Il cinema indipendente riesce sempre a stupirmi. Quando penso che ormai il cinema abbia dato tutto quello che ha da offrire, ecco che un film sconosciuto al mondo riesce a farmi rimanere a bocca aperta. È questo il caso di The Dirties di Matthew Johnson, una pellicola canadese che si avvicina al confine tra cinema e metacinema, lo supera e si avventura nel territorio metacinematografico fino a raggiungere limiti che, personalmente, non mi era mai capitato di vedere. All’inizio sembra un semplice mockumentary simile a molti altri, con protagonisti due ragazzi, Matt (interpretato dallo stesso Johnson) e Owen, che stanno realizzando un corto per un progetto scolastico intitolato The Dirties, un film sul bullismo. Tuttavia, ben presto capiremo che ciò a cui stiamo assistendo è un’opera assai più complessa di così: ciò che vediamo sono due ragazzi impegnati a realizzare un film su loro stessi che lavorano al film che stiamo guardando.

So bene che, a parole, sembra un’idea complicatissima ma la verità è che la narrazione è efficace e rende il tutto estremamente facile da seguire. L’ars narrandi folle di questo film rispecchia alla perfezione il personaggio di Matt, un nerd ossessionato dal cinema al punto da non riuscire più a distinguere la vita dalla finzione e, così, lo vediamo a poco a poco diventare il personaggio del suo film ed alienarsi completamente dalla società e, considerando ciò di cui lui ed Owen hanno iniziato a discutere per scherzo, ovvero uccidere i ragazzi che li hanno sempre bullizzati, questa trasformazione di Matt non può che tradursi in una strage stile Columbine (non preoccupatevi, questo non è un vero spoiler).

Pur essendo dominato da un’atmosfera da commedia nerd, The Dirties si smaschera lentamente, rivelando tutta la sua serietà e riuscendo anche a sconvolgere poiché veniamo costretti ad osservare il mondo dal punto di vista psicopatico di Matt e non possiamo distaccarcene. La regia in puro guerrilla style (Johnson si è intrufolato in un vero liceo ed ha realizzato numerose riprese di nascosto ed una gran parte di ciò che vediamo nel film è totalmente improvvisata) rende il tutto ancora più sporco e disagiante, anche nei momenti più leggeri. Sin dall’inizio sentiamo che qualcosa non va in Matthew, anche prima della sua evoluzione psicologica, e non riusciamo a scrollarcela di dosso. E continuiamo a chiederci: farà veramente una strage? Sta davvero impazzendo? Non dovremo aspettare la fine per ottenere una risposta esplicita a queste domande, perché il sorriso costante di Matt e la sua folle ossessione per il cinema la suggeriscono in modo subdolo. Probabilmente non ci accorgiamo nemmeno del momento in cui capiamo tutto, perché i dialoghi, le interpretazioni, lo stile amatoriale assorbono completamente la nostra mente ed osserviamo il film come se fossimo noi stessi parte dell’azione.

When something happens to you on camera, it’s like it’s not really happening”, afferma Matt mentre sta montando una scena in cui è stato realmente picchiato da un bullo. In questo momento capiamo, dunque, che la sua mente è ormai completamente isolata dalla realtà e proviamo qualcosa che si colloca a metà tra tenerezza, compassione e disagio. Il crudo realismo dato dalla tecnica del found footage, reso assai popolare negli anni 2000 grazie ad opere come Rec (e, prima ancora, dal capolavoro di Deodato, Cannibal Holocaust), con cui The Dirties è realizzato dona a questa piccola perla una potenza espressiva che altrimenti non avrebbe mai avuto. Questo è uno di quei film che gelano il sangue pur non essendo un horror, una pellicola che scava dentro l’anima dello spettatore per raggiungere il suo nucleo e scuoterlo come un terremoto. Uno dei film più potenti e sconvolgenti che mi sia capitato di vedere negli ultimi mesi, The Dirties è un vero capolavoro del cinema indipendente ed underground, una perla da recuperare assolutamente.