Nella contraddittoria Tokyo del 1936 troviamo Sada Abe, giovane tuttofare al servizio dell’alberghetto di Kichizo ‘Kiki san’ Ishida, che gestisce insieme a sua moglie.
Tra i due nasce e si consuma un’estasi travolgente che li porta a consumare la propria passione dimenticando ogni stralcio di razionale quotidianità, costretti dal proprio amore ad amplessi ossessivi e sempre più intensi, privi di ogni pudore.

Diretto nel 1976 da Nagisa Oshima, Ecco l’impero dei sensi prende spunto da un celebre fatto di cronaca che sconvolse il Giappone negli anni trenta, raccontando la triste e conturbante storia dei due amanti e del loro tragico epilogo sentimentale.
Presentato al 29° Festival di Cannes con enorme successo, la pellicola trovò non poche difficoltà dal lato distributivo nel Giappone stesso come in Occidente, a causa delle numerose scene di erotismo esplicito che lo portarono ad essere accostato ad un mero prodotto pornografico.

La filmografia di Oshima trova ampia visione di un intento ben curato in favore di un’analisi strutturata nei temi dell’osceno e del proibito: Ecco l’impero dei sensi si attesta come emblema di una ricerca portata alla sua massima definizione, dove l’ostentazione non è altro che la punta di un iceberg le cui fondamenta sono state tragicamente celate da un ostinato sguardo borghese proibitivo e censuratorio. In questo frangente denigratorio di una società che si mostra in tutta la sua aberrazione (guerra, scandali politici, purghe intellettuali), il regista nipponico decide di porre in primo piano una pratica targata d’oscenità, espiando l’atto dal suo falso valore e portando in oggetto la fisicità e le sue esigenze come costrutto di una forte e chiara scelta politica, costituita in una cosciente libertà intellettuale che ci invita a vedere l’empio al di fuori delle necessità corporali.

Il sentimento di ‘liberazione’ che pone Oshima nella pellicola è evidente e tangibile nella costatazione che l’elemento pruriginoso perde di interesse lascivo nell’essere mostrato in piena luce, così da poter successivamente passare in una seconda ottica a sostegno di una trama che racconta non solo il corpo ma l’ossessiva pulsione sentimentale. Un bisogno che per i due amanti diviene vincolo predominante di ogni necessità vitale al fine di soddisfare il desiderio reciproco ai limiti delle loro possibilità.
Relegati in una prigionia di compulsivi amplessi non vi è più spazio per qualsiasi pratica che non si cibi delle loro urgenze carnali, ponendo l’amore viscerale tra i due in un continuo bisogno di affermazione fino all’insorgenza di un masochismo netto che, già riconosciuto in un legame che è il centro di ogni energia vitale, diviene ultima e conseguente esplosione del loro rapporto. Così la proclamazione di legittima e deviante appartenenza si consuma inequivocabilmente, ponendo in essere il ruolo di godente/martire come plateale asservimento al piacere e al dolore, uniti in una congiunzione che si divora vicendevolmente. Lo strangolamento, inizialmente ai limiti del soffocamento, esercita l’arma finale all’appropriazione dell’amore desiderato e la morte dell’uomo in bene al piacere di Abe è l’orgasmo più pregnante e definitivo. Ma l’ossessione oltrepassa nuovamente un limite ormai enesorabilmente perduto, portandola a recidergli il membro per accostarlo infinitamente a sè, simbolo della passione e di un amore senza tregua, neanche di fronte la morte stessa.

Un’opera che si nutre di profonda e tenera sensibilità, esercitando il proprio tessuto drammatico con grande malinconia e sentita commozione, a dispetto di una visione pregiudizievole che lo colloca erroneamente in sfere di blandi piaceri pornografici.

Silvia Bertollini