Era il 1976, e un giovanissimo Nanni Moretti, all’esordio in “Io sono un autarchico” vomitava bile ascoltando da un amico la notizia che a Lina Wertmuller fosse stata affidata nientepopodimeno che la cattedra di cinema alla prestigiosa università di Berkeley. “Ma chi, quella di Mimì metallurgico, di Travolti da un insolito destino… nell’azzurro mare di agosto?” Ma soprattutto: “di Pasqualino Settebellezze”? E giù di bile.

Voglio, in questa breve recensione, far sfoggio di tutta la mia onestà intellettuale dicendo che no, non sono decisamente io la persona più adatta a tenere un imparziale approfondimento sul tema. Ecco quindi che, ammessa la mia conclamata e fiera parzialità, mi asterrò dal proseguire oltre in questo sterile dibattito “Moretti VS Maestri del cinema italiano”, e mi limiterò a dire due parole su un solo film, quello che più sembrava aver urtato la sensibilità del buon Nanni nella scena che vi allego qui sotto.

*ALLERTA SPOILER* vi avverto che le righe che seguiranno contengono anticipazioni sulla trama. Quindi, se “Pasqualino” ancora non l’avete visto, perché nella vostra vita avete passato troppo tempo a vedere i film di Nanni Moretti (cosa che ci sta) e magari avete ascoltato anche i suoi consigli in fatto di cinema (cosa molto grave), tornate indietro e pentitevi!

Pasqualino Settebellezze, o “Seven Beauties” (per dirla all’americana, dove il film ebbe un successo strepitoso, tanto da fruttare nomination all’oscar sia alla Wertmuller che a Giannini) racconta la storia di Pasquale Frafuso, un “guappo” che si barcamena nella Napoli degli anni ’30 per cercare di mantenere intatto l’onore della famiglia, e la purezza delle sue sorelle, sette, una più brutta dell’altra. Proprio il disonore di una di queste sarà l’origine e la causa di tutte le disgrazie che capiteranno a Pasqualino nel corso della storia. Il nostro protagonista, venuto a sapere che una delle sue grasse e procaci sorelle, ossia Concettina, probabilmente la più brutta di tutte, è stata messa a lavorare in un bordello dal suo amante, don Totonno, dovrà ottenere soddisfazione, non avendo altra scelta, a questo punto, che uccidere l’uomo, oppure subire l’onta della vergogna e del disonore.

Il delitto ci sarà, ma non sarà qualificabile in termini “d’onore” (la vittima era disarmata) e dunque tutto andrà a rotoli per Pasqualino, il quale finirà prima in manicomio (a scontare la pena di 12 anni soltanto, grazie a un viscido avvocato che riuscirà a provare l’infermità mentale), poi in guerra, arruolandosi per fuggire dal manicomio, infine nel lager.

Due parole per la performance monstre di Giancarlo Giannini sono doverose. L’attore ci regala probabilmente l’interpretazione più straordinaria della sua ricca carriera, mettendo anima e corpo in un personaggio che, tra l’altro, era stato lui a voler portare sullo schermo. La storia di Pasqualino è infatti ispirata dai racconti di un lavoratore di Cinecittà, un acquaiolo (colui che porta i bicchieri d’acqua ai membri delle troupe) di origine napoletana, che era solito raccontare le disavventure della sua vita agli attori e ai registi durante le riprese. Giannini ebbe l’intuito di capire che una storia del genere avrebbe potuto sfondare sullo schermo.

esemplare comune di “lombricus mediterraneus”, in gergo verme mediterraneo

Se un difetto si può trovare in questo film è probabilmente il suo essere troppo pieno, sovraccarico di cose. E’ un film che non trova pace, non si assesta mai su di una situazione. La Wertmuller è forse troppo generosa nel suo infarcire il film di vicende, situazioni ed ambienti. Dalla Napoli degli anni ’30 in piena epoca fascista, con un rapido scorcio anche sul mondo della criminalità organizzata (Pasqualino lavora per un boss locale, Don Raffaele), alla situazione dei manicomi criminali, per poi catapultarci in guerra, infine nei lager nazisti.

Se questo è vero, è altrettanto vero, però, che queste sono le cifre stilistiche del cinema di Lina Wertmuller e che non si può chiedere alla regista romana di dirigere un film sobrio, misurato, distaccato. Se si accettano questi presupposti ci si può godere un film che è, sotto tanti punti di vista, una piccola-grande perla, forse troppo dimenticata, di un cinema italiano che non c’è più.

Elena Fiore, perfetta nel ruolo della sorella Concettina. Casting del film da applausi a scena aperta, non c’è una faccia sbagliata.

Quello che probabilmente i denigratori di questo cinema non riescono a comprendere, è il tessuto altamente morale, senza mai essere moraleggiante, di pellicole come “Pasqualino Settebellezze”. Si tratta di autori che si prendevano la libertà di dipingere personaggi altamente sgradevoli, senza dover per questo renderli odiosi agli occhi del pubblico, senza costringersi a virare i toni dalla commedia al dramma soltanto perché si stava parlando di questioni serie, scottanti, e quindi era finito il tempo delle risate, e bisognava iniziare a prendere le cose sul serio. No, si poteva, un tempo, ridere di tutto. Si poteva ridere di personaggi come Pasqualino, senza che in questa maniera si giustificassero le loro azioni abiette, senza che la risata avesse la valenza simbolica di una “pacca sulle spalle”.

Dico un tempo perché credo sia impensabile, inserire oggi, in un film italiano, una scena come quella della violenza che Pasqualino perpetra ai danni di una povera internata del manicomio, legata al letto. O meglio, la si potrebbe sì inserire, ma in un film drammatico. In un film del genere no, no categorico. Come dite? Un film grottesco? E che so i film grotteschi! No, basta confusione, un film o deve far ridere, o deve far piangere. La Wertmuller, invece, con indubbia maestria, si può concedere il lusso di presentarci un personaggio tristemente realistico, a tutto tondo, capace di compiere le azioni più abiette pur di salvarsi la vita (nel finale) o di soddisfare i suoi istinti da animale, senza che questa caratterizzazione in negativo sia in grado di togliere forza comica al personaggio.

Se il tema è di vostro interesse vi consiglio di recuperare da qualche parte il dibattito ricco di spunti che vide opposti, in un fighissimo studio televisivo degli anni ’70, infestato dal fumo delle sigarette che allora ancora si potevano fumare in TV, Nanni (aridaje, sembra che ce l’abbia con lui) contro il grande Mario Monicelli, proprio su questa questione.

“Tira a campà” è il titolo della splendida canzone di Jannacci che fa da sottofondo alle vicende di Pasqualino. E’ un’espressione, questa, che in fondo si sente ripetere molto spesso, soprattutto se si abita in Campania, e sta ad indicare un modo di vedere le cose che invita a prendere quel che di buono offre la vita, senza star tanto a sottilizzare, a vedere i lati negativi, a soffermarsi su quello che non va. E’ la filosofia di Pasqualino, di cui guida ogni gesto, ogni azione. Tutte le sue scelte sono indirizzate verso un unico fine: la vita stessa. La vita come bene supremo, incommensurabile, da preservare a ogni costo. A costo dell’onore, come farà Pasqualino fingendosi pazzo, facendo o’ buffone, mettendosi in ridicolo davanti a tutti (cosa che gli crea immenso disagio, più di ogni altra), pur di non finire condannato a morte. A costo della dignità, calpestandola, mettendola sotto i piedi, umiliandosi di fronte alla sadica e grassissima comandante del lager (un’altra scelta di casting indovinatissima) pur di non morire di fame. A costo di uccidere un amico, se è quella l’unica via, l’unica strada per la salvezza. Tutto, pur di vivere.

Maria Eva Rotondi