa quarta stagione non mancano – accostandole a dei soggetti quanto meno discutibili, se non addirittura imbarazzanti, come vedremo in seguito nelle recensioni dei prossimi episodi.

Alessandro Tiozzo (@AlexanderTioz)

 

“Arkangel”: la trappola di un amore degenerato

L’affetto incondizionato di una madre può portare alla soppressione del libero arbitrio della propria, amatissima, figlia? Questo interrogativo si snocciola in Arkangel, titolo che anticipa la preoccupante tecnologia presa in esame nell’episodio: ‘Arkangel’ è infatti un dispositivo che, inserito tramite un chip nel cranio, permette attraverso un tablet di seguire passo passo le azioni del soggetto, tracciandone i movimenti e la vista, occultando tramite un ‘parental control’ immagini e suoni potenzialmente dannosi. Ad usufruire di questo trattamento sperimentale è Marie (Rosemarie DeWitt), preoccupata per la sua bambina Sara e intenzionata a salvaguardarla da ogni possibile pericolo o trauma. Una disposizione che aprirà a diverse controversie nella stessa crescita della figlia fino ad esplodere con violenza nella sua adolescenza, all’alba di una individualità necessaria ma ostacolata.


Alla regia di questo secondo capitolo della quarta stagione di Black Mirror troviamo l’eclettica Jodie Foster che, con il creatore Charlie Brooker, firma uno degli episodi più attinenti alle tematiche di questo universo distorto che tanto abbiamo imparato ad amare nel suo spirito sconcertante. Arkangel ci catapulta in una realtà che nel suo profilarsi emotivo appartiene a qualsiasi cuore di madre: proteggere il figlio dai pericoli del mondo esterno. Un dovere di salvaguardia che si sviluppa fin dallo stato embrionale, protraendosi sotto vari aspetti anche per tutta la vita. Una condizione che malgrado si coniughi di un profondo e totalitario affetto perfettamente giustificato può portare a dei veri e propri scatti di psicosi che annullano il fine per generare problematiche importanti e prive di risoluzione.
In un mondo ordinariamente composto di aspetti positivi e negativi, la totale privazione di quest’ultimo non porta a preservare il soggetto ma a creare un handicap psicologico che lo sottrae ad una concreta e personale reazione alla realtà, laddove il suo reale risulta mutilato e non preposto ad una possibile analisi che generi lo sviluppo del libero arbitrio. Un contesto di cui Marie riesce a prendere atto nello sviluppo anomalo di Sara e che la porta ad abbandonare il dispositivo con cui la bambina veniva costantemente tenuta sotto controllo. Ma il cuore si priva spesso di ragioni e le avvisaglie del mondo adulto incontrano Sara alle sue prime esperienze, belle e incerte, non prive di pericoli. E’ gioco facile per l’animo di una madre preoccupata tornare ad invadere quelle dinamiche, divenute più complesse e strutturate nella personalità di Sara, tanto più se le è possibile esaminarle attraverso gli occhi della stessa figlia.
Un contesto degenerante dove l’amore si connota di egoismo e morbosità, richiamando a squarciagola la libertà e l’autonomia dell’individuo e il suo diritto di espressione, anche nell’errore, come rappresentate di se stesso e non mero prodotto di appartenenza.
Arkangel nel suo dramma esistenziale trova una brillante cornice nella sensibilità di un’ottima Jodie Foster e, pur non toccando echi di notevole originalità, si palesa buon elemento di uno specchio nero che invade la nostra esistenza.

Silvia Bertollini

 

“Crocodile”: uno dei punti più bassi toccati da Black Mirror

Rob e Mia, di ritorno a casa dopo aver trascorso una notte tra alcool e droga, investono un ciclista, causandone la morte. Rob allora, nonostante le incertezze della compagna, decide di occultare il cadavere dell’uomo gettandolo nel lago vicino. Quindici anni dopo, Mia è ormai una donna affermata, e sembra essersi lasciata alle spalle il proprio passato, al contrario però del suo ex ragazzo, che, sopraffatto dai sensi di colpa, minaccia di rivelare tutta la verità alla vedova del ciclista. La paura di essere scoperta porterà Mia in una spirale di follia omicida che, a causa di uno strumento in grado di proiettare i ricordi su di uno schermo, non si fermerà di fronte a nessuno.

È forse inevitabile parlare di questo episodio senza citarne due delle precedenti stagioni, ovvero The Entire History of You e Shut Up and Dance. Se infatti Crocodile riprende dal primo la tematica dell’estrapolazione e conservazione dei ricordi, l’atmosfera da thriller che si respira per tutta la durata dell’episodio, coadiuvata dall’ambientazione islandese fredda e asettica, è da ricercarsi nel secondo. Ma, al contrario di questi due, che sono sicuramente da annoverare tra i migliori episodi della serie (se non il migliore, parlando di Shut Up and Dance), Crocodile è probabilmente uno dei punti più bassi mai toccati da Black Mirror.

Il problema è fondamentalmente uno solo: l’episodio non è assolutamente in linea con la serie ideata da Charlie Brooker, che aveva come scopo iniziale quello di riflettere sul rapporto di abuso e scontro che l’uomo ha e avrà con la tecnologia, quando questa progredirà inevitabilmente con il passare del tempo. Detto questo, è facilmente intuibile perché Crocodile sia decisamente molto lontano dal concept iniziale di Black Mirror: non solo il discorso portato avanti nell’episodio relega la tecnologia ad un ruolo marginale, come mero pretesto narrativo per mandare avanti la trama, ma si fa addirittura paradossale se si pensa che il “chip estrapola-ricordi” è utilizzato esclusivamente a fin di bene. L’unico perno critico su cui poteva far leva Crocodile, ovvero la violazione della privacy dell’individuo e quindi l’eccessiva intromissione della tecnologia nella vita del singolo, è inspiegabilmente smentito dal secondo personaggio di rilievo, l’agente assicurativo Shazia, che, non essendo approfondito adeguatamente, sembra anzi particolarmente discreto nel trattare i ricordi altrui. Si perde così tutta la volontà satirico-rivoluzionaria di Black Mirror, che in questa nuova stagione sembra sempre più voler andare incontro al suo pubblico piuttosto che seguire il leitmotiv originale.

La notevole interpretazione di Andrea Riseborough e la meravigliosa fotografia purtroppo non sono sufficienti ad eclissare l’inadeguatezza dell’episodio rispetto al discorso portato avanti dalla serie. Probabilmente la cosa più paradossale è che Crocodile sarebbe un thriller decisamente molto interessante, se solo non fosse un episodio di Black Mirror.

Tullia Galzerano