Con 10 Cloverfield Lane (2016), si era ipotizzato che il franchise Cloverfield non indicasse tanto una saga vera e propria, quanto un’antologia di opere sci-fi indipendenti tra loro. A spingere verso questa conclusione, nonostante alcuni riferimenti all’originale Cloverfield del 2008 contenuti nel thriller diretto da Dan Trachtenberg, era quanto veniva mostrato nel finale, difficilmente riconducibile alla creatura del film capostipite di Matt Reeves.
Ma le cose, a quanto pare, non stanno così: dopo la visione The Cloverfield Paradox, si riafferma con sufficiente evidenza il fatto che siamo di fronte a una saga a tutti gli effetti, per quanto atipica nella costruzione e nello sviluppo. Il progetto di J. J. Abrams corrisponde possibilmente a un vero e proprio Cloververse, una realtà coerente – per quanto dai confini piuttosto incerti – presentata un po’ alla volta tramite storie/frammento.

 

THE CLOVERFIELD PARADOX (USA 2018, di Julius Onah)
CAST: Gugu Mbatha-Raw (Ava Hamilton), David Oyelowo (Kiel), Daniel Brühl (Schmidt), John Ortiz (Monk), Chris O’Dowd (Mundy), Aksel Hennie (Volkov), Ziyi Zhang (Tam), Elizabeth Debicki (Jensen), Roger Davies (Michael), Clover Nee (Molly).

 

ATTENZIONE! Articolo SPOILER!

Il film è ambientato nel 2028, con l’umanità sull’orlo del disastro per l’esaurimento delle risorse energetiche, e narra la disperata missione internazionale di una squadra di astronauti, tra i quali spicca la protagonista Ava Hamilton (Gugu Mbatha-Raw): costore devono attivare un potente acceleratore di particelle in grado, sulla carta, di fornire un’enorme quantità di energia rinnovabile. L’impresa non è facile, né esente da rischi: sono due anni che si ripetono tentativi per accendere l’acceleratore, e il fatto che sia stato confinato nello spazio su una stazione orbitale è un buon indice della sua pericolosità. Una precauzione, tuttavia, che potrebbe ugualmente essere insufficiente: secondo uno studioso, del quale vediamo l’intervista televisiva all’inizio del film, sfruttare questa tecnologia fondata sul bosone di Higgs (da cui il titolo originale The God Particle), potrebbe:

“… creare uno strappo nel tessuto dello spazio-tempo facendo scontrare molteplici dimensioni, causando distorsioni della realtà, e non solo sulla stazione spaziale… potrebbe accadere ovunque. Questo esperimento potrebbe liberare il caos e creature che non abbiamo mai visto, mostri, demoni, bestie acquatiche… E non parlo solo del presente, ma anche del passato, del futuro, di altre dimensioni.”

Una volta nello spazio, l’esperimento ha luogo e l’acceleratore sembra attivarsi. Puntualmente va tutto malissimo: non solo l’accensione non si stabilizza, ma dulcis in fundo produce effettivamente un incidente che proietta i nostri, con tutta la stazione, in una dimensione parallela. Qui scopriranno l’esistenza di una Terra simile alla loro, la cui umanità è analogamente nei guai per l’esaurimento delle fonti energetiche. Ahiloro, la distorsione spaziotemporale che li ha proiettati laggiù, ha provocato anche la distruzione della stazione “gemella” che orbitava in zona, la quale analogamente costituiva l’ultima speranza per quel mondo.
Superando vari problemi e bizzarri fenomeni connessi all’incidente, alla fine alcuni di loro riescono a tornare nella loro dimensione. Qui, compreso l’errore che ha causato l’incidente, riattivano l’acceleratore che stavolta funziona ed è stabile. Insomma tutto sembra andare finalmente per il verso giusto, le fatiche e le perdite subite non sono stati inutili; commossi, i sopravvissuti tornano sulla Terra utilizzando la capsula per il rientro…

Ed ecco il momento clou del film: vediamo in lontananza la capsula scendere nel cielo, attraversando un calmo mare di nuvole… quando improvvisamente il busto di un titanico mostro lo attraversa in senso opposto, ringhiando rabbioso al cielo e verso di noi. Fine, titoli di coda.

 

Pochi secondi, che cambiano totalmente il senso del film e della saga tutta, ristabilendo – come dicevo sopra – l’apparente organicità della saga di Cloverfield. Cos’è successo? Apparentemente la “profezia” dello studioso “catastrofista” si è avverata sino in fondo: lo strappo nel tessuto spazio-temporale è avvenuto; e non è affatto un fenomeno circoscritto, ma qualcosa che si è riverberato attraverso spazio e tempo nel Cosmo, causando l’improvvisa apparizione di esseri extradimensionali.
Nella Terra del 2028, è andata particolarmente male (a causa della prossimità dell’evento?), con l’apparizione di un numero imprecisato di creature. Di queste ne vediamo almeno due: una appena intravista tra il fumo e la polvere (ma la sua andatura ci è ugualmente molto familiare…), nella sequenza in cui Michael (Roger Davies), il marito di Ava, salva una misteriosa ragazzina trovata terrorizzata tra le macerie; e la seconda, il cui busto è invece chiaramente nel finale. Quest’ultima, che torreggia oltre le nuvole quando alza la testa, è probabilmente il più grande “kaiju” mai visto in un film. Ma al di là delle dimensioni, il suo muso è del tutto simile a quello del mostro del Cloverfield originale.

Immagini da “Cloverfield” (2008).

 

Dunque, le notizie messe in giro già nel 2008, erano fondate: l’invincibile mostro che devasta New York nel found footage di Reeves, era nient’altro che un cucciolo della sua specie. Altrettanto non si può dire per il titano finale di Paradox, evidentemente un membro anziano della medesima. Ma perché un mostro a New York nel 2008? Perché l’incidente ha spezzato lo spazioTEMPO, dunque la distorsione si è espressa anche in altri luoghi e in altri tempi. L’idea di fondo è che la realtà si sia incasinata, con la sovrapposizione di dimensioni estranee tra esse.
Pertanto anche gli alieni del finale di 10 Cloverfied Lane, come le “forze soprannaturali” che vedremo all’opera nel quarto capitolo della saga Overlord (che uscirà al cinema il 26 ottobre), ambientato durante lo sbarco in Normandia, sono un effetto dell’incidente. Tuttavia per adesso solo il finale di The Cloverfield Paradox mette il sigillo alla questione, stabilendo un’analogia molto più netta di tutte le altre con il film originale, e ponendosi di fatto come prequel (linea temporale permettendo… ^^) della saga. In sintesi, Paradox è il racconto dell’incidente che ha originato tutto.

Trattandosi di un paradosso spaziotemporale, è difficile dire se le vicende presentate nei tre lungometraggi debbano essere intese come facenti parte di un’unica realtà. Potrebbero infatti riguardare ognuno dimensioni differenti; e se anche non fosse così, in linea teorica la natura stessa del paradosso tale linea avrebbe reso tale realtà non più coerente.
Comunque, al di là dei mostri succitati, nonché dei numerosi e generici indizi (i ben noti riferimenti a determinate aziende…) inseriti nei tre film e nelle altre fonti legate al Cloververse (manga, easter eggs, siti internet, filmati diffusi viralmente, ecc…), la cui natura è quindi più multimediale che esclusivamente cinematografica, vi sono alcuni indizi più particolari che cementano l’evidenza di una continuity.

Prima di essere annunciato a sorpresa (inatteso come l’effetto di una distorsione spaziotemporale…) durante l’ultimo Super Bowl, attraverso un trailer che ne dichiarava la messa in onda subito dopo la partita su Netflix (il 4 febbraio), per The Cloverfield Paradox si era già attivata l’affascinante macchina del marketing virale. In particolare a gennaio si era riattivato il sito fake della Tagruato: l’immaginaria multinazionale giapponese già sospettata di coinvolgimento nei fatti presentati dal film del 2008. Aprendo tale sito, appare tuttavia solo una pagina di errore per mancato caricamento, con sullo sfondo scritte che sembrerebbero ebraico.

Il sito fake della Tagruato.

 

Ebbene, un utente del gruppo Reddit “Cloververse” è riuscito a decifrare il seguente messaggio:

Tokyo – 18 gennaio 2018: Tagruato ha iniziato a sviluppare una nuova tecnologia nel settore dell’energia, definita dal CEO Garo Yoshida un grande passo tecnologico in avanti per il nostro pianeta. Questa tecnologia rinnovabile avrà bisogno di almeno quattro anni per essere completata, e di altri sei di regolamentazione internazionale prima di poter offrire la sua potentissima e rivoluzionaria fonte di energia, a partire dal 18 aprile 2020.

Vale a dire, gli eventi del 2028 fittizio di Paradox sono il risultato di una sperimentazione iniziata, secondo il sito fake, questo gennaio: cioè 10 anni dopo il capostipite ai cui eventi la Tagruato è in qualche modo legato. Tra questi due film è dunque stabilità una continuity evidente, per quanto strana sia: Paradox è un film che arriva 10 anni dopo Cloverfield, ma narra eventi distanti 20 anni; mentre per Cloverfield, ambientato nel presente di allora, data di uscita reale e contesto temporale fittizio coincidono!

Un’altra curiosa coincidenza tra i due film è stata scoperta da un altro utente dello stesso gruppo Reddit. Guardandoli i due lungometraggi sincronizzati, il momento della scossa e del blackout che in Cloverfield anticipano la comparsa del mostro, combacia perfettamente con quello dell’incidente dell’acceleratore in Paradox.

Read comments please from Cloververse

 

Esistono connessioni anche tra Paradox e 10 Cloverfield Lane, per quanto meno forti di quelle esistenti tra Paradox e il film capostipite. Per esempio, lo scienziato che prevede il disastro, autore di un libro intitolato – ma guarda un po’! – The Cloverfield Paradox, si chiama Mark Stambler (Donald Logue), e porta dunque lo stesso cognome dell’Howard (John Goodman) del film del 2016. Semplice indizio, o tra i due personaggi esiste un legame di parentela?

 

Infine, esiste una connessione molto forte anche tra Paradox e un’altra opera, sempre nata dalla fervida mente di J. J. Abrams e spesso – non per nulla – avvicinata al Cloververse. Ovviamente sto parlando di Lost, la celebre serie citatissima nel nuovo film. Ecco alcune citazioni evidenti:
– l’acceleratore si chiama Shepard come il Jack protagonista della serie;
– la dottoressa cinese Tam parla esclusivamente nel suo idioma come, all’inizio di Lost, come i coniugi coreani Jin e Sun;
– la morte della dottoressa Tam cita evidentemente quella di Charlie nella serie;
– l’apparizione e l’evoluzione del personaggio di Mina Jensen ricorda evidentemente quelle di Ben, e più in generale il concept degli “Altri” presenti in Lost;
– durante la sequenza della preghiera, scienza e religione, razionalità e fede dialogano e confliggono: un tema ampiamente sfruttato nella serie di Abrams;
– idem dicasi per il senso di colpa della protagonista, e la possibilità di “risolverlo” nella nuova dimensione;
– la sequenza del mostro nel fumo, ricorda apertamente il mostro nel (e poi di) fumo in Lost;
– ovviamente la centralità della fisica, l’incidente e tutte le distorsioni che crea, ricordano evidentemente gli accadimenti sull’Isola;
– la stessa dimensione quasi “televisiva” del film (Netflix a parte intendo…), il modo in cui sono gestiti i personaggi e le loro interrelazioni, rimanda profondamente allo stile di Lost.

 

Il cast della prima, leggendaria stagione di “Lost” (2004-2010).

 

Tirando le somme, The Cloverfield Paradox è quasi un manifesto tramite il quale Abrams ottiene due scopi: il primo è narrare l’origine del Cloververse; mentre il secondo è chiarirne i temi… ovvero, stringendo, quelli di Lost. Probabilmente Abrams non era soddisfatto di come le sue intuizioni si erano sviluppate nella celebre serie culto; o, alternativamente, ne ha di nuove per sviluppare diversamente quelle di allora.
Comunque stiano le cose, con la libertà creativa odierna, Abrams può permettersi di agire con tutta calma e attraverso mezzi impensabili ai tempi di Lost. Col tempo capiremo quanto ne valesse la pena, sperando si perda meno che nelle ultime stagioni della sua gloriosa serie…

Tuttavia, come abbiamo visto esiste un senso in cui l’ opera globale Cloververse è già un capolavoro: quello della comunicazione e del marketing, spinto sino a un livello direi in sé stesso artistico e culturalmente significativo. Un capolavoro “in filigrana” dunque: cioè non tanto per la qualità (altalenante) delle opere che lo compongono, quanto per l’incredibile efficacia manipolatoria dimostrata verso i suoi consumatori finali, coinvolgendoli in quel grande gioco investigativo che in fondo è. Molto ironico che si ottenga tutto ciò attraverso una finzione tinta di pseudo-critica sociale catastrofista e antisistema.
Un’autentica, provocatoria azione cinematografica, condotta solo in parte con il cinema e quelle che appaiono le sue qualità più immediate: questo è il progetto Cloverfield, sui cui valori e modalità vale senz’altro la pena continuare interrogarsi.
… O forse no, potrebbe anche non portare a nulla. Ma tanto sappiamo già che continueremo a farlo lo stesso.

 

Alessandro Bruzzone

 

PS.: “Cloverfield”, letteralmente “campo di trifogli”. Ci si è interrogati a lungo sul significato di questo titolo: spiegandolo con riferimenti al fatto che i trifogli spuntino anche nei terreni soggetti a bombardamento (come quelli che affliggono New York nel primo film); o all’analogia tra il trifoglio e il simbolo il quale vengono segnalate sostanze, cose o aree contaminate dalle radiazioni; ancora, al fatto che l’ufficio della Bad Robot (la compagnia di Abrams) avesse sede in Cloverdale. Ma il trifoglio è anche quella pianta erbacea che, abbastanza raramente, produce un mutante chiamato quadrifoglio: forse una metafora del passaggio dall’ordinaria esperienza di una realtà tridimensionale, in cui il tempo sembra scorrere solo linearmente, a una perspicua quadridimensionalità causata da una distorsione dello spazio-tempo?