HANG THE DJ: l’anti Black Mirror per eccellenza

Black Mirror non è più Black Mirror (prima parte dell’articolo qui), su questo tutti i recensori del mondo sembrano essere d’accordo, poco importa se abbiano apprezzato le storie o la realizzazione dei vari episodi, gli intenti della più grande distopia televisiva degli ultimi anni sembrano essere cambiati e “Hang the DJ” ne è la dimostrazione perfetta. Ma procediamo con ordine, partendo brevemente dalla trama: “Coach” è un sistema informatico per incontri romantici che, attraverso un algoritmo affidabile al 99,8%, crea degli accoppiamenti e impone ai partecipanti la durata del rapporto. Sulla base dei precedenti incontri vengono organizzati i successivi e non è detto che due soggetti non possano incontrarsi nuovamente nel futuro. L’avventura dei nostri protagonisti parte proprio da questo presupposto: Amy e Frank ad un primo incontro si piacciono, ma Coach decide che devono rimanere insieme per sole 12 ore. Questo per farli reincontrare in futuro dopo un rapporto andato male.

Da quel che abbiamo visto fino ad ora l’argomento portante di questa quarta serie di Black Mirror è la dittatura: in “USS Callister” Robert era l’imperatore del proprio videogioco malato, in “Arkangel” era il rapporto madre-figlio ad essere totalitario, in “Crocodile” era il dovere della testimonianza giuridica ad essere prepotente ed oppressivo. L’imposizione di un partner con cui passare il resto della propria breve vita è una delle più grandi dittature che mente umana abbia mai concepito, una pratica che per fortuna sta scomparendo anche nei luoghi che la obbligano tuttora (anche se, purtroppo, in alcuni paesi non sembra ancora esserci speranza che le cose cambino). Nei paesi più sviluppati l’obbligo alla relazione sentimentale è molto più subdolo, viviamo nell’epoca dell’amore, se non hai una relazione sentimentale soddisfacente per la società non sei felice, non sei una persona, non puoi in alcun modo realizzarti nella vita e Yorgos Lanthimos ce lo aveva detto in maniera esaustiva con il suo penultimo film, “The Lobster”.  Peccato che la dittatura inscenata in “Hand the DJ”, se correlata alla tecnologia utilizzata, risulta essere davvero distante dalla realtà, concretizzando il problema principale di questa quarta stagione: il distanziarci dai totalitarismi che sono in vigore oggi in occidente e che sono ben più subdoli e nascosti di un’app per incontri. Non si respira l’inganno machiavelico principe della società di oggi. L’idea di base è molto buona, la realizzazione anche, ma a dispetto delle stagioni precedenti ci distanzia enormemente da ciò che viviamo ora grazie alla tecnologia. Sarà perché non ho mai installato Tinder neanche per curiosità, ma mi sento lontano da questo “Coach”, sensazione che ho sentito per tutte queste sei nuove puntate, sensazione lontanissima da tutte le altre stagioni, anche dagli episodi meno riusciti.

**SPOILER** Il finale, per quanto bello da vedere e interessante a livello narrativo, non fa altro che confermare tutto ciò. Scopriamo che i Frank e Amy che abbiamo seguito per tutta la storia non sono altro che simulazioni digitali di un ipotetico incontro tra i due. Esatto, sono solo dati, non sono persone reali. Perdonate il francesismo, perdonate la citazione di alta elevazione culturale, MA A ME CHE CAZZO ME NE FREGA A ME di due simulazioni digitali e del loro destino? La potenza di Black Mirror sta nel far accadere eventi orribili alle persone, alla società, a noi stessi, non a dei dati. Questo elemento deve essere esplicito per colpire lo spettatore medio, audience a cui la serie punta da sempre, è l’uomo comune che deve essere svegliato. E Black Mirror ci faceva anche sentire tutti uomini comuni. **FINE SPOILER**

Per questo motivo la quarta stagione di Black Mirror non sveglia ma distrae e assopisce ancora di più la nostra individualità e la comprensione di ciò che non va nelle tecnologia e, di conseguenza, nel mondo. “Hang the DJ” con il suo finale riassume questo nuovo indirizzo che Netflix ha voluto dare alla serie. Black Mirror sta diventando l’anti Black Mirror. Lo stesso pensiero mi è sovvenuto in maniera prepotente in altri due punti di questa quarta serie: nel primo episodio, talmente distante dalla realtà da perdere completamente lo scopo, e in “Metalhead”, dittatura accennata in maniera perfetta all’inizio della puntata e dimenticata completamente dal quarto minuto in poi, distraendo e mettendo tensione allo spettatore con elementi diversi che, ripeto, addormentano la mente invece di svegliarla. Netflix, per piacere, ridacci i traumi del vecchio Black Mirror perché a me questa roba pare puro intrattenimento fine a se stesso.

Andrea Guaia

METALHEAD: (Deludente) apocalisse in bianco e nero

In un paesaggio brullo e desolato,Tony, Clarke e Bella viaggiano in auto alla ricerca di generi di prima necessità. Nessuna spiegazione viene fornita allo spettatore, il quale può però facilmente intuire che ci si trova in uno scenario post-apocalittico. I protagonisti devono recuperare qualcosa da un magazzino per aiutare un loro caro che sta per morire. Un senso di angoscia e di estremo pericolo aleggia sulle loro teste. Quando Tony rimuove uno scatolone, il pericolo mortale si palesa: un droide a quattro zampe – che loro chiamano “cane – protegge la merce e, attivandosi, uccide Tony e, in seguito, Clarke. Bella sarà costretta a fuggire da questa implacabile macchina di morte che è in grado di guidare veicoli, aprire le serrature, aggirare i sistemi di sicurezza e che non conosce fatica o stanchezza.

Brooker non ha voluto fornire “spiegoni” o retroscena sull’origine e sulla creazione di questi droidi, ma dalla loro letale perfezione tecnologica si può facilmente evincere quale sia la causa che sta spingendo la razza umana – e non solo- sull’orlo dell’estinzione. Scarno, crudo, essenziale e misterioso, questo quinto episodio – quasi privo di dialoghi- della quarta stagione di Black Mirror incarna perfettamente la voglia di osare e di sperimentare di quel genio di Charlie Brooker, cretore della serie e scrittore di quasi tutti gli episodi. Lo squallore desolato dell’arido e spoglio paesaggio viene catturato con maestria da bellissimi campi lunghi e fotografato in maniera esemplare in uno stupendo bianco e nero. Le citazioni a Terminator e a tutto il genere post-apocalittico sono palesi, il riferimento a Eraserhead – per il bianco e nero e il richiamo del titolo – più celato e sottile.

Dopo aver giustamente evidenzianto i diversi pregi e le innegabili qualità dell’episodio, è inevitabile giungere al grande e doloroso “ma” e giustificare l’aggettivo del titolo posto tra parentesi: Metalhead conferma quanto era emerso nei quattro episodi che lo hanno preceduto, ovvero che Black Mirror ha smarrito se stesso. Che si tratti delle direttive di Netflix o della voglia di Brooker di cambiare o di una certa stanchezza della serie, Black Mirror non ha la stessa devastante potenza a cui ci ha abituato nelle prime due stagioni (e in parte della terza).

La violenza e l’angoscia non mancano certo in Metalhead, ma è un’angoscia che nasce dalla dinamica dell’inseguimento e dalla costante minaccia di morte. A ben altro tipo di angoscia ci ha abituato la serie: quella che scaturisce dalla riflessione, dalle implicazioni etiche e morali che le puntate mettevano in gioco. Un’angoscia esistenziale che non lasciava spazio e speranza allo spettatore, un pugno allo stomaco a tutti noi ormai così poco abituati a riflettere e sclerotizzati sulle nostre certezze. E’ forse necessario ricordare quali dilemmi morali e riflessioni sulla natura umana ha messo in gioco Orso Bianco (seconda stagione)? Black Mirror è una serie che ha avuto come filo conduttore il tema dell’ingerenza sempre più massiccia della tecnologia nelle nostre vite, ma, a mio avviso, non ha mai perso di vista il suo obiettivo: mettere a nudo l’uomo, con le sue contraddizioni, le sue ipocrisie, la sua natura oscura e violenta, le sue debolezze che la tecnologia ha solo esasperato e messo allo scoperto in maniera devastante. E lo ha sempre fatto con glaciale e algido distacco, senza mai esprimere giudizi moralistici. Un’analisi della psiche umana fredda e chirurgica, e per questo ancor più potente e dolorosa.

Purtroppo, alla fine della visione Metalhead, ci ritroviamo con una bella storia citazionista, ben girata, ben recitata e ben fotografata, che però non fa germinare il seme della riflessione. La tecnologia diventa quasi un Mcguffin. Troppo poco per gli standard a cui Brooker (anche con Deadset) ci aveva abituato. Che la protagonista – interpretata da una bravissima Maxine Peake – fosse stata inseguita da un droide, da un dinosauro o da un cane vero, avrebbe fatto poca differenza.

Ennio Pitino

BLACK MUSEUM: la mostra delle atrocità secondo Charlie Brooker

L’incipit di Black Museum è significativo: vediamo Nish, la protagonista, viaggiare lungo ampie strade perfettamente sgombre, attraverso luoghi rocciosi e desertici. L’ambientazione, la musica che Nish ascolta, ma soprattutto l’automobile retrò che guida, ci ingannano, facendoci pensare a una storia ambientata nel passato. Poi Nish si ferma in una stazione di servizio… farà il pieno? No, in primo luogo perché la stazione è in disuso. Invece, Nish estrae dal cofano un pannello solare pieghevole, e lo distende sul veicolo collegandolo al bocchettone… che dunque va a energia solare.
Siamo perciò ancora nel futuro di Black Mirror, dove ciò che sta per essere è già passato: simbolicamente, è proprio qui, in questo sperduto crocevia nel deserto, che sorge il monumento a ogni distopico orrore della serie. Nish volge lo sguardo in direzione opposta alla stazione di servizio: un edificio scarno, anonimo, con sbarre alle finestre, segnalato da una insegna piuttosto pacchiana… ecco il Black Museum. La mostra delle atrocità può avere inizio.

Black Museum è un episodio contenitore, una sorta di Tales from the Crypt che contiene di fatto almeno tre episodi differenti (quattro, se contiamo a parte il bel finale). Come in una grossa matrioska, tuttavia, i livelli sono molteplici: un’antologia dentro un’antologia, ok… ma anche un reticolo di citazioni che rinviano a buona parte della serie. È abbastanza evidente come il museo simboleggi l’intera serie: tra gli oggetti esposti riconosciamo molti “gadget” degli episodi passato; e possiamo immaginare come, fuori dai limiti imposti dalla narrazione, nel museo sia possibile rintracciarli tutti. Insieme, virtualmente, a quelli relativi agli episodi futuri.
Dunque, nelle intenzioni di Charlie Brooker forse questo episodio è più di un mero divertissement: possibilmente, una riflessione sull’operazione Black Mirror nella sua interezza. In effetti, anche a livello di contenuti Black Museum compendia e definisce un po’ tutta la filosofia del franchise.

 

È lo stesso proprietario del museo, Rolo Haynes, a ricevere Nish. La donna è in anticipo sull’apertura, ma resterà comunque l’unica visitatrice odierna. Rolo è un individuo ambiguo, cordiale ma viscido: un imbonitore da fiera, più che un professionista della divulgazione. D’altra parte, sin dall’inizio è evidente come lo scopo del museo sia lo spettacolo, piuttosto che il sapere. Il Black Museum conserva infatti una ben inquietante raccolta: tutti artefatti di natura tecnologica avanzata, per lo più sperimentale, ma puntualmente collegati a crimini atroci o – quantomeno – fatti di cronaca molto controversi. Per queste ragioni, gli oggetti della collezione rappresentano anche tecnologie che non hanno più avuto modo di circolare troppo liberamente… un museo dei fallimenti anche. Ma non solo delle macchine.
Rolo, nel presentare la collezione, si attarda nel narrare le storie intorno a tre artefatti in particolare, con cui il losco personaggio era in relazione già prima di aprire il museo. Nell’ordine abbiamo: una specie di cuffia in grado di captare sensazioni dal cervello umano; un orsetto di peluche; infine, una sorta di ologramma in un’area speciale del museo.

Trova la citazione… 🙂

La prima è la storia del Dr. Dawson: un medico che si fece impiantare un congegno neurale in grado di percepire le sensazioni altrui, per mezzo della cuffia oggi conservata al Black Museum. Il suo fine era afferrare la sofferenza di pazienti in condizioni difficili, per salute o difficoltà di comunicazione: in questo modo, Dawson poteva capire meglio il tipo di problema, e la sua collocazione nel corpo del paziente. Questa capacità, che per lungo tempo lo rese un salvatore fra i suoi colleghi, ricevette un brusco e inatteso cambio di rotta quando costui esperì la morte di un suo paziente…
Questo segmento, interessante risposta al dilemma della comunicazione tra medico/paziente, e unico sviluppato a partire da un soggetto non originale (il racconto Pain Addict di Penn Jillette), è caratterizzato tra l’altro da una rimarchevole sequenza gore.

La seconda storia riguarda Carrie, che versava in condizioni di coma da anni. Nel segmento si rappresenta l’ipotesi che la sua coscienza di una persona in coma sia intatta, semplicemente chiusa dentro un corpo inerme: per questo Carrie, giovane moglie e madre, grazie a certe apparecchiature aveva una limitata comunicazione con il marito Jack. Questa situazione, tuttavia, conobbe una svolta quando una tecnologia rivoluzionaria consentì il trasferimento della coscienza di Carrie, direttamente in aree non utilizzate del cervello di Jack: in pratica, costui gli avrebbe fatto da vettore e intermediario con il mondo esterno, permettendo a Carrie di percepirlo nuovamente tramite il marito.
Sappiamo, tuttavia, che la convivenza tra moglie e marito è ben lontano dall’essere un facile traguardo… figurarsi poi se lei è una voce onnipresente nella testa di lui. Tra l’altro la conclusione del racconto, anche da un punto di vista legale, mi pare meno inverosimile di quanto sia sembrata ad alcuni: è la semplice conseguenza logica di quanto asserito in precedenza…

Infine, la terza storia riguarda Clayton, un criminale morto a seguito di condanna capitale. Clayton, che si era sempre dichiarato innocente, dietro un compenso per la propria famiglia firmò un contratto, permettendo così la creazione di un suo clone virtuale. Proiettato come ologramma in una sorta di cella del Black Museum, dopo la sua morte il clone sarebbe rimasto lì ripetendo la condanna (sedia elettrica) ogni qualvolta un visitatore l’avesse voluto (con tanto di “simpatico” gadget incluso…). Clayton accettò di firmare quel contratto solo per amore della sua famiglia, per lasciare ai suoi cari un sostegno economico, qualora le cose fossero andate per il peggio… cosa puntualmente accaduta.
Il personaggio di Clayton, magnificamente reso da Babs Olusanmokun, è indubbiamente fra le più tragiche “vittime della tecnica” di Black Mirror (ma è la tecnica il problema?), creato rielaborando un concept già utilizzato nell’episodio speciale Bianco Natale del 2014. Uno speciale – a dirla tutta – decisamente seminale, e ampiamente depredato in seguito (specialmente in questa quarta stagione).

 

Black Museum è a mio giudizio il miglior episodio della stagione: avvincente, disturbante, citazionista in modo costruttivo, e carico di black humor. La regia dell’ottimo Colm McCarthy (il regista de La ragazza che sapeva troppo) è puntualissima nel cambiare registro ogni volta che serve, realizzando nel migliore dei modi la sceneggiatura di Brooker. Ottimo tutto il cast, con due menzioni speciali: il già citato Babs Olusanmokun, e Douglas Hodge, perfetto nell’incarnare l’istrionico e amorale Rolo Haynes. Un personaggio che esemplifica al massimo il pensiero dietro Black Mirror: mi pare che, per Brooker, il problema non sia tanto la tecnologia digitale in sé, quanto l’umanità difettosa che la tecnologia, inevitabilmente, finisce con l’amplificare.

Con Black Museum si conclude la tanto discussa quarta stagione di Black Mirror… discussa soprattutto perché oggetto di critiche negative. Io inviterei alla magnanimità: Black Mirror, che non è affatto un progetto semplice, nel corso delle stagioni precedenti ha realizzato tra le cose più rilevanti viste in televisione; e, pure al netto della quarta stagione, mi pare che la media qualitativa resti assai elevata. Intendiamoci: le alte aspettative sono comprensibili, le critiche pure, ma non ci metterei troppa cattiveria… si finisce con l’essere come l’amico sprovveduto che, nel criticare giustamente, si lasci prendere troppo la mano. Passando (forse) inconsapevolmente dall’avvertimento costruttivo, alla bieca ingratitudine.
Fatto l’avvocato del diavolo, ecco la mia personale classifica: dal migliore al peggiore, 6-1-4-3-2-5. Le ultime due posizioni sono le più dolenti, e sarebbero potenzialmente da invertire se dovessi basarmi essenzialmente sulla loro efficacia narrativa, e il mio corrispettivo divertimento: però, per quanto Arkangel sia decisamente il meno riuscito per ritmo e prevedibilità (e mi spiace proprio doverlo dire, a proposito dell’episodio girato da Jodie Foster…), il soggetto è senz’altro tipicamente da Black Mirror. Diversamente, Metalhead sarà pure appassionante e ben realizzato, ma è niente più che un survival horror del tutto fuori contesto. Metterci un robot più o meno realistico, piuttosto che Terminator o gli zombie, cambia zero la realtà dell’operazione, e sa anche un po’ tanto di presa per il culo.
Comunque sia, buona visione con Black Mirror season 4. ^^

Alessandro Bruzzone