Pepi è una ragazza che ha in mente di vendere al miglior offerente la propria verginità “pe mette su du spicci”; Luci è una casalinga all’apparenza timida e timorata, ma che ha sposato un poliziotto violento e fascista esclusivamente per sfogare i propri istinti da masochista, senza trovare tuttavia soddisfazione; Bom è una lesbica sadica e violenta, la perfetta anima gemella di Luci, se solo si incontrassero.

Il film d’esordio di Pedro Almodovar è datato 1980, Francisco Franco era morto da 5 anni soltanto. La gente, ai funerali di stato, in quel novembre del 1975, non poteva credere ai propri occhi. Molti non erano sicuri che fosse morto, vollero accertarsene personalmente, e per questo c’era un mare di gente a quei funerali. Non certo per devozione, quanto per incredulità.

Poi, però, l’esplosione. La gente spagnola iniziò a fare quello che non aveva potuto fare per quarant’anni, e che aveva ardentemente desiderato fare. Libertà in tutti i campi. Democrazia, libertà di pensiero, di stampa, e libertà sessuale, ovviamente. Almodovar regista nasce proprio in quegli anni, negli anni della ricostruzione, dell’euforia collettiva. E quello è l’humus socio-culturale di cui si nutrono soprattutto i suoi primi, folli, divertentissimi film.

Sotto il franchismo essere omosessuali costituiva un reato, migliaia di gay vennero presi e condotti in “colonie agricole”, che in realtà erano veri e propri campi di concentramento. Ecco perché nel film di Almodovar tutto ha un profumo di eversione e di libertà. I protagonisti sono gay e lesbiche, travestiti, sadici, masochisti e voyer. Tutti quanti vivono la propria sessualità liberamente, alla luce del sole. Non c’è spazio in questo film per riflessioni profonde, prese di coscienza, incursioni nel profondo dell’animo tormentato dei personaggi. Nessuno sembra avere particolari problemi a confrontarsi con la propria intimità, con il proprio io più nascosto. Hanno tutti solo voglia di sfogarsi, come se costituisse un dovere morale dopo anni di repressioni e mortificazioni, aspirare al massimo del godimento e del piacere.

sposa bagnata, sposa fortunata

Luci non ricerca altro che qualcuno che la tratti, parole testuali, “come una cagna”. Suo marito, però, un vero e proprio tiranno nel suo lavoro di poliziotto, che rappresenta il simbolo del vecchio che cerca di resistere coriaceo al nuovo che avanza, nella vita coniugale è invece un marito probo e rispettoso, seppur conservatore, che non ha mai sfiorato la moglie neanche con un dito, anzi, che la tratta “come tratterebbe sua madre”.

L’incontro con Pepi, e poi con Bom, è per Luci una rivelazione, un sogno. Ella gode già nel venire rimproverata e schiaffeggiata scherzosamente da Pepi, la quale dunque si accorge subito delle sue tendenze; ma raggiunge poi l’apice del piacere nella scena del pissing praticatole da Bom.

Può apparire curioso come l’aspirazione alla libertà si concili con la ricerca della mortificazione, del dolore e della sottomissione. Eppure è solo in questi schemi rigidi e predeterminati, in questa sorta di giochi di ruolo, che i nostri personaggi riescono a sentirsi veramente liberi ed appagati, realizzati. Senza bisogno di star lì a domandarsi il perché. Finché i ruoli non si ribaltano, ed è la padrona a diventare sottomessa, schiava del suo stesso desiderio. Bom, che brama con tutta sé stessa il ritorno di una Luci ricongiuntasi al marito, tanto da entrare in depressione per il fatto di non avere sue notizie, è ormai diventata la parte debole del rapporto.

In una delle scene finali del film, in ospedale, vediamo chiaramente come fosse ormai Luci a tenere in mano le redini della relazione ora conclusa. Luci è tutta fasciata e incerottata, in una scena dal sapore fortemente comico/grottesco (in linea del resto con il tenore di tutto il film) ridotta in uno stato pietoso dal marito poliziotto che finalmente è stato in grado, corcandola di botte, di far godere la moglie. La vediamo guardare la sua ex amante e padrona con una punta di soddisfazione e, perché no, di sadico piacere, nel rinfacciarle come il marito l’abbia capita molto più di lei, e abbia saputo trattarla come realmente meritava.

Credo di aver parlato anche troppo di quello che è un film che dura 80 minuti scarsi. Non vorrei che la recensione diventi più lunga del film. Posso solo consigliare la visione di questo piccolo grande film dal sapore iberico non solo a tutti gli affezionati del regista spagnolo, a cui magari il suo esordio è sfuggito (difficile); ma a tutti coloro che cerchino un film che declini i temi di cui abbiamo appena trattato in salsa comica, frizzante e grottesca, leggera sì ma senza essere costretti a spegnere il cervello, ma anzi facendolo lavorare e divertire per tutti gli 80 minuti di visione.

Mi congedo da voi lasciandovi questa piccola chicca che spero apprezzerete. La pubblicità delle “mutande Ponte” by Pedro Almodovar. Roba bella.

Maria Eva Rotondi