A ‘sto giro, dispiace quasi dirlo, alle menti dietro quell’ambaradan che pian piano si sta delineando come Saga di Cloverfield la magia non è riuscita. Anzi, potremmo dire che è uscita a metà, cosa che forse è pure peggio. Ma andiamo con ordine: quei due simpatici bricconi che rispondono al nome di J.J. Abrams e Drew Goddard in quanto a marketing ne sanno parecchio, e il merito di essere riusciti a creare di punto in bianco una nuova saga cinematografica nella quale declinare in diversi generi lo stesso universo a partire da un found-footage con mostrone tanto furbo quanto fortunato è innegabile da chiunque. In realtà già per il film originale la promozione venne condotta tramite una campagna virale che lasciò per sempre il segno nell’Internet di dieci anni fa e che è rimasta forse ineguagliata fino ad oggi. 10 Cloverfield Lane, il secondo capitolo, invece non se lo aspettava proprio nessuno, soprattutto non realizzato in quella – riuscitissima – maniera, e ci lasciò tutti più o meno folgorati. I due da questo punto di vista sono molto svegli e sanno che i giovini d’oggi oramai imparano in fretta, e per lasciare il segno anche questa volta con un film molto atteso e più volte annunciato, ma pur sempre misterioso, l’hanno sparata ancora più diretta. Nell’evento consumistico più seguito al mondo che è l’intervallo pubblicitario del Super Bowl – probabilmente il primo caso nella storia della televisione in cui la pausa di un evento diventa più seguita ed importante dell’evento in sé, ma questo è un altro discorso – è stato presentato il primo e unico trailer del nuovo capitolo The Cloverfield Paradox, che è stato poi distribuito al termine del match su Netflix. A giudicare dal prodotto pubblicizzato però, probabilmente davvero se ne ricorderà giusto l’azzeccato lancio di marketing.

In un futuro molto prossimo, un equipaggio viene inviato nello spazio a bordo della stazione orbitante Cloverfield dove compiere esperimenti per scongiurare la grave crisi energetica che sta colpendo la Terra. In seguito ad un tentativo di accensione andato male finiranno in una realtà alternativa che metterà in contatto due dimensioni parallele, risvegliando oscure presenze.

Tra tutte le componenti che non funzionano di questo The Cloverfield Paradox, a spiccare in negativo è la sceneggiatura e più in generale la scrittura. Nel primo caso siamo davanti ad una struttura scialba e più volte arrancante che, invero dopo una premessa non del tutto da buttare, si trascina a fatica verso un climax che vorrebbe essere di tensione pura ed emotiva, ma che in realtà è una semplice girandola che fa di tutto per nascondere il vuoto pneumatico che ha al centro, cercando di riempirlo a forza con trucchetti tipo universi alternativi, bosoni di Higgs e Easter egg varie. Pur con qualche passaggio che anche funziona – su tutti quelli che vedono i membri dell’equipaggio interagire fisicamente con la nave spaziale – a lasciare perplessi è proprio una mancanza di visione d’insieme nella singola pellicola, che risulta invece come un assemblaggio di varie soluzioni sci-fi viste e riviste.
Sul secondo versante, in particolare ad uscirne malissimo sono gli anonimi membri della spedizione, scritti male sia nelle loro azioni sia nelle caratterizzazioni, che per questo hanno pregiudicato pure la prova generale del cast, che ci crede ma alla fine neanche troppo. I problemi qui sono abbastanza trasversali e vanno da una protagonista, unico personaggio con un minimo di approfondimento, che non riesce a reggere tutto il peso su di sé, fino agli altri componenti dell’equipaggio, terribilmente delineati come stereotipi del genere misti alla loro nazionalità che neanche nelle barzellette: Capitano statunitense senza macchia e paura pronto al sacrificio, il tedesco ligio ma misterioso e forse sabotatore, l’irlandese sornione e con la battuta sempre pronta (terribili, per la cronaca), il sudamericano religioso, il russo scontroso e sospettoso, la cinese che cristoddio parla solo in cinese e gli altri le rispondono con nonchalance in inglese e a concludere la “villain” mossa da motivazioni quantomeno discutibili.

Come se non bastasse, il tutto è girato con una regia impalpabile e davvero senza alcun guizzo, la cui messa in scena è salvata in parte dalla più riuscita fotografia, giocata tutta su luci giallo-arancioni e azzurre, ma che resta comunque più che anonima. Magari nelle ciniche menti dei creatori, questa saga può anche servire come test-bed per capire quali registi esordienti possono farcela davvero: Reeves (esordio nella fantascienza) e Trachtenberg di sicuro sì, Julius Onah molto probabilmente no.
Vorrei sbagliarmi, ma durante la visione si ha pure la sensazione che il film sia deleterio all’intera saga per come la si è potuta vedere fin qui, essendone uno spiegone – con in dotazione pure il classico scienziato che aveva capito tutto già nei primi minuti ma che è preso a pernacchie da tutti perché mezzo matto – e andando a compromettere l’aura di panico irrazionale e mistero che pervadeva i primi due.

La differenza maggiore con i capitoli precedenti sta infatti proprio qui, poiché questo The Cloverfield Paradox ha senso solo in relazione alla mitologia creata. Eliminandola resta solamente un dimenticabilissimo space-thriller che cita qua e là – ad un certo punto c’è una scena che grida “GUARDATEMI, COME ALIEN!!!” in maniera fin troppo infantile – ma non ha neanche la decenza di accettare orgogliosamente una dimensione da B-movie proletario (come Life, per citare un esempio recente). Gli altri due invece avevano una loro dignità in quanto film conclusi di per sé, pur essendo parte di un universo più ampio e anzi, il secondo in particolare risultava anche migliore come pellicola a se stante. Un’ultima considerazione dal punto di vista distributivo: questo film non dev’essere piaciuto molto manco alla Paramount, la casa produttrice, che ha scaricato d’esperienza il barile a Netflix, che come ben sappiamo per le sue proposte applica la politica del “belle o brutte, purché se ne parli!”

 

Alessandro Tiozzo (@AlexanderTioz)