Quando mancano i fondi necessari alla realizzazione di un cortometraggio di fiction sul problema della violenza sulle donne e sei costretto a trasformarlo in un corto d’animazione, rischi di accorgerti che in Italia non esiste un festival cinematografico appositamente ed esclusivamente dedicato al cinema d’animazione al quale presentare il tuo lavoro! È esattamente ciò che è accaduto a Lorenzo Ciani, già fondatore del Montelupo Fiorentino Film Festival, che ha deciso perciò di imbarcarsi in questa impresa: fondare e dirigere un festival dedicato al cinema di animazione in tutte le sue forme, complice il direttore artistico Daniele Pertici.

La prima edizione dell’Animotion Film Festival si è tenuta nella giornata di Sabato 10 Febbraio 2018 al Cinema La Compagnia di Firenze, riscuotendo un successo numerico e di partecipazione oltre le aspettative.

Conduttrice dell’evento la frizzante Gaia Nanni, e giurati d’eccezione il critico e youtuber Federico Frusciante, lo youtuber ed esperto di anime e fumetti Dario Moccia e la giornalista Gaia Rau.

In apertura “Tour de France”, una rassegna di undici cortometraggi fuori concorso realizzati da prestigiose scuole di animazione d’Oltralpe, vari per tematiche e stili. Da segnalare tra i migliori: “Keiro” della ArtFx, visionaria metafora sull’abbandono dell’infanzia da parte di un’adolescente, stagliata su uno sfondo quasi acquerellato; il grottesco e cattivissimo “Sirocco” della MoPA, una serie di morti bizzarre in una famiglia italiana, alquanto pieno di stereotipi ma di altissima qualità tecnica e grafica; “Beyond the Books” sempre della MoPA, maestosa rappresentazione della Biblioteca Universale, dal respiro epico e a tratti apocalittico, che mostra la fragilità del nostro sapere e al contempo la sublime tenacia del singolo nel volercisi raccapezzare. E ovviamente come tradizione vuole gli animali la fanno da padroni: l’inquietante e macabra gatta “Minou”, altra opera della MoPA; le dinoccolate raganelle jazziste del ritmatissimo corto in stop motion de La Fabule “Le Chant des Grenouilles”; e infine il primitivissimo (nei tratti e nel soggetto) “The Ape Man” della Animal Tank, divertente spiritoso e grottesco, che cala un personaggio sfigatello e rubicondo col pallino dei film di Tarzan su una metropoli quasi lynchiana (come atmosfere ricorda Dumbland) non dissimile dalla giungla delle scimmie; oltre ad aver parecchio rallegrato il pubblico, “The Ape Man” è stato anche indicato dai giurati come il migliore di questa rassegna.

Nel tardo pomeriggio, invece, abbiamo assistito alla proiezione del capolavoro di Sunao Katabuchi “In questo angolo del mondo“, record d’incassi in Giappone nel 2016 e vincitore di prestigiosi premi internazionali.

Il film, ambientato principalmente tra il 1943 e il 1945, racconta la vicenda della piccola Suzu Urano, disegnatrice abilissima, creativa e molto smemorata, che osserva e subisce le conseguenze dell’entrata in guerra del Giappone: la fame, le bombe, la distruzione della sua infanzia e dei suoi sogni. Data in moglie molto presto al militare Shusaku Hojo e costretta ad adattarsi al ruolo di moglie e ad abbandonare la sua amata Hiroshima, Suzu riesce col suo spirito gioioso e la sua fantasia a integrarsi nella famiglia del marito e diventarne un punto di riferimento, dimostrando una malleabilità alle situazioni fuori dal comune. Purtroppo neanche lo spirito di Suzu potrà uscire intatto dal succedersi dei terrificanti eventi che porteranno alla sconfitta dei nipponici, in primis lo sgancio della bomba atomica sulla sua città natale. Mutilati la coscienza, l’anima e il corpo c’è spazio alla fine per un frammento di speranza, tutto racchiuso in quella creatività che anche quando non più esprimibile permane come unico motore incorrotto del nostro sguardo sulle cose.

La minuziosa descrizione degli ambienti e delle situazioni storiche è quasi sempre sacrificata alla leggerezza del tocco, alla semplicità della rappresentazione e all’umanità dei personaggi, mai giudicati né condannati, ché la Storia fa solo vittime. Si alternano momenti di visionarietà onirica, soprattutto nell’esprimere l’inesprimibile, cioè la potenza e il dolore della guerra, quella dei civili e dei militari semplici già con la morte addosso, il nemico e il potere essendo null’altro che astrazioni.

 

                                                            

Infine si è svolto il vero e proprio concorso. Preceduti dal film ispiratore del progetto: The Jump di Lorenzo Ciani, sono stati proiettati i dodici cortometraggi finalisti, quattro per ogni categoria: 2D, 3D e Stop Motion.

Non eccelsi i corti in 2D tra i quali segnaliamo: “Nana” di Alexandra Keller, un docufilm animato con la vera voce di una donna ebrea sopravvissuta alla Shoah, ad alcuni parso un po’ retorico, per me invece secco e senza fronzoli, ma non eclatante; e soprattutto il vincitore della categoria “A Priori” di Maite Schmitt, disegnato splendidamente in modo grezzo e pastoso, e con un messaggio finale di “ibrida” convivenza davvero illuminante e antiretorico. Divertente “Undiscovered” di Sara Litzenberger, niente più che una gag sul Bigfoot, e particolarmente antipatico “Departure” di Aoife Doyle, con protagonista una vecchietta tristemente sola (avversato con poca diplomazia, per fortuna, anche dal Frusciante).

Al contrario ottima e stimolante la categoria 3D: il meraviglioso “Garden Party”, ancora della MoPA, candidato anche agli Oscar come miglior corto d’animazione, realizzato con una grafica che rasenta la perfezione, con al centro rospi e rane indistinguibili da quelli reali, che riesce a mischiare l’estetica barocca della vanitas (la decadente “palude” altro non è che una natura morta, con tutti i dettagli del caso, anche di fotografia) col grottesco da horror demenziale, e non dico altro. Se possibile ancora più bello – e infatti risultato vincitore – “Overrun” di AV, viaggio intercorporeo interspaziale intergalattico intermentale interdimensionale di una formica per cui il mondo non è altro che una enorme deformazione, con una delle inquadrature finali più ammutolenti che gran parte della sala abbia mai visto. Minori ma non troppo “Cuerdas” di Pedro Solis Garcia, storia dell’amicizia tra una vispa e iperattiva bambina e il suo compagno di classe paraplegico, autentico e commovente; e il profondissimo “The kiss” di Adriano Candiago che narrando di due fantocci innamorati e della loro impossibilità a baciarsi, tratteggia in pochi minuti il dissidio millenario tra vivere una vita priva d’un totale libero arbitrio e non vivere affatto, senza che si offrano vie di mezzo, senza ottenere risposte dal burattinaio-demiurgo che ci manipola (guardato però con aria di sfida), ma soprattutto senza possibilità di volgersi al futuro e riconciliarsi col desiderio di vivere, rimanendo alfine solo corpi, solo oggetti (le analogie con Che cosa sono le nuvole? di Pasolini si sprecano).

Ultima categoria lo Stop Motion non delude (quasi) mai. Acre e perfido “Second to None” di Vincent Gallagher, su due gemelli di 110 anni che cercano di eliminarsi per ottenere il primato di più vecchio del mondo; buffo ma un po’ inutile “Lemon & Elderflower” di Ilenia Cotardo, con un uccellino dalle ali troppo piccole sfortunato a livello Wily E. Coyote. Vincitore è risultato essere “Negative Space” di Max Porter e Ru Kuwahata, altro candidato all’Oscar, perfetto nella tecnica (molto artigianale e gustosa) e con una splendida e dissacrante sceneggiatura, che narra il rapporto tra un padre spesso assente e il figlio ormai cresciuto attraverso un solo oggetto: una valigia (e tralascerei le implicazioni filosofiche e metaforiche del concetto di “spazio da riempire” che il film esibisce sommessamente, perché ci vorrebbe un articolo a parte). Tuttavia devo dichiarare che la mia preferenza personale in questa categoria è andata senza dubbio a “Cavalls Morts” di Marc Riba e Anna Solanas, minimalista sporco a tratti svankmajeriano documento angosciante sulla morte vista dagli occhi di un bambino, che affogato fino al collo nel sangue nel fuoco tra diaspore ed esplosioni, emana angoscia e priva di ogni retorica e tenerezza l’evento più naturale e più ingiusto che ci tocca in sorte, specie se procurato da una inutile e incomprensibile guerra.

In conclusione l’Animotion Film Festival, oltre all’ottima gestione e all’offerta di un ambiente spazioso e un’atmosfera intima, ha adottato in questa sua prima edizione uno sguardo orizzontale e riflessivo, senza peccare di dispersività come l’ecletticità delle proposte poteva suggerire. Ma soprattutto ha saputo coniugare molto bene quantità e qualità, e si spera che entrambe in futuro possano lievitare.

All’anno prossimo!

Dario Denta